Venezia 79 – Call of God (Kone taevast): recensione del film postumo di Kim Ki-duk

ll presagio di un nuovo amore si fa strada nella testa di una ragazza. Quali sono in confini tra una passione violenta e un incubo?

La Biennale Cinema – Marco Müller ieri, Alberto Barbera oggi – ha sempre tenuto in altissima considerazione il lavoro del regista coreano Kim Ki-duk, dal Leone d’Argento del 2004 (Ferro 3) a quello d’Oro del 2012 (Pietà), fino e oltre la tragica morte avvenuta nel dicembre del 2020. Proprio durante la seconda ondata del Coronavirus, e proprio mentre stava ultimando in Estonia il suo ultimo film Call of God. Il fatto che l’opera postuma di Kim – portata a definitivo compimento dai suoi amici e colleghi – possa essere ora presente alla Mostra del cinema di Venezia 2022 è comunque un regalo, indipendentemente dalla sua buona riuscita o meno.

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Il cinema di Kim, come abbiamo già avuto modo di sottolineare nel momento dell’addio, è da sempre sospeso tra la leggerezza del sogno e la greve ferocia della realtà. Call of God non esula da questo ragionamento, mettendo in scena in modo grezzo e rabbioso (uno dei marchi di fabbrica della seconda parte di carriera dell’autore asiatico) l’incontro del tutto causale tra un uomo e una donna. Due coreani in terra straniera, che dialogando tra loro in estone danno il via ad una furiosa e impossibile liaison amorosa, tanto passionale quanto ossessiva e accecante.

Call of God: la vita è un sogno (o i sogni aiutano a vivere?)

Non è facile accettare (e sopportare) l’arte di Kim Ki-duk. Soprattutto quella dell’ultimo periodo, quella nata cioè a cavallo tra 2008 e 2011, tra il grave incidente occorso sul set di Dream (in cui l’attrice protagonista Lee Na-yeong ha rischiato la vita, nel corso della scena dell’impiccagione) e la crisi esistenziale sfociata nel documentario Arirang (Premio Un Certain Regard a Cannes 2011). Da quel momento il medium cinematografico è divenuto per il cineasta quasi uno strumento di catarsi, in cui poter esprimere il proprio dolore esistenziale.

Anche in Call of God, sotto la patina del racconto sentimentale, si cela un’anima feroce, mai o poco conciliata: il bianco e nero in cui sono immersi i due personaggi principali – senza nome, anche se lui potrebbe chiamarsi Daniel – crea una distanza quasi entomologica, da studiosi del comportamento animale. Kim, ancora una volta, cerca di comprendere l’incomprensibile, ovvero la natura e le conseguenze delle relazioni. E lo fa lasciando spazio anche alla sfera del sogno, dell’immaginazione e dell’intuizione quasi divinatoria, attraverso gli incubi e le misteriose comunicazioni telefoniche della protagonista.

La prigione di un amore egoista

Sghembo, impreciso e diseguale, Call of God soffre inevitabilmente della sua incerta realizzazione, tra le riprese effettuate in piena pandemia tra Estonia, Lettonia e Kirghizistan e l’impossibilità di capire se il girato fosse davvero stato completato o meno. E, in fondo, questo piccolo pamphlet di poco più di 80 minuti altro non è che una riflessione proprio sulla reclusione e sull’emarginazione provocate da una situazione di costrizione, e sui piccoli/grandi mostri che può generare. Un leitmotiv divenuto centrale per molti autori e inserito anche in contesti di genere (il thriller Kimi di Steven Soderbergh, l’horror Pearl di Ti West).

Mentiremmo se dicessimo che era questo il testamento che ci saremmo aspettati da Kim Ki-duk; ma è altrettanto vero che Call of God, per lui, era solo un altro tassello dell’indagine filmica ed esistenziale che stava attraversando la sua intera carriera. Sul finale – ciclico, come sempre – ci torna alla mente Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003), con la sua abbagliante lezione: la vita è un’eterna coazione a ripetere, che segue l’imperturbabile circolarità delle stagioni. Forse l’unico modo per essere felici è assecondare serenamente questa logica, dimenticandosi di se stessi. Ecco il lascito definitivo di Kim.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 3

3

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