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Eli è il titolo del nuovo film horror targato Netflix, ma è anche il nome del protagonista interpretato da Charlie Shotwell e, rimaneggiando queste lettere, ecco che restituisce al pubblico la parola “lie”, ovvero bugia. Diretto da Ciarán Foy (Sinister 2) è infatti un inganno che si dilata dall’incipit alla conclusione, senza fornire punti di riferimento concreti, perdendo di forma e appeal, ma in un certo modo recuperando sotto altri aspetti.

Prodotto da Paramount con MTV Films, Intrepid Pictures e Bellevue Productions, il film sceneggiato da David Chirchirillo, Ian Goldberg e Richard Naing ci parla del piccolo Eli, affetto da una malattia autoimmune che gli proibisce di vivere normalmente, costringendolo ad albergare in zone sterili o a uscire nell’involucro di una tuta di plastica. Il film ci dirotta direttamente verso la possibile conclusione di tale calvario, dal momento che i suoi genitori, interpretati da Kelly Reilly (Eden Lake, Flight) e Max Martini (Pacific Rim), vengono a conoscenza di una persona in grado di curarlo: la dottoressa Isabella Horn, di cui veste i panni Lili Taylor (L’evocazione – The Conjuring). L’abitazione in cui i tre arrivano ha un fascino sinistro per via della sua totale sterilità, per la presenza di zone a cui non è consentito l’accesso ma, soprattutto, per la presenza di alcuni spiriti che adagio si palesano al protagonista con irruenza, seminando la pellicola di jumpscare abbastanza prevedibili, che si verificano quando più ci se li aspetta svolgendo la funzione non proprio di spaventare quanto di movimentare un horror che altrimenti risulterebbe abbastanza piatto.

Eli: jumpscare casuali e troppi cliché nell’horror di Ciarán Foy

Eli film netflix Cinematographe.it

Nonostante un’idea non del tutto sbagliata, l’errore di Eli consiste in una sceneggiatura farraginosa e senza midollo che disorienta lo spettatore appigliandosi ai cliché del genere horror ma quasi senza seguire un filo logico. Si pronuncia infatti come una ghost story per poi terminare come un esorcismo. Un plot twist che poteva essere provvidenziale e invece appare scialbo anche a causa di personaggi camaleontici e senza personalità. Se la dottoressa cui presta il volto la Taylor appare losca fin dal principio, a cambiare completamente prospettiva e senza una motivazione apparentemente valida sono i genitori del bambino, forse l’unico personaggio che riesce a instaurare un pizzico di empatia col pubblico, salvo poi perdere anch’egli terreno per via della sua metamorfosi finale.

Eli: un grande cast, ma personaggi amorfi

In questo quadro di personaggi vuoti, nel quale l’unica ventata d’aria fresca è rappresentata dall’attrice di Stranger Things, Sadie Sink (poche apparizioni ma almeno un’unica e solida personalità), il finale stravolge completamente la prospettiva, conducendo l’indagine intrapresa dal piccolo protagonista verso un tunnel senza uscita. Insomma, l’intuizione non era malvagia, ma l’incapacità di amalgamare quell’ultima mezz’ora al resto della pellicola ha giocato brutti scherzi!
Senza poter contare su una sceneggiatura poderosa, Eli cerca di aggrapparsi così alla potenza della colonna sonora, alzando il volume nei momenti che dovrebbero trasmettere maggior tensione: una manipolazione dei sensi non perfettamente riuscita. Tuttavia, la mano di Jeff Cutter (10 Cloverfield Lane) alla fotografia si vede e aggrada la vista in più di un’occasione.

Tirando le somme, dispiace vedere attori già avviati nel genere orrorifico, sicuramente capaci di dare un’interpretazione di spessore, costretti a calarsi in personaggi amorfi, così come dispiace constatare che dopo il passo falso di Sinister 2 Foy non sia riuscito ad azzeccare quest’ultima regia, eppure tra gli sceneggiatori poteva vantare quel duo composto da Ian Goldberg e Richard Naing, tra gli autori di Autopsy.

Detto questo, non ci resta che archiviare Eli tra i film dimenticabili, anche se non escludiamo l’apprezzamento da parte di qualche neofita amante del genere, che magari apprezzerà il titolo Netflix proprio per la sua “leggerezza”.

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