voto del pubblico 3.9/5
voto finale 2.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Disponibile dal 20 agosto su Netflix, in distribuzione internazionale, Crimini di famiglia è film drammatico cupo, violento – più nelle tematiche che nella messa in scena – diretto da Sebastián Schindel. Con un cast all’altezza di un copione denso e difficile, Crimini in famiglia si presenta come un avvincente dramma processuale e privato, dove due imputati (il cui legame è terribile, ma taciuto fino all’ultimo) sono chiamati a raccontare due facce della stessa medaglia, ovvero quella della violenza sulle donne.

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Protagonista del film è la signora Alicia, interpretata da Cecilia Roth, molto amata nel ruolo di Manuela in Tutto su mia madre, capolavoro di Pedro Almodóvar. In effetti è su di lei che si regge l’intera faccenda, sia da un punto di vista narrativo, sia – per il personaggio – da un punto di vista emotivo. Carnefice e vittima allo stesso tempo, Alicia è una madre pronta a tutto pur di difendere suo figlio, persino a passar sopra al proprio codice morale. Un personaggio che incarna l’estrema contraddizione dell’amore materno, votato alla protezione del più debole ma accecato dal legame familiare.

Crimini di famiglia racconta il dramma da un particolare punto di vista

crimini in famiglia cinematographe.it

Quando si è davanti a un caso di cronaca (il film, tra l’altro, è ispirato a fatti realmente accaduti) spesso ci si lascia andare a giudizi sommari ed affrettati, presi dalla smania di sbattere il mostro in prima pagina e di anticipare il corso della giustizia. Spesso non si considera il punto di vista di chi vive quel dramma in prima persona, preso dal dolore per ciò che sta accadendo al proprio caro e la vergogna della gogna mediatica che inevitabilmente si scatena. La Alicia di Cecilia Roth ben rappresenta questo punto di vista interno, di madre resistente, che deve confrontarsi con l’esterno oltre che con la paura di perdere il figlio. Poco importa che questo sia realmente colpevole, ai suoi occhi: se c’è qualcosa che può fare per proteggerlo, lei non risparmierà soldi ed energie.

Crimini in famiglia (traduzione fedele, ma sbagliata al punto giusto dell’originale Crímenes de familia) parte da un processo, quello che vede sul banco degli imputati il figlio di Alicia e Ignacio (Miguel Ángel Solá), una coppia benestante di Buenos Aires. Daniel (Benjamín Amadeo) – questo è il nome dell’uomo – è accusato di violenza sessuale ai danni dell’ex moglie Marcela (Sofía Gala Castiglione). La sua situazione sembra disperata, a causa di una prova schiacciante in mano all’accusa. Proprio questa prova sarà un elemento determinante nel corso del film, che segnerà lo spartiacque fondamentale nell’evoluzione morale della protagonista.

La maternità come dramma

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Se da un lato abbiamo una madre che deve affrontare il grave crimine del figlio adulto, dall’altro abbiamo un personaggio parallelo estremamente interessante. Gladys (Yanina Ávila) è la domestica di Alicia e Ignacio, e madre del piccolo Santiago. Il suo passato traumatico, la sua scarsa educazione e un lieve ritardo mentale hanno fatto sì che vivesse il suo essere genitrice in maniera del tutto succube alla sua “padrona” che – di fatto – continua a trattarla come una bambina di cui prendersi cura. Insomma, lo spirito materno di Alicia è totalizzante e arriva a schiacciare quasi tutto quello che la circonda, pur nella migliore delle intenzioni.

Un giorno difficile in un periodo ancora più difficile, e Alicia taglia corto su un malessere di Gladys intimandola a non rimanere ancora incinta. Da allora la ragazza vivrà una gravidanza psicotica, che culminerà in una notte angosciante e senza ritorno. La tragedia di Gladys dà il La per esaminare la femminilità violata da un altro punto di vista, quella della vittima assoluta che non ha né gli strumenti intellettuali, né materiali per riconoscere e denunciare la propria condizione. Non per altro, tra Gladys e i suoi carnefici (chi più, chi meno, tutti si macchiano del delitto dell’emarginazione e della mancanza di empatia) c’è un profondo divario sociale, ritenuto incolmabile in una società fortemente classista. Prima di tutto madre, prima ancora che donna, prima ancora che essere umano: la ruolizzazione estrema che colpisce il genere femminile sembra essere il motore principale della giostra emotiva di Crimini in famiglia.

Crimini in famiglia, in conclusione

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Crimini in famiglia ha diversi motivi per essere visto, e qualcosa che potrà far storcere il naso allo spettatore abituato al cinema in sala. Il film fa parte di un’offerta di prodotti televisivi distribuiti da Netflix e ne risente per quel che riguarda gli aspetti più tecnici, legati soprattutto alla regia e alla fotografia. Tuttavia, anche in questi limiti si riconoscono alcune idee interessanti, specialmente nell’uso attento della scenografia – specialmente quella domestica – nel raccontare gli spazi angusti dove si consuma il dramma principale. Il senso di oppressione e di squallore, così come l’aria sinistra che avvolge Gladys sono sicuramente dei meriti da attribuire a Sebastián Schindel, così come alla brava interprete che si fa carico di questo personaggio così difficile.

Stupisce in positivo la tenuta degli attori secondari rispetto a scene complesse, con monologhi mediamente lunghi, in cui riescono bene a calibrare l’uso delle emozioni, riuscendo a rendersi credibili e quasi mai sopra le righe. Ci vuole rispetto e discrezione anche in questo. Di pari passo va la scrittura, che affronta tematiche di grande delicatezza con concreta e misurata sensibilità, senza banalizzare e – anzi – introducendo spunti di riflessione piuttosto rari nella cinematografia mainstream.