dirty dancing

Il Cinema è un’arte multisfaccettata, valutabile da innumerevoli punti di vista: la tecnica, la recitazione, l’originalità della storia e lo stile registico. Ma c’è un parametro che sfugge ad ogni scala di valutazione, ed è probabilmente l’unico in grado di incastonare una pellicola nell’Olimpo dei film immortali come Dirty Dancing, capaci di suscitare emozioni che segnano indelebilmente lo spettatore o, più semplicemente, in grado di farlo sognare. 

Dirty Dancing – Balli proibiti incarna perfettamente questa categoria avendo rappresentato –  a partire dalla sua uscita al cinema nel lontano 1987 – un vero e proprio fenomeno di massa ed un enorme successo mondiale, culminato con la vittoria del Premio Oscar e del Golden Globe per la Miglior Canzone Originale (I’ve had) The Time of My Life.

Ma qual è il segreto del successo straordinario di questa commedia dall’impianto narrativo semplice e dalle umili pretese iniziali, dato il budget ridotto e l’assenza di grandi nomi nel cast (fatta eccezione per Jerry Orbach, famoso al tempo ma qui in un ruolo di supporto)?

Per analizzare la portata del fenomeno Dirty Dancing è necessario far riferimento alle emozioni primordiali suscitate dalla sua costruzione, basata sull’irresistibile connubio fra musica (e quindi danza), amore, sesso e rivalsa, tutti elementi in grado di scatenare vere e proprie tempeste emotive, soprattutto se sapientemente interconnessi come accade nel film.

Dirty Dancing: un amore apparentemente impossibile favorito dal potere primordiale della musica

dirty dancing

Dirty Dancing è principalmente la storia di un amore impossibile ed ideale, slegato da tutte quelle premesse che normalmente obbligano a mettere fastidiosamente i piedi per terra: un   bellissimo e sensuale maestro di ballo (Patrick Swayze) perde la testa per la bruttina ma intelligentissima e sensibile Francis, detta Baby (Jennifer Grey), costruendo insieme a lei una favola in cui il bruco diviene farfalla ed il bel tenebroso esce dal suo guscio apparentemente inscalfibile, volteggiando sulla vita a dispetto di tutti gli ostacoli incontrati e decretando un assoluto trionfo del bene e della giustizia sulla disonestà e sul pregiudizio.

Ma andiamo con ordine: siamo nell’estate del 1963 e la famiglia Houseman, composta da padre, madre e due figlie, si appresta a trascorrere le vacanze presso un villaggio turistico delle Catskill Mountains. La figlia minore e “cocchina di papà” Francis “Baby” Houseman ha 17 anni ed aspira ad una carriera nei Peace Corps. Nel corso della vacanza, tuttavia, Baby si imbatte in Johnny Castle, maestro di ballo in coppia con Penny Johnson al servizio dei clienti (e delle clienti…) dell’Hotel. Baby rimane stregata dalla sensualità del movimento di quei corpi che, attraverso sinuosi “Balli Proibiti”, le aprono un  nuovo mondo in cui  l’interesse per lo studio ed il desiderio di compiacere il papà si sostituiranno progressivamente con una nuova forma di desiderio, che ne decreterà l’iniziazione alla vita adulta.

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Johnny e Baby: due mondi apparentemente opposti, uniti da un fortuito imprevisto

A favorire il collimare dei due mondi apparentemente opposti di Baby e Johnny, l’inaspettata gravidanza di Penny, provocata dalla relazione con un cameriere del villaggio,  e l’impossibilità per la professionista di presenziare al duo di mambo previsto da lì a pochi giorni, a causa delle conseguenze di un aborto improvvisato, curate dal padre di Baby. L’unica soluzione per far sì che i due ballerini non perdano il posto di lavoro è trovare una sostituta per l’esibizione, scelta obbligata che ricade sull’unica persona disponibile, Baby.

Avrà inizio così un periodo magico e sospeso, durante il quale il tacito ma esplicito linguaggio della danza fungerà da intermediario fra gli universi diversissimi dei due ragazzi, provocando la nascita di un amore abbastanza forte da affrontare ogni avversità, trionfando a dispetto delle sfortunate ed improbabili premesse.

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Dirty Dancing: la rivalsa della verità e della sostanza sulla falsità e le apparenze

Johnny e Baby sono solo due ragazzi che vorrebbero amarsi e stare insieme ma che devono fare i conti con una forza altrettanto potente, quella del pregiudizio, capace di far saltare a conclusioni affrettate, attribuendo al prossimo colpe e caratteristiche negative immeritate. Un elemento che nel film agisce in più direzioni, a partire dalla diffidenza con la quale Baby viene accolta dal gruppo di ballerini, evidente nel disprezzo che il padre della ragazza dimostra per Johnny, data la sua appartenenza ad un contesto socio-culturale differente, e che raggiunge l’apice nell’ingiusta accusa di furto che decreterà il licenziamento del ballerino e la possibile fine del sogno d’amore con Baby.

Un ostacolo che i due ragazzi decidono di combattere nel più semplice dei modi, continuando ad essere profondamente se stessi ed attendendo – forse in modo un po’ troppo surreale – che il bene trionfi sul male, liberandoli dalla morsa delle false accuse.

Ma la forza di Dirty Dancing  sta anche e soprattutto in questo, far dimenticare per poco più di un’ora e mezza il significato del verbo arrendersi, per godersi la proiezione di un mondo ideale in cui tutto è possibile, basta attendere il momento giusto.

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Un film in cui la musica si erge a vera e propria protagonista, sottolineando il mood di ogni scena con una playlist indimenticabile,  da ascoltare e riascoltare, immergendosi nell’atmosfera dorata ed ingenua dei favolosi anni ’60, un’epoca da rimpiangere e da rivivere.

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