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Tra le proiezioni speciali di quest’anno al Festival di Cannes 2019 viene presentato 5B un documentario di Dan Krauss che attraversa i corridoi del reparto ormai abbandonato del San Francisco General Hospital. Agli inizi degli anni ’80, complice anche la liberazione dei costumi sessuali e la ribellione sociale degli anni ’70, una nuova malattia inizia a mietere vittime. Etichettata inizialmente come “il cancro dei gay” la sindrome da immunodeficienza acquisita e il virus dell’HIV vengono lentamente introdotti nella letteratura medica e negli studi scientifici, alla ricerca di una cura per porre fine alla loro diffusione e alla loro fatalità. Intanto però i ricoveri aumentano e il terrore di essere contagiati paralizza le strutture mediche e i loro lavoratori: così un gruppo di coraggiosi medici e infermieri hanno costruito un reparto speciale per i malati di AIDS in modo da poterli curare e accudire al meglio.

Il reparto 5B è rimasto attivo per lungo tempo e le difficoltà che i suoi “abitanti” hanno dovuto affrontare sono state moltissime, dai pregiudizi alle speculazioni professionali, fino all’evento più temuto da tutti: il contagio. I progressi in campo scientifico e sociale hanno permesso infine la chiusura del reparto, decretando in qualche modo una volontà di rifiutare la segregazione di questi pazienti.

5B cinematogrpahe.it

Con il documentario 5B Dan Krauss affronta la segregazione degli individui affetti da HIV

Dan Krauss ha saputo comporre un documentario che non fosse troppo didascalico, pur restando una lettura lineare della storia di quel reparto e di quei lavoratori, a cui ha dato un volto umano prima che professionale. La lunghezza non irrilevante di 5B attraversa le varie fasi di scoperta di questa malattia e le reazioni che il mondo esterno alle strutture ha avuto nel corso del tempo, narrando in qualche modo anche il cambiamento del pensiero della società civile. L’alternanza di immagini di repertorio e interviste sui fatti passati dona ritmo a un’analisi lineare della storia di un reparto medico particolare e, da un punto di vista registico, è questo l’aspetto più convincente; vale a dire la capacità di elaborare i filmati di archivio con gli approfondimenti dei protagonisti di questa avventura e, soprattutto, dando dei volti a chi ha vissuto questo dramma.

Le immagini sono infatti fortemente identificate dalle personalità presenti, soprattutto per quanto riguarda gli infermieri, decritti all’apice dell’encomio e tributati con ogni tipo di riverenza. Attraverso i loro racconti vengono narrate le storie della degenza (e in molti casi della morte) di alcuni pazienti che contribuiscono a completare il panorama umano che caratterizza 5B. Allo stesso tempo, il documentario mosso dalle migliori intenzioni perde in qualche momento il focus del film, dando priorità assoluta alla sensibilizzazione verso il lavoro degli infermieri di questo reparto e al loro valore, sia umano che professionale.

Il coraggio e il successo raggiunto da questo progetto sono senza dubbio da omaggiare lasciandone traccia al mondo e raccontandolo con più di un solo documentario, ma resta altrettanto importante approfondire la prospettiva senza farsi trascinare da facili, e giustificati, entusiasmi, che rischiano di etichettare certi fenomeni medici e culturali, pur non essendo loro intenzione. La riuscita emotiva di 5B è indubbia, ma il dato stilistico e registico non può appiattirsi e ridursi a mero encomio spassionato: la sensazione finale, pur positiva, è che il confezionamento del documentario sia stato leggermente distratto dall’ammirazione emotiva per questa storia. Se questo dato sia un bene o male a livello cinematografico, il dibattito è quanto mai aperto.

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