TFF41 – Camping du Lac: recensione del film di Eléonore Saintagnan

La regista Eleonore, in seguito al guasto della sua auto, affitta una casa in un campeggio con vista sul lago, nel quale, si dice, risieda una bestia mitica. Lasciando che la fantasia invada il suo spazio, la donna cercherà di scoprire la verità.

“Vorrei raccontarvi una cosa strana che è successa…”. Inizia come un aneddoto o come una pagina di diario Camping du Lac, prima opera di finzione della regista Eleonore Saintagnan, presentata prima a Locarno nella sezione Cineasti del Presente e ora in concorso al 41° Torino Film Festival. Un esordio che la vede romanzare il suo solito approccio documentaristico, associando la realtà a racconti mitici e rivolgendosi tanto all’agiografia quanto al folklore.

Una storia semplice, anche banale, raccontata però con lo spirito del realismo magico e della fiaba. La protagonista è sempre lei, Eleonore, e tutto prende il via nel momento in cui la sua auto si rompe vicino alle rive del lago di Guerlédan, nel nord-ovest della Francia. Un imprevisto increscioso, che si trasformerà invece in una nuova opportunità di vita e conoscenza grazie ad un soggiorno temporaneo nel parcheggio per roulotte che dà il titolo al film.

Camping du Lac: le bizzarre storie di un bizzarro campeggio sul lago

Camping du Lac, come si capisce anche dallo scarno accenno alla trama, è un film innamorato delle storie e dell’arte di raccontarle. Storie di luoghi che sembrano normali ma che hanno qualcosa di strano, come ama sottolineare la stessa regista. E, in effetti, la stravaganza qui è posta sempre al centro. Perché il campeggio è un non luogo abitato da un’umanità varia e interessante, e così, mentre la protagonista vede e sente tutto grazie anche al suo microfono parabolico, il microcosmo lacustre prende il sopravvento e lei da narratrice esclusiva diviene ascoltatrice privilegiata.

Come un telefono senza fili, o un resoconto che si deforma man mano che viene riportato da persone diverse, sta a noi spettatori decidere in cosa e quanto credere. Ma, in realtà, vale la pena perdersi tra le pieghe di una vicenda che mescola il tormento di un vecchio countryman che non vede la figlia da decenni e la bizzarra possibilità che lì, in quel lago, si nasconda un enorme pesce, un mostro di ben 6 metri ovviamente sfuggente e invisibile come il mostro di Loch Ness.

Camping du Lac: una piccola guida per amplificare (e migliorare) la realtà

La creatura, che inizialmente sembra semplicemente un abile McGuffin (ovvero un elemento solo apparentemente centrale della trama, ma in verità del tutto inutile), si rivelerà invece essenziale per la risoluzione dell’intreccio. Non solo per il suo sottotesto ecologista e anti-capitalista (non appena la leggenda del pesce viene utilizzata per promuovere il turismo, le acque del lago vengono sottratte di notte da ladri che cercano di venderle al mercato nero), ma anche perché simboleggia l’eccentricità propria dell’essere umano, il nostro bisogno di sfuggire alle convenzioni credendo ad una realtà “altra”.

Eleonore Saintagnan non rinuncia, con Camping du Lac, a quelli che stanno via via diventando i tratti principali della sua autorialità, ovvero la continua mescolanza di linee ibride tra il documentario, il film sperimentale e le arti plastiche. C’è la necessità di amplificare – e, in un certo senso, migliorare – la realtà, in un gioco quasi infantile e caotico in cui vale la pena inseguire un’idea solo finché non ne arriva una più intrigante. La regista accenna, suggerisce visioni e voli pindarici, lasciando la sensazione che quello che si stia guardando sia solo un ultimo strato di una cronaca più ampia. L’importante è coltivare e tramandare storie, come unico modo per sopravvivere alle cose che ci separano.

Camping du Lac: valutazione e conclusione

Piccola storia sospesa tra realtà e magia, Camping du Lac riconferma i tratti poetici fondamentali della regista emergente Eléonore Saintagnan: il mix di documentario, sperimentalismo ed estetica “plastica”. Una vicenda ambientata nel parcheggio di un campeggio che si affaccia su un lago, vista come un concentrato di miti e leggende. Tra pesci giganti, parabole religiose e sequenze di varia umanità, un elogio del racconto che è anche allegoria ecologica. Trasognato, onirico e surrealista, con un occhio al cinema di Luis Buñuel.

Regia - 4
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 3.5
Emozione - 3

3.3