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Quella del 26 aprile 1986 è una di quelle notti che l’umanità intera non potrà mai dimenticare, destinata a rimanere impressa a caratteri cubitali e per sempre nelle pagine più drammatiche e dolorose della Storia e nella memoria collettiva. Le lancette dell’orologio segnavano l’1:23:45 quando, presso la centrale nucleare di Černobyl, nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, l’esplosione del reattore 4 che sprigionò una potenza equivalente a 500 bombe atomiche alla quale seguì una nube tossica e una contaminazione che causò conseguenze atroci  (migliaia di malattie e tumori) nella popolazione locale della municipalità di Pryp”jat’, del restante territorio ucraino e per quelli confinanti di Bielorussia e Russia.

Chernobyl 1986 è la replica russa all’acclamata serie HBO di Craig Mazin

Chernobyl 1986 cinematographe.it

Ad oggi si tratta del più grave incidente della storia del nucleare civile e l’unico, insieme a quello di Fukushima del 2011, a essere classificato con il settimo livello, il massimo, della scala di catastroficità INES. Motivo per cui il cinema e l’audiovisivo in generale non si sono tirati indietro, provando a raccontare nei decenni successivi l’immane tragedia. Per cui non mancano film, documentari e anche serie che hanno ricostruito più o meno fedelmente gli eventi, rievocando il prima, il durante e il dopo, con tutte le cicatrici e le ferite ancora aperte. Tra le opere realizzate sull’argomento le più note e controverse sono senza alcun dubbio The Russian Woodpecker, Stalking Chernobyl e l’acclamata miniserie HBO, Chernobyl.  Chi più e chi meno, complottismo a parte, con ricostruzioni filmiche accurate e frammenti romanzati, hanno riportato a galla gli errori tecnici, la cattiva gestione operativa nell’impianto e gli insabbiamenti da parte dell’autorità, oltre alle conseguenze provocate da quel disastro. Tali ricostruzioni degli eventi, in particolare quelle della serie firmata da Craig Mazin e diretta da Johan Renk, non sono state per niente gradite dai vertici politici, che hanno accusato gli autori di voler macchiare con un’operazione di propaganda la memoria dell’Unione Sovietica.

Chernobyl 1986 è un dramma storico profondamente influenzato dal committente

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La reazione russa, che fino ad oggi cinematograficamente parlando non si era mai pronunciata, non ha tardato ad arrivare, con il film Chernobyl 1986, il dramma catastrofico di Danila Kozlovsky con cui il Cremlino fornisce la propria versione della tragedia. Costata 690 milioni di rubli (quasi 8 milioni di euro) e disponibile su Netflix dal 21 luglio, la pellicola è dunque la prima battente bandiera russa a raccontare la calamità nucleare e le molte storie dei personaggi che hanno dovuto affrontare quella catastrofe. Quella diretta dal cineasta e attore moscovita è ovviamente un’opera profondamente influenzata dal committente, tanto che nelle due ore e passa di timeline l’epurazione e la messa da parte del dibattito sull’inadeguata risposta all’emergenza data dalle autorità sovietiche e i silenzi per insabbiare le responsabilità dei vertici politici sono piuttosto palesi. L’assenza di oggettività, di una qualche traccia di contraddittorio interno, di presa di coscienza e di onestà intellettuale, è per quanto ci riguarda (e per una larghissima fetta di critica) la mancanza più grande del progetto.

Il fuoco del racconto in Chernobyl 1986 si concentra sull’eroismo dei cosiddetti “liquidatori”

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Kozlovsky, con la complicità degli sceneggiatori e dei produttori, sposta completamente l’attenzione, con il chiaro intento di convogliare le emozioni del fruitore su altri elementi della vicenda. Il fuoco del racconto si concentra infatti sull’eroismo dei cosiddetti “liquidatori”, quei 600mila persone tra militari e civili che operarono in condizioni estreme per spegnere il rogo e ripulire il tetto del reattore dai pezzi di grafite e dai detriti. Uomini che in gran parte sono morti nel corso del tempo a causa di tumori, leucemie e malattie cardiache, provocate dalla lunga e costante esposizione alle radiazioni. Tra quegli eroi c’è anche il protagonista Alexey Karpushin (interpretato dallo stesso regista), un personaggio fittizio che si ispira a grandi linee al pompiere sopravvissuto Nikolai Chebushev, oggi 71enne. È lui il baricentro di un racconto che viene filtrato attraverso la sua prospettiva, quella dei suoi affetti e dei colleghi di sventura. Attraverso il suo punto di vista riviviamo le fasi salienti della tragedia, un po’ com’era stato a suo tempo per il World Trade Center di Oliver Stone.

Un blockbuster catastrofico che strizza l’occhio allo stile hollywoodiano

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Il risultato è un blockbuster catastrofico che strizza l’occhio allo stile hollywoodiano, con il dramma storico che si mescola con l’azione e il melò per raggiungere una fetta di pubblico più eterogenea possibile. Ne viene fuori un incrocio tra il K-19 di Kathryn Bigelow e il ricco filone del disaster movie d’oltreoceano, che non delude per quanto concerne la confezione assai realistica e qualitativamente di buona fattura, ma che lascia molto a desiderare per le scelte operate in fase di scrittura. Una scrittura che, invece di tutelare e curarsi del rispetto della verità e dell’oggettività storica, ha preferito raggirare le cause e omettere i responsabili per preservare i diretti interessati.