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Succede, talvolta, che l’importanza di un film non sia direttamente proporzionale alla sua riuscita. Altre volte, invece, il linguaggio di una cinematografia molto lontana da quella a cui è abituato lo spettatore occidentale può raffreddare l’entusiasmo di un prodotto pieno di qualità. Tuttavia, fatte queste considerazioni preliminari, Anvita Dutt, regista e sceneggiatrice di Bulbbul – dal 24 giugno 2020 su Netflix – ha fatto un gran bel lavoro. Il suo è un approccio al genere horror molto denso di suggestioni locali e motivato da una grande tematica di fondo. Tuttavia, al netto di diverse ingenuità estetiche, riesce a declinare le atmosfere tipiche del soprannaturale in una chiave interessante e quasi sempre convincente.

Bulbbul: un horror che viene da lontano

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Bulbbul (Tripti Dimri) è una bambina di cinque anni che, alla fine del XIX secolo, va in sposa a un uomo molto più grande di lei, Indranil (Rahul Bose), come era ed è usanza in India. L’uomo, che è un ricco possidente, ha due fratelli: il gemello mentalmente disturbato Mahendra e il più giovane (quasi coetaneo della sposa) Satya (Avinash Tiwary). Avendo sviluppato sin da bambini un rapporto particolare, Bulbbul e Satya crescono insieme finendo per innamorarsi. Per evitare lo scandalo e il disonore, Indranil allontana Satya e impartisce alla giovane moglie una punizione atroce, per poi lasciare per sempre la casa. Alcuni anni più tardi, Satya fa ritorno alla casa del fratello, scoprendo che Mahendra è stato brutalmente ucciso.

Se la trama iniziale ricorda le tipiche dinamiche romantico-melodrammatiche bollywoodiane, dopo un po’ diventa chiaro che Anvita Dutt ha necessità di raccontare una storia completamente diversa. Non la prima voce a levarsi contro le condizioni tragiche in cui versa la donna in India, ma comunque regista di un’operazione degna di nota, Dutt fa un’incursione nell’horror portando con sé diversi tradizionali. Usa l’espediente della strega per creare un clima di minaccia sul palazzo di Bulbbul, trasformandolo nel corso del film in un trionfo femminista di grande potenza. Da reietta del bosco, da essere quasi bestiale, la “strega” diventa una divinità, anzi, una delle divinità più importanti e terribili del Pantheon Indu: la Dea Khali. E non solo: questa divinità femminile non agisce per fame o per cieca voglia di uccidere, ma secondo un disegno preciso, che esegue a suo modo una forma di giustizia.

L’horror è donna

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In alcuni momenti di Bulbbul la regista Anvita Dutt compie delle scelte che faranno storcere un po’ il naso allo spettatore abituato a una regia hollywoodiana. Anche per quel che riguarda la recitazione, fatta eccezione per delle scene specifiche in cui è evidente un taglio personale dato dalla regista per sottolineare con tutta la forza possibile il suo messaggio, si può notare un tono sopra le righe tipico del cinema indiano di cassetta. Tuttavia, uno degli aspetti più destabilizzanti e allo stesso tempo interessanti di Bulbbul è proprio nel contrasto tra le atmosfere romantico-fantasy e la violenza sulla donna, mostrata con crudo realismo.

Si parla di dati concreti: la media degli abusi sessuali in India raggiunge dei numeri agghiaccianti, esasperazione criminale di una cultura che troppo a lungo ha considerato il femminile come oggetto di possesso e sottomissione. Anvita Dutt disegna, allora, una specie di supereroina sanguinaria, la cui potenza affonda gli artigli in un immaginario secolare. Da vittima, Bullbul diventa vendicatrice, liberando la furia del suo genere dopo una vita di sopportazione. Rilevante, a questo punto, anche il cambiamento caratteriale della protagonista nel “prima” e “dopo” la trasformazione. Questo scarto – da giovane remissiva a padrona di casa carismatica e sicura di sé – sarà notato dal protagonista maschile, Satya e registrato come scandaloso. Come se una donna, per essere una brava donna, debba persistere nel ruolo di vittima.

Perché vedere Bulbbul

Intrighi sentimentali in un palazzo da sogno, colpi di scena anche fin troppo annunciati, dettagli registici antiquati e cheap. Bullbul non è un film perfetto ma è un film da vedere.

Negli ultimi anni si sta assistendo a una nuova ondata di autori horror che – finalmente – si servono del genere non solo per compiacere il pubblico, ma anche (come facevano i grandi Maestri) per veicolare dei messaggi. Pensiamo, su tutti, a Jordan Peele e alla sua narrazione della questione razziale in salsa horror. Da questo punto di vista, Anvita Dutt fa un’operazione piacevolmente contemporanea, ricca di sentimento e motivata da un’urgenza espressiva e politica da non trascurare. Bullbul è un personaggio originale, viscerale, e la sua voce risuonerà forte e chiaro in un dibattito su cui tutto il mondo dovrebbe puntare gli occhi.

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