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Al suono roboante di musica techno sparata in cassa e allo sprono costante di un allenatore-guru esperto in kung fu, i Guerrieri della Luce allenano estenuantemente i loro corpi, mortificati più che rivitalizzati in una pratica che somiglia al massacro. Sulle colline marchigiane, dal 1998, una comunità, che ora ha raggiunto i ventidue membri compresi bambini che vi sono nati, si prepara allo scontro finale con il Male per far trionfare il Bene. Ma cosa sia questo Bene forse nessuno lo sa.

In anteprima italiana, dopo il passaggio dello scorso inverno alla Berlinale, Faith della regista brindisina Valentina Pedicini apre la competizione internazionale della sedicesima edizione di Biografilm, quest’anno interamente online ad eccezione della cerimonia di premiazione. La regista è entrata in punta di piedi nella comunità per testimoniarne lo stile di vita, le regole, le modalità di relazione, gli inciampi di motivazione ed appunto la fede del titolo, una fede cristiana a giudicare dai simboli ricorrenti negli interni del monastero, ma contaminata da ispirazioni marziali di stampo orientale, da retaggi di Manicheismo iranico e da una più astratta seduzione pagana che si esprime attraverso i ritmi martellanti ed estatici con cui il Maestro stimola i suoi discepoli alla resistenza e al sacrificio.

Faith: una fotografia superbia che radicalizza allegoricamente il contrasto tra bianco e nero

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‘Faith’ è realizzato in uno splendido bianco e nero

La regista ammanta il suo sguardo di un bianco e nero abbacinante in nome di un’esplicita allegoria: non a caso all’interno del monastero non è concesso indossare vesti se non di questi colori. La fotografia, superba e radicale, svolge una funzione straniante ed estetizzante in grado, assai paradossalmente, di anestetizzare le risonanze emozionali. Dagli uomini e le donne che la sua camera segue non emerge nessuna sostanza emotiva e l’impressione è quella di un raggelamento intimo, di una loro profonda incapacità di raggiungere la verità dell’esperienza di vita, una verità più temuta che rincorsa.

Se è apparentemente lodevole la volontà della cineasta di documentare il reale – ma è un reale incrinato dalla mancanza di spontaneità dei suoi soggetti ipercontrollati di fronte al mezzo testimoniale – e dal rifiuto a sovrapporvi una lettura marcatamente autoriale, d’altra parte il film avrebbe guadagnato da una sottolineatura più energica dei suoi nodi di riflessione: il moto (auto)punitivo, il culto della norma, la devozione a un ideale astratto di Bene che, però, non si manifesta concretamente in alcun modo, il rapporto ambivalente con il corpo, curato all’eccesso ma disprezzato nell’autenticità dei suoi impulsi, il senso ultimo di sperimentare la clausura – anche se ‘reversibile’ – come via di fuga da un mondo percepito come demoniaco e maligno, la fobia di contaminazione, il desiderio di correggere e autocorreggersi sono tutti nuclei tematici che affiorano sì, ma restano in superficie, irrisolti, accantonati.

Faith: un’opera interessante ma irrisolta, più muscolare che investigativa

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Faith è stato prodotto da Donatella Palermo per Stemal Entertainment.

Allo spettatore è richiesto di interrogarsi e di rispondersi e, seppure l’arte, letteraria o filmica che sia, costituzionalmente non è in grado di dare risposte, non può neppure trascurare del tutto l’urgenza di decodifica per dedicarsi alla sola sintesi formale. Il cinema documentaristico della Pedicini è, dunque, un cinema muscolare, sorretto da una tonicità espressiva di grande impatto ma negligente nel modo in cui elude di mordere il nocciolo della questione.  Non si chiede mai chi è quel Dio dato per certo e quali siano le ragioni per cui immolarvisi sia per alcuni preferibile a percorrere una strada di libertà, ad assumersi la responsabilità della propria imperfezione e ad accettare, magari pure tragicamente, quella del mondo. Quel che resta è, così, una destabilizzazione futile, uno scuotimento passeggero.

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