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Le arti marziali miste, note anche come MMA (Mixed Martial Arts),sono uno sport da combattimento che incorpora una miscela di stili e tecniche differenti a terra, stand-up striking e takedown, in cui due avversari cercano di ottenere il predominio l’uno sull’altro attraverso colpi, prese di finitura e controllo, tra cui pugni, calci, blocchi delle articolazioni, strozzature, sbilanciamenti e sollevamenti. Pochi e semplici regole, per una disciplina che ha avuto nell’ultimo ventennio un’esplosione di popolarità a livello planetario, con sempre più spettatori ad assistere agli incontri di celebri campioni come Conor McGregor, le cui gesta dentro e fuori dalla “gabbia” sono state recentemente oggetto del documentario targato Netflix di Gavin Fitzgerald, dal titolo Conor McGregor: Notorious.

In Bartkoviak l’elemento marziale è un accessorio al servizio di una storia di vendetta

Bartkoviak cinematographe.it

Quella del docu-film sul pluridecorato lottatore irlandese non è però la prima volta della suddetta disciplina sul grande schermo. Molte sono infatti le pellicole che da qualche anno a questa parte si sono affacciate nelle sale: da Senza esclusione di colpi e Lionheart – Scommessa vincente alla trilogia di Never Back Down, da Fighting a Warrior e al suo remake indiano Brothers, passando per il nostrano Milano in the Cage e all’ultimo arrivato in casa Netflix (dal 28 luglio), il martial arts action dal cuore crime Bartkoviak. A dirigerlo il polacco Daniel Markowicz, apprezzato supervisore degli effetti visivi con il vizietto della regia che qui firma la sua seconda esperienza dietro la macchina da presa dopo Diablo. Anche in quel caso l’azione era il cuore pulsante di un film ambientato nel mondo delle corse clandestine, i cui esiti hanno lasciato molto a desiderare a causa di una scrittura malconcia e di una trasposizione fin troppo derivativa. Le stesse croniche problematiche che il pubblico potrà ritrovare durante la visione di Bartkoviak, che propone una cinetica e un dinamismo fine a se stesso, in cui l’elemento marziale è un mero accessorio al servizio di una storia di vendetta, quella di un combattente di MMA caduto in disgrazia che prende il controllo del nightclub di famiglia per poi scoprire che la morte di suo fratello non è stata un incidente come si pensava inizialmente.

Bartkoviak è un film prevedibile, scritto e diretto con pochissima voglia di sorprendere

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Se il prologo nel ring poteva in qualche modo illudere lo spettatore di turno di trovarsi al cospetto di una pellicola a sfondo sportivo, il resto della timeline verrà impiegata dallo sceneggiatore Daniel Bernardi e dal regista a smontare questa ipotesi. Chiarita l’identità del film e con essa i suoi tratti peculiari, per il fruitore non rimane che raccogliere le macerie lasciate sullo schermo dagli autori Bartkoviak cambia presto DNA, trasformandosi in un action che trova nel crime la sua ragione d’essere, ma anche il suo principale tallone d’Achille. Quello di Markowicz è un film prevedibile, scritto e diretto con pochissima voglia di sorprendere e di cercare nuove strade che non siano già state battute in precedenza da racconti analoghi.

In Bartkoviak la componente marziale è priva di spettacolarità ed efficacia coreografica

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Ci si trova quindi a fare i conti con un minestrone riscaldato di dinamiche narrative e drammaturgiche già ampiamente offerte a una platea cinematografica. L’azione è di quelle a buon mercato, con la componente marziale priva di spettacolarità ed efficacia coreografica, tanto da ridursi a una successione di risse da bar decisamente rozze per gli appassionati del genere e gli spettatori di bocca buona. Ciò che resta merita di conseguenza di finire in quella soffitta impolverata nella quale vengono loro malgrado confinati tutti quei prodotti audiovisivi da dimenticare al più presto. Bartkoviak è uno di questi.