Venezia72 – De Palma: recensione

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De Palma è il documentario diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow sulla vita e la carriera di uno dei più talentuosi registi della New Hollywood, ovvero Brian De Palma, che ha assistito personalmente all’anteprima del film a Venezia72 al termine di una breve ma emozionante cerimonia in cui gli è stato conferito il Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker 2015.
I due registi compiono fin da subito una scelta di campo che diventa al tempo stesso il maggiore pregio e il peggiore difetto della pellicola, ovvero quella di eclissarsi completamente dal racconto, limitandosi a montare al meglio le fotografie e le scene più belle della carriera di Brian De Palma in ordine rigorosamente cronologico lasciando campo aperto alla sua parlantina. Il maestro intrattiene e affascina lo spettatore per quasi due ore con una serie di aneddoti sulle sue opere e sulle sua vita, togliendosi più di un sassolino dalla scarpa su produttori, attori e sceneggiatori con i quali si è scontrato nel corso della sua memorabile carriera. Baumbach e Paltrow ci restituiscono così il quadro di quello che prima di tutto è un appassionato cinefilo e adoratore delle opere di suoi predecessori come Sergej Ėjzenštejn, Alfred Hitchcock (a cui non risparmia una stoccata sull’ultima parte della sua carriera) e Akira Kurosawa, dai quali ammette con grande sincerità e umiltà di avere tratto spunto e ispirazione per i suoi film, che per tutto il suo percorso umano e professionale ha cercato di rinnovarsi e migliorarsi a livello tecnico e contenutistico, arrivando però all’amara conclusione che il meglio della carriera di un regista avviene fra i 30 e i 50 anni, e che tutto ciò che viene dopo è poco più di una rimasticatura di quanto fatto precedentemente.

Il documentario sulla vita e la carriera di Brian De Palma diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow

De Palma – una lezione di cinema di due ore

Ci si accorge ben presto di non avere a che fare con un classico documentario ma con una vera e propria lezione di cinema da parte di Brian De Palma, che in un lungo one man show ripercorre tutta la sua carriera, dagli inizi in compagnia degli amici Steven Spielberg e George Lucas, periodo durante il quale ha lanciato anche un giovane attore di nome Robert De Niro in film come Ciao America!, Oggi sposi e Hi, Mom!, passando per i successi di Carrie, Scarface, Gli intoccabili e Carlito’s Way e arrivando alle ultime pellicole come The Black Dahlia, Redacted e Passion, alle quali, coerentemente con la tesi di De Palma sul declino della carriera di un regista dopo i 50 anni, viene dedicato meno spazio. Nel corso del racconto, Brian De Palma ci parla dei suoi difficili rapporti con il mondo di Hollywood, sempre pronto a mettere le mani sulle sue opere distorcendone i contenuti, del sincero dispiacere per l’insuccesso commerciale di pellicole in cui credeva molto come Blow Out e dell’orgoglio per alcune sue scelte tecniche come lo split screen in Le due sorelle, l’inseguimento nel museo in Vestito per uccidere e la scena finale di Carrie, film sul quale il maestro si autocompiace anche per il fatto che secondo lui i seguiti e i vari remake hanno compiuto tutti gli errori che lui aveva diligentemente evitato.

Il documentario non tralascia nessuno dei film della carriera del maestro, dedicando a ognuno di loro almeno un cenno. Fra aneddoti particolarmente interessanti e divertenti, come quello in cui un Al Pacino stanco delle ripetizioni della scena dell’inseguimento sul treno di Carlito’s Way approfittò di uno di quegli stessi treni per abbandonare il set e tornare a casa o le reali provocazioni a Michael J. Fox da parte di Sean Penn in Vittime di guerra, con lo scopo di tirare fuori un reale sentimento di rabbia dal protagonista di Ritorno al futuro, e un pizzico di malinconia per un periodo che secondo De Palma semplicemente non è ripetibilevorremmo che la conclusione non arrivasse mai, come quando ritroviamo un amico con il quale avevamo perso i contatti e che, dopo una serata di ricordi e risate, non vorremmo più lasciare. I titoli di coda di questo semplicissimo ma soddisfacente documentario però ovviamente arrivano, lasciandoci un po’ di amaro in bocca per l’irripetibilità di un certo tipo di cinema ma anche appagati per queste due coinvolgenti ore di racconti di uno dei più grandi registi degli ultimi 40 anni della settima arte.

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