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Per molti gli anni Sessanta si sono conclusi il 9 agosto 1969. È così che riporta in apertura Charlie Says, una dichiarazione importante incisa da subito sullo schermo, che costringe lo spettatore a riflettere fin proprio dall’inizio sui demoni mortali che la storia ha visto passare su questa terra. In quella notte d’estate in cui la famiglia Manson portò a termine uno degli atti più sanguinosi avvenuti in America, gli Stati Uniti – e con loro il resto del mondo – si trovarono faccia a faccia con la brutalità umana, che non agiva più soltanto all’esterno, ma andava ad insinuarsi con violenza all’interno delle nostre case, violandone la sacralità.

Ma non è di quella notte tragica che il film diretto dalla Mary Harron di American Psyco (1999) parla, basandosi piuttosto sul soggetto del libro The Family: The Story of Charles Manson’s Dune Buggy Attack Battalion scritto da Ed Sanders e sceneggiato per il cinema da Guinevere Turner. Sono le donne di Charlie che l’opera di Sanders – e quindi il film di Harron – esplora, ritraendole non per le carnefici che sono diventate, ma per le vittime che sono state prima del massacro di Sharon Tate e i suoi ospiti.

Charlie Says – Della famiglia Manson e della distruzione dell’egoCharlie says cinematographe

Sono tre le donne coinvolte nell’assassinio che paralizzò Hollywood alla fine degli anni Sessanta. Tre giovani: Lulu, Katie e Sandie, anche se questi non sono i loro veri nomi. Questi sono quelli che ha dato loro Charlie (Matt Smith). Perché Charlie ha detto così. Ed è sempre Charlie ad aver detto loro di andare in quella casa, uccidere quelle persone e iniziare quella che si rivelerà l’inizio della loro lotta finale. Ma Charlie è solo un manipolatore, un impostore, un misogino violento che riesce a controllare una setta e farla passare per una famiglia. È della loro vita insieme al criminale statunitense, del loro coinvolgimento nelle dinamiche “familiari” e di cosa le portò a compiere l’eccidio di Cielo Drive che le donne parlano insieme alla loro insegnante in carcere, mostrando il condizionamento subito e non dando alcun segno di pentimento. Almeno in principio.

Charles Manson era un faro per le persone, tutte prima o poi arrivavano da lui. Tutte le personalità più tormentate, le emotività più fragili, per far parte del qui e dell’adesso come invece la società capitalistica aveva insegnato loro a non fare. Vivere il momento quando però il momento è deciso da Charles. Perché tutto deve partire da Charlie, tutto però deve anche finire.

In un film che alterna l’esperienze al Ranch del clan di Manson alle testimonianze in carcere delle detenute, il lavoro di Mary Harron svela il lato più inquietante delle abitudini dei seguaci dell’efferato uomo, non mettendo in scena i colpi omicidi, ma parlando dell’influenza sulle menti che il criminale fu in grado di praticare. Tutto questo aiutato ovviamente dall’assunzione di droghe più o meno pesanti, ma pur sempre capace di affascinare fino ad abbindolare i suoi seguaci, portandoli a cancellare per sempre ogni traccia della loro individualità. Uccidere l’ego è il primo passo da compiere per prendere parte alla gang di Charlie, mentre quello immediatamente successivo è obbedire ad ogni sua parola, anche a quella più contraddittoria.

Charlie Says – Il racconto delle tre donne e le conseguenze delle loro azioniCharlie says cinematographe

Non è dunque la regia a colpire lo spettatore, nemmeno la messinscena o la ricostruzione scenografica della fine del decennio, ma è nella storia in sé che viene riposto l’interesse per Charlie Says, nel venir messi di fronte alle assurdità non ridicole, ma allarmanti che Manson fece passare per reali e che per troppo tempo alimentarono delle menti svuotate da qualsiasi buonsenso. È nello scoprire le abitudini della famiglia, nei rituali da seguire che si appoggia il film, pur avendo il merito di mostrarli senza troppa enfasi e non scendendo mai di tono, grazie anche alle buone prove delle attrici protagoniste e del loro Charles interpretato da Matt Smith.

Un quadro di quella che fu la conseguenza inevitabile di un percorso che partì come fratellanza e amore e finì in un bagno di sangue e lacrime. Non solo, quest’ultime, appartenenti ai soppressi o agli afflitti dalla famiglia Manson, ma versate anche da coloro che si resero conto dei gesti da loro compiuti, con i quali sono destinati a convivere per sempre.

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