Venezia 73 – Brimstone: recensione del film con Dakota Fanning

A confermare l’alto livello medio delle pellicole proposte nel corso di Venezia 73 arriva Brimstone, oscura favola in salsa western diretta dal regista olandese Martin Koolhoven. I protagonisti di questa convincente pellicola sono l’ex bambina prodigio Dakota Fanning, divenuta ormai un’interprete matura e completa, l’inossidabile Guy Pearce e la molto promettente Emilia Jones, classe 2002. Piccole ma significative apparizioni anche per i protagonisti de Il trono di spade Carice van Houten (Melisandre) e Kit Harington (Jon Snow).

Venezia 73 – Brimstone: recensione del film con Dakota Fanning

Brimstone

Ci troviamo nelle famose Badlands, una delle regioni più inospitali degli Stati Uniti d’America, in quel XIX secolo teatro dei più celebri e apprezzati western. La protagonista della pellicola è Liz (Dakota Fanning), una giovane madre muta che conduce una vita apparentemente tranquilla insieme alla famiglia. Sulle sue tracce arriva però un oscuro e misterioso personaggio, noto come Il Reverendo (Guy Pearce), inquietante religioso che sembra avere un conto in sospeso con Liz e tutte le intenzioni di regolarlo. Ha così inizio un cupo e torbido percorso a ritroso nel tempo attraverso la malvagità dell’essere umano, durante il quale viene sviscerato il triste e doloroso passato che lega i due personaggi.

A brillare in Brimstone sono anche le roboanti musiche di Junkie XL, autore di un altro pregevole lavoro

Brimstone si configura come un oscuro e disturbante viaggio di quasi due ore e mezza alla radice di un mistero e più in generale all’interno di alcune fra le più perverse derive a cui può portare un cieco e acritico fondamentalismo religioso. Guy Pearce centra una delle sue più riuscite prove nei panni dello spregevole Reverendo, un uomo che distorce i precetti religiosi da lui professati in modo da perseguire i suoi malsani e disprezzabili istinti, trasformandosi nella personificazione di quel male puro che la sua stessa fede vorrebbe invece combattere e scacciare. A fargli da contraltare è Liz, una giovane donna che in entrambe le sue versioni (Emilia Jones da adolescente e Dakota Fanning da adulta) dimostra invece una incrollabile forza d’animo, anche nelle situazioni più difficili e raccapriccianti.

Brimstone è una crudele e angosciante esperienza emotiva prima ancora che visiva

Brimstone

Brimstone si avvale di una narrazione non lineare, che con continui salti avanti e indietro nel tempo permette allo spettatore di scavare nell’animo dei protagonisti e di cogliere tutte le sfumature di un racconto che attinge a piene mani dalle più sudicie ossessioni umane. Martin Koolhoven stupisce per la sua maestria nel tenere sempre salde le redini di un granguignolesco racconto che attraversa western, thriller e horror con grande coerenza interna e senza mai rimanere ingabbiato all’interno di un genere.

Uomo, Donna e Dio si affrontano in un feroce e disturbante triello, manifesta metafora della condizione del genere femminile, da sempre costretto a subire le vessazioni delle altre due fazioni in nome di precetti illogici, immotivati e ormai anacronistici. Anche se il punto di vista sugli eventi è quello di più donne, l’intento di Brimstone non è quello di produrre un mero manifesto femminista, ma piuttosto quello di minare alle fondamenta la deriva integralista della fede e la sua metamorfosi da lodevole esempio morale in bieco strumento per giustificare le più misere azioni.

Il risultato è una pellicola che contiene qualche forzatura a livello di trama e spettacolarizza oltre il dovuto alcune scene di violenza, fino quasi a sfiorare la comicità involontaria. Ma anche una pellicola che centra l’obbiettivo prefissato, scuotendo profondamente l’animo dello spettatore e riuscendo nella non facile impresa di mantenere vivi l’interesse e l’attenzione per tutta la sua importante durata.

Brimstone si configura come un oscuro e disturbante viaggio di quasi due ore e mezza alla radice di un mistero e più in generale all’interno di alcune fra le più perverse derive

Brimstone

A brillare in Brimstone sono anche le roboanti musiche di Junkie XL, autore di un altro pregevole lavoro dopo quello svolto per Mad Max: Fury Road, e soprattutto le performance intense e ricche di sfaccettature di Guy Pearce e Dakota Fanning, i quali, nonostante la concorrenza sia agguerrita, possono legittimamente nutrire speranze per la Coppa Volpi delle rispettive categorie. Notevole anche la fotografia di Rogier Stoffers, che riesce a ottenere il meglio dalla suggestiva ambientazione naturale e a enfatizzare le tante scene ad alto tasso emotivo, in modo da rendere la visione di Brimstone a tratti quasi fastidiosa, per il modo schietto e cinico in cui sbatte in faccia allo spettatore i lati più oscuri dell’animo umano.

“Non sono le fiamme a rendere insopportabile l’Inferno, ma l’assenza di amore”.

Brimstone è una crudele e angosciante esperienza emotiva prima ancora che visiva, in cui dolore, violenza, sofferenza e vendetta si alternano continuamente senza concedere mai speranza o un attimo di respiro allo spettatore. Una pellicola che in un panorama cinematografico troppo spesso piatto e ripetitivo riesce a miscelare tanti generi e a rappresentare un amaro e tragico ritratto delle bassezze di cui è capace il genere umano.

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