voto del pubblico 3.5/5
voto finale 3.0/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Le storie che ci costruiamo sono sempre di gran lunga più belle di quelle che realmente viviamo. La mente, magnifico strumento di illusione, creazione, ideazione, pone mattone dopo mattone le fondamenta di un mondo in cui preferiamo rimanere imprigionati perché privo di confini, moderato soltanto dall’immaginazione, la quale prende dal vero per dare forma a un universo cucito su misura per noi, come un abito che abbiamo sempre desiderato. Farytale sembra vivere in un sogno, forse un incubo, di certo un puzzle che andrà a ricomporsi lentamente, dentro il racconto diretto dal regista Sebastiano Mauri che non poteva altro che avere come titolo quello di Favola.

Farytale (Filippo Timi) è la tipica casalinga americana anni Cinquanta. Sorriso finto stampato in faccia, sempre pronta a porsi con servizievole apprensione ai bisogni del marito, pudica e mancante di qualsivoglia malizia, al fine di mantenere un rigore puro e candido. Ma la vita di Farytale è tutt’altro che felice, rilegata nelle quattro mura della sua colorata casa con un marito violento e maschilista. Una violenza che la donna sente di dover affrontare, facendosi forza dopo aver compreso davvero cos’è l’amore e l’accettazione degli altri su chi si è veramente.

Favola: Filippo Timi è una donna ingabbiata nel carcere delle convenzioni

favola

Carta da parati improponibile, sfondi incongruenti tra loro, una gabbia tinta dalle molteplici sfumature che intrappola la sua protagonista in un’etichetta che le va troppo stretta, che la vuole amorevole e ragguardevole dei bisogni di una società patriarcale fatta di attenzioni al marito e condotta conforme agli standard richiesti. L’equivalente infiocchettato di un carcere delle convenzioni che è necessario seguire e rispettare, una personalità che non è degna di esser lasciata trasparire, controllata da due semplici pilloline per tenere a bada l’identità e i sentimenti.

Favola di Sebastiano Mauri è il teatro che tende verso la dimensione del cinema e lo compenetra facendo però trasparire la sua origine derivante dal palcoscenico, un film assurdo e totalmente fuori dal tempo e dallo spazio da far diventare lo spettatore ospite della casa della protagonista Farytale, permettendogli di muoversi tra le camere illuminate in cui si consumano istanti di irrazionale, sfavillante pazzia. Con questo suo spirito da reclame pubblicitaria anni Cinquanta e l’aggiunta della portante guida della farsa, l’opera trasuda la cura del dettaglio che va poi a materializzarsi nei costumi e nelle scenografie appariscenti, a trasmettere il giusto apporto di kitsch e esagerazione al film e donandogli un personale palco sul quale far recitare i suoi attori.

Favola: dal film del 2017 di Sebastiano Mauri trasuda la cura dei dettagli

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Interpreti bravi guidati dall’ambiguità femminile di Filippo Timi – fautore del soggetto e co-sceneggiatore assieme a Mauri – che, attraverso un percorso di insensata ironia guidata fino a quell’eccesso che porta poi al ridimensionamento dell’intera storia, prendono sul serio il racconto in cui repentinamente si muovono. Mentre la stessa serietà non si riscontra nella bizzarria dei loro personaggi, ai quali concedono una libertà di operazione pressoché illimitata e tanto gravida da poterla esprimere con diverse, spassose soluzioni. Dialoghi e azioni strampalate, passate grazie a un frenetico e spezzettato montaggio, veloce come il procedere buffonesco del film.

Un messaggio ad oggi quanto mai importante lasciato trapelare attraverso una via di originale fabbricazione, una gigantesca metafora che racchiude le uscite di testa di Favola e ne comprende le stramberie talvolta anche deliberatamente sciocche, un respiro di illogicità di cui tanto abbiamo bisogno quanto l’incastrata protagonista del film. Il coraggio di non avere paura di mostrare chi sentiamo di essere in un dramma comico in cui tutto è così tragicamente meraviglioso.