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Prima ancora di essere valutato come opera prima, Cuties di Maïmouna Doucouré è stato al centro di una giornata (o due) di polemiche social. Il manifesto promozionale con cui Netflix ha deciso di lanciare l’imminente distribuzione in streaming del film presentato al Sundance 2020 ha fatto molto discutere: al centro del dibattito, la scandalosa sessualizzazione di un gruppo di bambine ritratte in pose effettivamente ammiccanti. Tolte dal loro contesto, le piccole protagoniste di Cuties (Mignonnes, in lingua originale) erano assolutamente provocatorie e disturbanti. Insomma, se l’obiettivo era creare aspettativa e far parlare del film, la piattaforma di streaming ha centrato il segno. Ma a che prezzo?

Cuties (Mignonnes) si presenta come un “normale” film di formazione su una giovanissima protagonista (di appena 11 anni), Amy (Fathia Youssouf) che trova la propria valvola di sfogo a una situazione famigliare problematica nella danza e – soprattutto – nell’accettazione da parte di un nuovo gruppo di amiche. La piccola, di origine senegalese ma nata in Francia, vive il conflitto tra quello che è il rigido protocollo tradizionale della sua famiglia e la vita in uno dei Paesi più emancipati, sessualmente disinibiti e irriverenti al mondo. Un conflitto classico, non inaspettato: solo che, e questo scandalizza lo spettatore, avviene davvero molto, molto presto. E con modi che siamo abituati a vedere in donne molto più grandi di Amy e delle sue compagne di scuola.

Cuties: tra il velo e il twerking

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Se l’immagine decontestualizzata ha fatto storcere non pochi nasi, anche da parte di pensatrici e opinioniste femministe, la storia in cui questa è calata dà una connotazione diversa alla provocazione. L’ambiente di Amy, Angelica (Médina El Aidi-Azouni), Coumba (Esther Gohourou), Jess (Ilanah Cami-Goursolas) e Jasmine (Myriam Hamma) è quello della periferia francese, dove le minoranze culturali e etniche vivono una sorta di separatismo, che permette loro di restare impermeabili al contesto sociale e politico del Paese in cui si trovano. L’integrazione in Francia, quella reale, quella dei cosiddetti ascensori sociali che permettono di arrivare in qualunque posizione tramite gli strumenti del welfare statale, è un tema molto complesso e sicuramente meno roseo di quel che si potrebbe pensare.

Amy, a 11 anni, è testimone silenziosa di un dramma familiare importante, quello che vede l’imminente ritorno a casa del padre con la seconda moglie, portata direttamente dal Senegal. La madre, che deve difendere l’immagine di donna devota e sottomessa, non è autorizzata a lamentarsene, ma la sofferenza la sta consumando. La rabbia di Amy verso un sistema che le è imposto ma che non le piace, la porta ad uscire dagli schemi patriarcali che vede così dannosi e crudeli verso il proprio punto di riferimento affettivo. Una ribellione tipica dell’adolescenza che – realisticamente – Maïmouna Doucouré anticipa alla fase pre-puberale.

Si cresce troppo in fretta?

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Contestare a Maïmouna Doucouré di aver precocizzato il passaggio a un’età semi-adulta di queste bambine significa non saper leggere il reale messaggio del film. Nel momento in cui, a 11 anni, Amy ha le prime mestruazioni, l’anziana zia (Mbissine Thérèse Diop) le spiega il suo ruolo di donna nella società. È ormai pronta ad essere “promessa” a un uomo, a indossare i panni della padrona di casa e accogliere – in un futuro non troppo lontano – il vessillo di madre. Allora, è il twerking a rendere “troppo adulte” queste bambine o le aspettative che la piramide patriarcale impone loro fin dai primi anni dello sviluppo?

Oltretutto, la storia di Cuties mostra come l’autodeterminazione del proprio corpo sia un processo che le donne costruiscono un passo dopo l’altro e che – senza gli strumenti della consapevolezza di sé e un contesto sereno – può rapidamente sfuggire di mano. Amy, ripetiamo, è una bambina incompresa dalla famiglia, con punti di riferimento culturali in aperto contrasto con il suo desiderio di libertà. Insomma, non basta voler essere libere e sentire la necessità di ribellarsi per vivere realmente una condizione più emancipata. Specialmente a 11 anni.

Cuties: un film molto più complesso di quel che sembra

Sia chiaro: l’immaginario promosso da quel poster così problematico è presente anche nel film. Tuttavia, si intuisce che la regista non si ferma al gusto della provocazione in sé, ma si sforza di ritrarre un quadro contraddittorio, dove l’unica cosa inequivocabile è l’innocenza delle protagoniste. Anche nella loro voglia prematura (prematura? Ma, poi, da che punto di vista?) di crescere, di esplorare la relazione con l’altro sesso, dell’emulare i propri modelli, c’è ancora la dimensione del gioco che fa di queste bambine più dei Giamburrasca che delle Lolita. L’uso dello smartphone e dell’online in generale è molto ben studiato dalla regista, che riesce a integrarlo realmente nelle dinamiche sociali delle ragazze: la chat, senza video, permette di simulare un’età e una maturità inesistenti e diventa il terreno più frequente di esplorazione di sé e dell’altro. Inoltre, la grande cassa di risonanza dell’emancipazione delle Cuties è proprio nella ripresa in video, nella possibilità – con pochi mezzi ma molta sfacciataggine – di avvicinarsi a quelle star irraggiungibili, protagoniste di una femminilità prorompente, molto diversa da quella delle madri velate.

Dal canto suo, Maïmouna Doucouré sembra quasi non esprimersi su cosa sia giusto o cosa sia sbagliato, ma è sempre e comunque vicina al punto di vista delle più piccole. E questa è, di per sé, una grande presa di posizione.