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Per la sua natura derivativa – tutto ciò che vediamo è già stato ampiamente masticato e digerito in altri film di migliore fattura – e per la sua dichiarata confezione da serie B, Bus 657 di Scott Mann potrebbe essere facilmente stroncato. Eppure, fra le pieghe di un action-thriller “alimentare”, da buttare giù tutto d’un fiato senza pensare troppo a certe inevitabili carenze (perlopiù di sceneggiatura) e a certe palesi ingenuità, si annidano degli elementi che rendono il risultato finale perlomeno godibile e non offensivo, e persino tale da lasciare una traccia di sé nella memoria dello spettatore.

Nulla di eclatante, sia chiaro: se Heist (anonimo titolo originale della pellicola) è stato distribuito in pochissime sale statunitensi – passando direttamente all’on demand e allo straight-to-video – evidentemente una ragione c’è. Ma non tutto è da buttare, sia per quanto riguarda le scelte relative al cast sia per quanto concerne alcune piccole scelte semi-autoriali capaci di stupire e far alzare il sopracciglio, pur all’interno delle collaudate – e bollite – dinamiche di genere. Proviamo a riassumerle.

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Bus 657: la rapina, la fuga, il fattore umano

Nei due titoli Heist e Bus 657 (scelto per il mercato internazionale) è contenuta la doppia natura del film: da un lato la rapina, con un manipolo di personaggi che studiano un colpo grosso nei minimi dettagli; dall’altro la fuga all’interno di un autobus, irta di ostacoli e imprevisti. Un caper movie, in estrema sintesi. Si parte da un casinò galleggiante chiamato poeticamente Cigno e dall’umanità che vi gira attorno: il superboss Pope (Robert De Niro), che gestisce il tutto con grande sfoggio di perfidia e cattiveria; il croupier Luke (Jeffrey Dean Morgan), ex soldato a cui serve una ingente somma di denaro per risolvere un problema di famiglia; il gorilla Cox (Dave Bautista), che medita un clamoroso furto e cerca complici.

Tra uno stereotipo e l’altro, regia e script introducono l’elemento umano che cambia le carte in tavola: Luke viene spinto al furto dal bisogno di salvare sua figlia, in fin di vita a causa di un male incurabile. La scelta di campo ci appare chiara: che si tratti di malfattori o eroi, poliziotti o mafiosi, tutti i protagonisti sembrano ad un certo punto muoversi – ognuno a modo suo – verso l’obiettivo comune della salvaguardia umanitaria (da anteporre alle motivazioni economiche).

Bus 657: Bob, Gina, Dave e gli altri

Bus 657 Cinematographe.itNonostante le bassissime aspettative, il cast scelto è perfettamente funzionale. Nel momento in cui da Robert De Niro ormai non ci aspetta più nulla (sappiamo tutti come negli ultimi anni stia svendendo il proprio talento al miglior offerente, fornendo prestazioni da minimo sindacale), ci si ritrova a sorpresa di fronte ad una performance convinta e convincente, pur nel macchiettismo con cui viene tratteggiato il suo carattere. C’è di che stupirsi anche delle prestazioni di Gina Carano e Dave Bautista, credibili e curiosamente espressivi negli opposti ruoli della poliziotta buona troppo buona e del criminale cattivo troppo cattivo.

Ma la parte con più sfumature viene affidata a Jeffrey Dean Morgan, di norma comprimario e qui invece protagonista a tutto campo: sulle sue spalle si regge il peso di un film dalle svolte spesso discutibili e inverosimili, che vira verso il melodramma rendendolo al contempo eroe senza macchia e sequestratore di esseri umani per il proprio tornaconto. Un malvivente dal cuore d’oro, con in serbo un asso nella manica (che, ovviamente, non riveliamo).

Bus 657: un po’ Speed, un po’ John Q., un po’ Casinò

Bus 657 Cinematographe.itSarebbe inutile cercare dei motivi di originalità in Bus 657, non solo perché non ve n’è traccia ma anche perché non vengono neanche lontanamente cercati dagli autori. Anzi, tutto il film sembra essere attraversato da una certa consapevolezza: nell’impossibilità di rinnovare il genere, tanto vale ricalcarne gli stilemi inserendo qua e là qualche piccola deviazione di percorso. Guardando Bus 657 viene in mente John Q., con la storia del padre disposto a tutto pur di salvare il figlio malato di cuore; ovviamente Speed, perché le sequenze all’interno dell’autobus non possono non richiamare il piccolo cult interpretato da Sandra Bullock e Keanu Reeves nel 1994; e infine Casinò, se si considera il Pope di De Niro come una naturale evoluzione dell’Asso interpretato nel film di Scorsese più di 20 anni fa.

Il regista Scott Mann emula con intelligenza, e gioca la sua partita sfruttando a proprio favore il montaggio di Robert Dalva (già all’opera un Jumanji, 1995, e in Captain America, 2011), pigiando l’acceleratore sul senso del ritmo e sfoderando nel finale un arguto colpo di scena che, per quanto improbabile, soddisfa pienamente lo spettatore a caccia di un intrattenimento senza pretese ma non per questo vuoto (di contenuti, di morale, di epica).