Venezia 74 – Dove cadono le ombre: recensione

È ispirata ad una storia vera l'opera prima di Valentina Pedicini, Dove cadono le ombre, un film di denuncia verso una pagina a lungo dimenticata di storia.

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Esistono pagine di storia dimenticate, enormi buchi neri nella memoria collettiva che spesso solo il cinema riesce a colmare. Questo sembra essere anche il pensiero di Valentina Pedicini, regista pugliese che, con Dove Cadono le Ombre, suo primo lungometraggio in concorso alle Giornate degli Autori della 74ª Mostra del Cinema di Venezia, dà vita ad un cinema coraggioso, di impegno civile, che si ripropone di riportare all’attenzione del pubblico una storia sconosciuta eppure assurdamente vicina a noi nel tempo e nello spazio.

Siamo nientemeno che nella pulita e civile Svizzera: questo il teatro della strana e quanto mai reale favola nera messa in scena dalla regista. Gli spettatori fanno così la conoscenza di Anna e Hans, rispettivamente infermiera e assistente di un istituto per anziani. Le pareti bianche, le stanze linde e pulite nascondono però un oscuro segreto: quelle stesse sale un tempo ospitavano un vero e proprio tempio dell’eugenetica, crudele ricovero per bambini jenisch, (la terza etnia nomade europea dopo i rom e i sinti), sottratti alle proprie famiglie per essere trasformati in “onesti cittadini svizzeri”. Dove cadono le ombre assume così i contorni di un grido di denuncia, di una volontà di indagine su un pezzo di storia troppo recente per essere ignorato o dimenticato.

Dove cadono le ombre

Apprendiamo lentamente dell’operato della Pro Juventute, un’associazione filantropica attiva in Svizzera dal 1926 al 1986, allo scopo di estirpare il fenomeno del nomadismo. Durante la sua fin troppo lunga esistenza, l’associazione sottrae circa 2000 bambini alle proprie famiglie, appartenenti alla minoranza etnica degli jenisch. Rinchiusi in prigioni camuffate da ospedali e orfanotrofi, i bambini vengono sottoposti a trattamenti scientifici e pratiche disumane come la sterilizzazione. Un genocidio silenzioso di cui l’opinione pubblica internazionale rimane all’oscuro fino agli anni ’70, ma di cui, in patria, ovviamente tutti sono al corrente.

Dove cadono le ombre è un grido di denuncia nei confronti di un pezzo di storia troppo recente per essere ignorato o dimenticato

La Pro Juventute infatti è un’istituzione pubblica, finanziata direttamente dalla Federazione Elvetica, da benefattori, industriali, civili rispettosi delle leggi, tutti ugualmente sedotti dal mito del miglioramento della razza, all’epoca dilagante in Europa. Per correggere, “raddrizzare”, addomesticare le pulsioni malvagie, eliminare le differenze, trasformare quella che viene considerata una “razza inferiore” in cittadini “normali”. Bisognerà aspettare gli anni ’70 e le battaglie mediatiche portate avanti contro la Pro Juventute da sopravvissuti come Mariella Mehr, perché si cominci davvero a discutere di uno dei periodi più bui della storia svizzera del XX secolo.

Dove cadono le ombre

In Dove cadono le ombre Anna e Hans sono due di quei bambini brutalmente sottratti ai genitori naturali, schiavi della clinica che li ha visti sfruttati, puniti e finanche sottoposti a esperimenti, al punto da non riuscire ad abbandonarla. Quando nell’istituto dove lavorano arriva Gertrude, un’anziana signora, dietro la cui apparente rispettabilità si nasconde il medico- aguzzino a capo del progetto eugenetico di cui i due sono stati vittima, l’orrore di un tempo torna a riaffiorare in tutta la propria tragicità.

La regista si avvicina ad un argomento tanto complesso in punta di piedi, trattando con profonda delicatezza un tema forte che ben si presterebbe a facili denunce e scene di violenza. Niente di tutto questo nel film della Pedicini invece, in cui la narrazione procede lentamente, per allusioni, grazie alle quali, come tanti piccoli indizi disseminati tra le pagine di un giallo, lo spettatore arriva a ricostruire progressivamente il passato dei due protagonisti e la tragedia di cui sono state vittime.

La narrazione procede con il ritmo di un giallo, disseminato di indizi che spetta allo spettatore mettere insieme

Dove cadono le ombre

Anna e Hans, i bravi Federica Rossellini (1992) e Josafat Vagni (Acab, Una questione privata, Romanzo Criminale 2), sono due anime spezzate, intrappolati in un corpo da adulti, in un luogo e in un tempo ben precisi la cui infanzia interrotta li ha condannati ad essere eterni bambini, costretti a fare i conti con un passato ingombrante, ma incapaci di vendetta. Un passato che riaffiora nel rapporto con l’algida e spietata Gertrude, magistralmente interpretata da Elena Cotta (Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Venezia nel 2013 per Via Castellana Bandiera).

Ma in Dove cadono le ombre Valentina Pedicini rifiuta preconcetti e soluzioni di comodo, una divisione manichea tra bene e male, perfino in un contesto del genere. Soprattutto nei dialoghi tra Anna e Gertrude, che probabilmente rappresentano i momenti più alti e riusciti dell’intero film, assistiamo al dischiudersi di due personaggi senza abbellimenti, umani e autenticamente complessi, che spesso rendono difficile distinguere il confine che intercorre tra donna e bambina, amore e odio, vittima e carnefice.

Dove cadono le ombre

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