GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE - FILMISNOW

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Dorothy Otnow Lewis parla tranquillamente, ride, ride moltissimo. È qualcosa che colpisce in una donna che ha analizzato e studiato il comportamento di ben ventidue serial killer e un numero più che raddoppiato di assassini, ma che mentre ne ripercorre le interviste e i casi di cui è stata tra i principali ricercatori non sembra averne scalfito la parte più intrinsecamente genuina e umana. Perché sentir parlare di parti genitali mutilate e di continui abusi sessuali non può certo lasciare del tutto intaccata la personalità di una persona eppure la dottoressa Lewis riesce a creare uno scarto netto tra ciò che è il suo mestiere e ciò che riguarda il modo con cui ha scelto di approcciarsi a quest’ultimo fin dal principio, tanto da sorprendere per la tranquillità con cui è in grado di parlarne.

E lo fa, così, nel documentario a lei dedicato da Alex Gibney Crazy, not insane, gli studi decennali della studiosa statunitense che, dall’inizio, sono sempre stati mossi da quell’unica, sola domanda che ha focalizzato la sua intera branchia di interesse: perché noi uccidiamo? In un insieme di dati documentati e registrati, partendo dai primi passi mossi nella propria carriera dalla donna e mostrando come sia sempre stata quella domanda prima ad averla spinta in quell’ambiente di cui sarebbe stata, poi, una pioniera, la protagonista del doc ripercorre la nascita sugli studi riguardanti i disturbi dissociativi o multipli della personalità mostrando come aspetti totalmente inesplorati, fino a quel momento, rappresentassero alcune delle cause originarie dei comportamenti violenti degli esseri umani.

Crazy, not insane – Perché uccidiamo?crazy, not insane, cinematographe

Nell’attenzione posta alla parte scientifica del cervello e del suo funzionamento, scoprendone unicità e anomalie che potrebbero suscitare condizionamenti significativi nelle azioni delle persone, Dorothy Lewis ha da sempre sostenuto l’incidenza che una base neurologica può comportare negli atteggiamenti e nelle azioni di personaggi, dunque, non solamente crudeli, ma affetti da serie patologie che gli impedirebbero di agire secondo la loro piena volontà. Un origine del male che non ha più, dunque, solamente basi sociali e culturali, fondamentali comunque all’interno del quadro dell’osservazione della figura dell’assassino, ma condizionamenti causati da vere malattie che potrebbero cambiare totalmente lo sguardo su ciò che di sbagliato sono portati a compiere gli individui, in uno studio preciso per quanto terrificante su ciò che può accadere alla mente di ognuno.

In un mondo dove la concezione di male viene attribuita alla sua connotazione religiosa, svuotandola di un significato che vorrebbe la malvagità come appartenente primariamente alla persona e non cercando, invece, di osservarne le possibili cause al di fuori, la dottoressa Lewis percorre invece una strada che conduce alla ricerca e ai risultati di un mestiere in cui la donna si è fiondata traendone i più ricchi risultati, dovendo scendere a patti con le perversioni e la malattia di tanti, ma fornendo un compendio esaustivo, seppur ancora in via di crescita, dei comportamenti dei serial killer.

Dai casi minori a Ted Bundy: le ricerche di Dorothy Lewiscrazy, not insane, cinematographe

E, appassionandosi come farà poi lo spettatore ritrovatosi di fronte al documentario, Alex Gibney dà con animosità prova della grande curiosità che il regista sente per l’argomento e per quella figura fondamentale per la psichiatria tutta, non volendone solamente dare uno spettro glorioso e inappuntabile, contestandone anzi i metodi secondo opinioni contrastanti e mostrando anche le battute d’arresto di una carriera corposa, ma non priva di pregiudizi. In più, la scelta apprezzabile di adottare soluzioni alternative alla sola intervista e ai materiali di repertorio, contribuisce all’intrattenimento e all’attenzione già molto alta del pubblico, con l’aggiunta anche della voce narrante di Laura Dern per impreziosire le parti puramente di racconto del documentario.

Da casi minori affrontati da Dorothy Lewis al raggiungimento di un caso di studio su Ted Bundy, di cui la dottoressa conserva l’ultima intervista fatta al famoso serial killer prima di venire giustiziato: Crazy, not insane non solo è un bacino da cui alimentare la fascinazione per i casi più truculenti degli assassini negli USA, ma incentiva a una riflessione sulla malattia mentale e come la natura, a volte, agisca dominando su di noi. Un dibattito che non si limita, dunque, alle sole azioni degli aggressori, ma alle motivazioni principali per cui sono stati scossi fino a un ragionamento consequenziale sulla pena di morte e le sue implicazioni, cercando di fare passi in avanti in una scienza ancora difficile da legittimare, ma che ci rivela che, forse, come umani, abbiamo ancora molto da imparare.

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