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Nel pacchetto di uscite di novembre 2020, gli abbonati di Netflix hanno potuto trovare tra gli altri Conor McGregor: Notorious, il documentario che Gavin Fitzgerald ha realizzato sul celebre e pluridecorato campione di MMA (arti marziali miste) irlandese. Trattasi di una novità nel catalogo della piattaforma, ma solamente sulla carta, poiché l’opera in questione risale al 2017, anno in cui fece il suo debutto sugli schermi. Il che significa che per ovvi motivi temporali nella timeline non vi è traccia alcuna delle beghe legali e giudiziarie che lo hanno travolto negli ultimi tre anni in seguito a risse che gli aprirono, seppur per pochissime ore, le porte del carcere. Ma questo è uno dei tanti  capitoli di un’esistenza, quella di McGregor, vissuta costantemente sul piede dell’acceleratore, che il suo connazionale ha raccolto nei novanta minuti di una biografia che ne riassume le tappe principali.

Conor McGregor: Notorius è un documentario che racconta senza censure gli alti e bassi della carriera del pluridecorato campione di MMA

Conor McGregor: Notorius cinematographe.it

Conor McGregor: Notorious segue alla lettera il collaudato schema narrativo e drammaturgico del biopic sportivo, laddove la componente agonistica viaggia in simbiosi con quella umana e privata, mescolandosi senza soluzione di continuità. Il risultato è una successione cronologica e senza censure che riavvolge i fili tra gli alti e bassi di una carriera e di una vita che lo hanno portato da una palestra nella periferia di Dublino al lusso sfrenato di Los Angeles, per la precisione nel “tempio” della prestigiosa federazione statunitense Ultimate Fighting Championship, nella quale è stato campione dei pesi leggeri e dei pesi piuma. Insomma, da 0 a 100 nel giro di una manciata di anni, grazie a una serie di clamorose vittorie ottenute nella “gabbia” (tra cui la spettacolare rivincita con il messicano Nate Diaz e quella con il brasiliano José Aldo) che gli hanno consegnato cinture da campione del mondo, fama, copertine di magazine e dollari a palate. Successi che lo hanno trasformato ben presto in un vero eroe nazionale e fatto entrare di diritto nell’Olimpo della disciplina in questione.

Il riscatto sociale e le gesta sportive sono il baricentro narrativo di Conor McGregor: Notorius

Conor McGregor: Notorius cinematographe.it

Per dipingere il ritratto di McGregor, la macchina da presa di Fitzgerald lo pedina dentro e fuori dal ring, con le corde che anche nel caso del lottatore irlandese si fanno metafora di vita e simbolo di riscatto sociale per qualcuno che ce l’ha fatta. Condizione che il protagonista non ha nessuna remora a ostentare, indossando pellicce e abiti firmati, viaggiando a bordo di automobili costose di grossa cilindrata e trascorrendo le giornate nello sfarzo di ville con piscina in quel di Hollywood. Il regista punta principalmente su questo aspetto e sulle gesta sportive, mettendo in secondo piano l’elemento familiare (si intravedono di tanto in tanto parenti e amici, con la fedele fidanzata Mary sempre al seguito, ma con il peso specifico all’interno del racconto paragonabile a quello di un soprammobile). Gli avvicinamenti ai singoli match, con la preparazione atletica e l’attività promozionale (le accese conferenze stampa) annesse, sono il fulcro intorno al quale ruota l’architettura del film, in cui l’autore preferisce l’osservazione alla classica intervista frontale in cui il personaggio di turno racconta e si racconta. In tal senso Conor McGregor: Notorious non segue il modus operandi utilizzato in altri documentari dedicati al mondo delle arti marziali miste, come ad esempio The Hurt Business, Through My Father’s Eyes (su Ronda Rousey) e Takedown: The DNA of GSP (su Georges St-Pierre), nei quali la coralità delle testimonianze, anche nel caso di biografie, rappresenta il tessuto narrativo. Qui al contrario è la cattura degli eventi a cucirlo.               

Un prodotto ben confezionato, ma freddo e sterile in termini di coinvolgimento emotivo

Conor McGregor: Notorius cinematographe.it

Purtroppo a conti fatti si assiste a un racconto che lascia spazio e spalanca le porte alla celebrazione, quella stucchevole e irritante dell’atleta vittorioso e dell’heroman che, anche quando viene ferito o spodestato a calci e pugni del trono, continua a gridare al mondo la sua grandezza. Il problema è che Fitzgerald asseconda senza esitazione questa salita sul piedistallo, mettendo da parte qualsiasi tentativo di scavo e approfondimento della persona a favore del personaggio, anche quando se ne presenta l’occasione (vedi l’infortunio al ginocchio oppure la sconfitta nel primo incontro con Diaz). Ciò che resta è un prodotto a buon mercato per i cultori della materia e gli appassionati, oltre che per i tanti fan della star irlandese. Un prodotto comunque ben confezionato, ma freddo e sterile in termini di coinvolgimento empatico, che ha il suo punto di forza nel montaggio delle immagini dei match e quello debole nell’incapacità di fare scaturire nel fruitore emozioni da ricordare.