TFF41 – Birth: recensione del film di Yoo Ji-young

La giovane coppia formata da Jay, scrittrice, e Gun-woo, insegnante, deve affrontare un imprevisto: la gravidanza indesiderata di Jay, un evento che sconvolgerà l'esistenza di entrambi.

Nel film Birth Jay e Gun-woo sono una coppia felice ed equilibrata. Non solo apparentemente, ma effettivamente. Entrambi hanno un lavoro che amano (lei scrittrice alle prese col suo secondo romanzo, lui insegnante di inglese in una scuola elementare privata) e fanno parte della media borghesia placidamente incasellata nella società contemporanea. Ci sono le cene, le uscite con gli amici, i piccoli vizi, gli ostacoli da affrontare e superare giorno dopo giorno. Nessuno scossone, se non quelli prestabiliti dal tipo di vita che hanno deciso di vivere.

La regista Yoo Ji-young ce li mostra così, nella prima mezz’ora di Birth, film presentato nel concorso ufficiale del 41° Torino Film Festival. A spezzare l’armonia del duo, però, ci pensa un evento che loro non avevano minimamente preso in considerazione: la gravidanza di Jay, scoperta casualmente dopo un controllo medico e giunta già al terzo mese. Tutto va progressivamente in frantumi: Jay non vuole figli, mentre Gun-woo – inizialmente sulla stessa lunghezza d’onda della compagna – è disposto a prendere in considerazione l’eventualità di mettere su famiglia.

Birth: storia tragica di una gravidanza indesiderata

Birth offre allo spettatore uno sguardo obliquo e inatteso sulla questione della genitorialità. Verrebbe da dire quasi da film horror, considerando la totale imprevedibilità che attraversa lo sguardo e i comportamenti della protagonista Jay, che rigetta il nuovo dato di fatto: è incinta, non può più abortire (non per tempistiche ma per necessità fisiche: il suo corpo fragile impedisce al medico di eseguire la procedura) e forse dovrà prendersi una lunga pausa dalla scrittura. Inaccettabile, per lei, che giunge apertamente allo scontro col partner e infine fugge in albergo per cercare una piccola parentesi di pace.

Gun-woo, nel frattempo, è alle prese con una importante svolta lavorativa: gli viene offerta la possibilità di diventare direttore e coordinatore della nuova filiale della scuola, incarico che affronta nonostante l’indisponenza di chi quell’incarico gliel’ha offerto, il proprietario dell’istituto. Battaglie quotidiane che si fanno calvari, per entrambi: alla sera, al rientro a casa, lui ascolta i calci del bambino mentre la futura madre descrive la sensazione di avere un “alieno” dentro di sé. Non è interessata al sesso del nascituro, l’apatia prende il sopravvento. E la coppia, al vertice di una tensione emotiva via via sempre più insostenibile, deflagra.

Birth: tra desideri individuali e convenzioni sociali

Dilatato ed estremo, Birth si concentra molto sugli sguardi e sui silenzi dei due personaggi principali, indugiando su primi piani rivelatori e rinunciando a qualunque tipo di accompagnamento musicale, diegetico o extradiegetico che sia. Esistono solo loro, Jay e Gun-woo, con la loro discesa agli inferi e la terribile consapevolezza della tragedia che sta prendendo forma. Va da sé che, per quanto il film cerchi di proporre una visuale onnicomprensiva, l’attenzione principale è rivolta alla figura di Jay, con una domanda che sembra riecheggiare sequenza dopo sequenza: come viene trattata e accettata la volontà della donna nella nostra società?

La regista Yoo Ji-young cerca di rispondere con coraggio, dilungandosi forse in un finale ridondante, ma restituendo a chi guarda, fino all’ultimo secondo, un’analisi spietata di sentimenti inconfessabili. Egoismo, ambizione, disinteresse: impulsi umani, che le convenzioni sociali ci hanno abituato a non poter applicare a determinati argomenti. Tabù vergognosi che Birth infrange, scuotendo l’opinione pubblica (come sottolinea la stessa autrice, “In Corea se una donna è incinta deve essere contenta di esserlo, deve essere totalmente concentrata sul feto”) e guidandoci passo passo verso un’innegabile evidenza: inseguire un proprio desiderio non può essere considerato un peccato.

Birth: valutazione e conclusione

Il secondo lungometraggio della regista coreana Yoo Ji-young è un’opera dura, dilatata (155 minuti) e coraggiosa, che affronta senza timori il tabù della gravidanza indesiderata. Un evento capace di mandare in mille pezzi l’equilibrio e l’armonia della coppia, facendo emergere tensioni e considerazioni non ancora accettate dalla società contemporanea. Privo di colonna sonora, registicamente asciutto e impreziosito da una fotografia semplice e realistica, Birth pone questioni scomode sulla natura dei rapporti di coppia e sulla contrapposizione tra aspirazioni personali e imposizioni culturali collettive.

Regia - 4
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 4
Recitazione - 4
Sonoro - 3.5
Emozione - 3.5

3.8