After the Hunt – Dopo la caccia: recensione del film di Luca Guadagnino, da Venezia 82
Il film di Luca Guadagnino, con Julia Roberts e Andrew Garfield, presentato fuori concorso alla 82ª edizione del Festival di Venezia
Etica e morale, sospetto e fiducia, genere e razza, generazioni, classi sociali, ideologie e facciate. After the Hunt – Dopo la caccia si muove su queste linee, lasciando che la tensione derivi dal continuo scontro tra ciò che è giusto e ciò che è semplicemente corretto. Diretto da Luca Guadagnino e scritto da Nora Garrett (al debutto), il film è un thriller psicologico ambientato tra le stanze accademiche di un’America colta e ipocrita, prodotta da Imagine Entertainment, MGM e Frenesy Film. Una messa in scena di cruda ambiguità, sorretta da un cast di altissimo profilo: Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield, Michael Stuhlbarg e Chloë Sevigny. La colonna sonora è firmata da Trent Reznor e Atticus Ross; la fotografia in pellicola 35mm da Malik Hassan Sayeed. Nessun compiacimento estetico, nessuna verità assoluta. Solo un metronomo che scandisce i tempi come in una seduta di gruppo, con la psicanalisi sotto la superficie e la retorica come corazza. Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, After the Hunt non cerca risposte ma smaschera le domande che ognuno preferirebbe ignorare.
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Un metronomo, una confessione

Il film si apre con il suono regolare di un metronomo, un battito penetrante che accompagnerà tutta la narrazione come una voce interna, una chiamata alla verità. Alma Imhoff (Julia Roberts), stimata docente universitaria, si ritrova coinvolta nel caso di Maggie Price (Ayo Edebiri), una studentessa che accusa il carismatico Hank Gibson (Andrew Garfield), collega di Alma, di un’aggressione sessuale. A complicare le cose, la difficoltà della docente a schierarsi dall’una o dall’altra parte e un segreto personale, emerso dal passato, che la porterà a confrontarsi con il proprio senso di responsabilità. Ogni scena è un campo minato, ogni dialogo è mascherato da eloquenza accademica che nasconde debolezze umane. Il marito psichiatra, interpretato da un impeccabile Michael Stuhlbarg (feticcio numero uno del regista), sembra l’unico osservatore lucido di un contesto in cui tutti – colleghi, studenti, alleati e accusati – paiono pazienti inconsapevoli di un grande esperimento morale.
Lo scandalo scardina l’apparente stabilità di un mondo “progressista” e autoassolutorio, dando vita a un conflitto stratificato. Il genere incontra la razza, la giovinezza sfida l’autorità, l’amore viene messo alla prova dall’idolatria. Guadagnino non si schiera e non protegge nessuno: i personaggi sono imperfetti, ciascuno segnato da una morale distorta, mossa dal bisogno di sentirsi nel giusto. Il confronto tra Alma e Maggie si fa specchio tra generazioni diverse, ma anche tra dolori taciuti e rabbie inascoltate. Il corpo e lo spirito si fanno strumenti narrativi: il tremore di una mano, un’inquadratura spiazzante, un dettaglio fuori posto raccontano più delle parole. Quando il passato di Alma emerge (in una penultima scena che avrebbe potuto chiudere perfettamente il film), tutto si frantuma e si ricompone in una nuova illusione. Non c’è catarsi, non c’è redenzione. Solo il ritorno a dinamiche corrotte, scolpite nei sistemi di potere che scelgono il privilegio alla rettitudine.
After the Hunt – Dopo la caccia: valutazione e conclusione
Etica del dubbio, estetica del disagio. After the Hunt è un film sull’ambiguità come forma di onestà. Luca Guadagnino rinuncia agli eccessi visivi e preferisce lavorare per sottrazione, lasciando che l’impianto registico assecondi l’indole “scorretta” dei personaggi. Le scelte di montaggio, i movimenti di macchina, i tagli improvvisi e una colonna sonora magnetica costruiscono un’architettura dell’instabilità. I dialoghi – affilati, ambigui, circolari – diventano veri strumenti di manipolazione e autodifesa, perfettamente inscritti nella storia dall’esordiente (e sorprendente) Nora Garrett. Tutto è sfumato, contaminato, e anche il tentativo di denunciare qualcosa si dissolve nel sospetto. Nessun personaggio è pienamente positivo, tranne forse il terapeuta, figura quasi simbolica che osserva, comprende e tace. Il film è un racconto sul tradimento della fiducia, sulla fallibilità del pensiero razionale, sulla crudele fragilità del linguaggio. La decisione di non concludere davvero, ma di rilanciare in una scena finale che riapre il gioco delle apparenze, è forse l’unico atto veramente politico del film. Nessuna ideologia, nessuna lezione. Solo domande. Solo disagio.