Father (2025): recensione del film da Venezia 82
Un silenzio gelido, impermeabile al dolore più atroce e mal compreso al mondo, in un film in cui regna l'interpretazione di Milan Ondrík.
Asfissiante, circolare, terribilmente prevedibile. Ciò che viene raccontato in Father, il film di Tereza Nvotová presentato in concorso nella sezione Orizzonti della 82ma Mostra del Cinema di Venezia ci suona, disgraziatamente, familiare, poiché è il riassunto dei tanti servizi di cronaca che negli anni ci sono passati sotto gli occhi. Ed è proprio questo poter presupporre con ferrea esattezza l’epilogo che rende quasi insopportabile la visione. Insopportabile non per carenza di stile o bravura, bensì per la pesantezza di quanto narrato.
Father: il film di Tereza Nvotová basato su una una tragica storia vera

Tereza Nvotová prende spunto da una storia accaduta al migliore amico di Dušan Budzak, che si è occupato della sceneggiatura insieme alla regista, per raccontare la vicenda di un uomo come tanti: padre e marito amorevole, professionista stimato, ma basta uno sbaglio a ribaltare la sua favola in un incubo. La macchina da presa gli sta col fiato sul collo dall’inizio alla fine, come a suggerirci di tenerlo d’occhio, come ad anticipare la tragedia.
Il film, col suo ritmo serrato, veloce, meccanico, asseconda la brutalità di una routine che non lascia scampo, in cui il superfluo sembra importantissimo e irrimandabile, in cui il vuoto è un precipizio profondissimo e calarcisi non aiuta a trovare nessun senso.
A che serve ricostruire i fatti? Chiede il protagonista in tribunale. La figlia non c’è più, è morta e l’ha uccisa lui.
Sindrome del bambino dimenticato, la chiamano, come se la spiegazione scientifica potesse bastare a cancellare i sensi di colpa, a modificare il passato. Invece no, serve solo a dare un’etichetta a un episodio comune, a far intendere a chi guarda dall’esterno che chi si trova in una situazione del genere non ha bisogno di una gogna pubblica né di un processo, poiché il tribunale interiore in cui si è automaticamente trincerato spesso basta e avanza a fungere da pena.
Milan Ondrík regge tutta la pressione della tragedia in Father

L’attore Milan Ondrík è bravissimo nel calarsi, con tutte le scarpe, con tutte le rughe, con ogni singolo pensiero, nei panni di un uomo che non riesce a capacitarsi di quanto gli sia accaduto. Un uomo che tenta di staccarsi di dosso la maschera del mostro, di concepire il complesso meccanismo della sua mente, di comprendere che non ha fallito nell’amore per sua figlia, ma la sua memoria l’ha tratto in fallo, come a prendersi gioco di lui.
E se la moglie (interpretata da Dominika Morávková) alla fine, non senza fatica, riuscirà a trovare il percorso da intraprendere per perdonarlo, l’opinione esterna continuerà a pesare come un macigno.
Ci si domanda quale sia il senso ultimo di Father, della sua musica che si ascolta appena (opera di Pjoni, mentre il sonoro è di Marek Hart e Ivan Horák), intenta a farci notare quanto sia assordante il silenzio di una casa in cui le colpe hanno punte più affilate dei coltelli. La stessa musica che esplode solo in momenti cruciali, come quello in cui il personaggio della Morávková danza sulle note di She di Alice Smith, fingendo una normalità che non esiste più. O nelle battute finali, in cui la telecamera finalmente, gradualmente, si allontana, fino a far scomparire il protagonista dalla nostra vista, fino a renderlo impercettibile, insignificante.
Father: valutazione e conclusione

Father (titolo originale Otec) si contorce interamente sul suo protagonista, come se fosse un’ossessione. Dà dignità alla tragedia evitabile, tramuta in sindrome la frustrazione e ritrae, con fare quasi documentaristico, ciò che accade nella mente del singolo, nella quotidianità di una famiglia.
Ci sono frangenti in cui la regia sembra volersi avventurare nella psiche del padre: la telecamera si sofferma sul lobo parietale, precipita poi sul lobo frontale, effettua una rotazione, ma si sofferma giusto il tempo di farci provare quel senso di confusione, che però non è abbastanza. Ciò che viene mostrato è perlopiù l’involucro esterno del dolore, come se Tereza Nvotová non avesse il coraggio di avventurarsi nell’abisso della perdizione, di farci realmente provare empatia per quell’uomo che ha perso tutto senza rendersene conto e l’unica persona con cui può prendersela è se stesso.
La sceneggiatura pecca talvolta di precipitosità nel suo voler spiattellare subito una giustificazione, nel trovare un immediato attenuante. E magari anche voi, che ve e state lì seduti sulle poltroncine della sala, direte: “Ma come ha potuto? A me non potrebbe capitare mai” e invece succede, anche ai migliori, e dopo c’è il vuoto, quello che vedete nel film, che l’interpretazione di Milan Ondrík lascia trasudare. Quindi no, non giudicate, non stavolta.
Vale la pena menzionare anche gli altri membri del cast: Dominika Zajcz, Martina Sľúková, Aňa Geislerová, Peter Ondrejička, Peter Bebjak, Ingrid Timková, Roman Polák e fare un cenno a quella perfetta asetticità di fondo dettata dalle palette di ghiaccio della fotografia di Adam Suzin, la scenografia ordinata di Nina Feriancová, i costumi di Aneta Grňáková e, ancora, gli effetti visivi di Michal Křeček. Tutto converge con gelida armonia nel film sloveno, prodotto da DANAE Production, moloko film e Lava Films e prossimamente nelle sale italiane con Fandango Distribuzione.