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La matriarca di una famiglia alto-borghese di teatranti di provincia, la bella e ancora vitalissima Helena Ekdahl, organizza una sontuosa festa di Natale in cui riunisce, oltre al suo amore maturo, il rigattiere ebreo Isak Jacobi, i tre figli maschi avuti dal defunto marito e le loro rispettive famiglie. Per Alexander, nipote pre-adolescente della donna, e la sorellina Fanny è un tripudio di sensazioni, visioni, gioie percettive e immaginative. I due bambini non sanno ancora che a quell’atmosfera gaudente seguirà la mestizia del lutto – il padre attore, dopo un improvviso malore sul palco, rapidamente si spegne – e il doloroso rovescio del loro destino famigliare: la giovane madre Emilie, rimasta vedova, sceglie infatti di risposarsi con un vescovo luterano, inflessibile portavoce di un dio sadico e punitivo che mortifica ogni inclinazione al piacere in nome del primato dell’austerità sulla dimensione ludica ed edonistica della vita.

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Fanny e Alexander, tra riscrittura biografica e gesto di sovversione pedagogica

Ewa Fröling (Emilie Ekdahl) e Jan Malmsjo (Vescovo Vergérus)

In Fanny e Alexander (1982), inizialmente realizzato, con un minutaggio complessivo pari a circa sei ore, per la tv e poi condensato e riconvertito per il grande schermo, Ingmar Bergman riscrive la sua biografia, immaginando che il suo alter ego filmico, il piccolo Alexander, fosse figlio di un uomo di teatro e no, com’è toccato a lui, di un pastore luterano dal cuore duro e il culto ossessivo per il dovere e la rispettabilità. Nello spazio della finzione, il grande maestro svedese cancella l’odiato fratello maggiore (nel film trova spazio solo una sorellina, sì complice ma tuttavia comprimaria del protagonista Alexander) e degrada il proprio genitore naturale al rango di patrigno assegnandogli, come se non bastasse, una fine umiliante e spietata.

Le correzioni a lui imposte dal padre durante la sua infanzia vengono a loro volta ‘ricorrette’ e vendicate da una trama narrativa che fa del padre-padrone un usurpatore di felicità, un mostro d’aridità che, pur desiderandolo, non riesce ad amare e a farsi amare. Eppure la sua funzione di giustiziere e censore sopravvive all’eliminazione fisica e si riorganizza sotto forma di schema appreso, di un irrigidimento del Super Io, della legge che mette un freno al desiderio di vita, di evasione, di ricreazione-compensazione fantastica della crudele mediocrità del reale. 

Fanny e Alexander, rievocazione della stagione magica dell’infanzia

‘Fanny e Alexander’ è un film di Bergman del 1982, ora disponibile, insieme ad altri capolavori del regista, su Amazon Prime

C’è in Alexander, questo bambino che si sta affacciando agli anni della prima adolescenza, qualcosa di indomito, qualcosa di furente e non è un caso che sia affidato al colore rosso intenso – il rosso bergmaniano che, come in Sussurri e grida, metaforizza la natura incendiaria dell’anima – e alla violenza rapinosa del fuoco il compito di revocare l’istanza punitiva per permettere alla contro-istanza permissiva di guadagnarsi la vittoria: Fanny e Alexander attua, grazie al magistero estetico e drammaturgico del regista, un’operazione di saldatura del mondo magico dell’arte al mondo, altrettanto magico perché abitato da magie bianche e nere, dell’infanzia, mentre, in parallelo, conduce un’investigazione pedagogica sul ruolo taumaturgico della menzogna. 

Alexander viene punito da bambino perché bugiardo: racconta all’insegnante che la madre l’ha venduto a un circo; racconta alla domestica che il patrigno ha segregato in una stanza la sua prima moglie e le loro due bambine, spingendole a buttarsi dalla finestra e a morire affogate nel fiume. La fantasia, anche se è una fantasia ‘scomoda’ per gli adulti, ci mostra Bergman, non è spia di una degenerazione morale, ma sintomo di una forma superiore di salute, quella dello spirito.

Il bambino che, al funerale del padre, sciorina una parolaccia dietro l’altra, elevando il turpiloquio scatologico a un mantra che conforta e sorregge nella sofferenza, non è un piccolo demonio da aggiustare, un ramo storto da levigare, ma il custode di un’intuizione profonda sull’esistenza,  esistenza che diviene sopportabile proprio e soltanto perché ‘riscrivibile’ attraverso la lente della ‘lanterna magica’, attraverso le bugie più o meno fantasiose che inventiamo, le maschere più o meno originali che indossiamo, attraverso le soluzione apotropaiche più o meno convenienti che escogitiamo. 

Fanny Alexander, l’arte della menzogna come salvezza

Fanny e Alexander, i fratellini Ekhald interpretati da Pernilla Allwin e Bertil Guve.

A questo lungometraggio con cui si congeda, ancora nel pieno delle sue risorse creative e della sua vena filosofica, dal cinema per dedicarsi al teatro e alla tv, Bergman consegna, così, non soltanto un testamento artistico ma soprattutto una dichiarazione d’amore alla vita e alle sue occasioni di felicità: alla cupezza della privazione e all’assedio della morte l’uomo che ha ‘conservato’ l’infanzia e la fascinazione per le storie di fantasmi – mostri mitologici o famigliari, spettri che si aggirano nelle stanze animate dal pensiero fantastico o negli anfratti bui della coscienza –  sa sempre rispondere con l’impertinenza gioiosa della bugia balsamica, della menzogna salvifica. Come dice August Strindberg, altro gigante della drammaturgia svedese, nelle parole di Sogno lette ad Alexander da nonna Helena nella scena finale del film, «tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà l’immaginazione fila e tesse (sempre) nuovi disegni». 

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