2:22 – Il destino è già scritto: la recensione del film di Paul Currie

Una colonna sonora orecchiabile e l'atmosfera di New York non bastano a coinvolgere lo spettatore in una storia che avrebbe potuto esprimersi in maniera più peculiare e originale.

Può una successione di numeri diventare l’incubo di un uomo? Possono gli eventi quotidiani trasformarsi in una trappola? È quello che accade in 2:22 – Il destino è già scritto, il film diretto da Paul Currie che, facendo leva molto alla lontana sull’ideologia dell’eterno ritorno, propone un thriller a sfondo romantico che si snoda con lentezza tra le strade di New York.

La trama di 2:22 si concentra sulla vita del giovane Dylan Boyd, interpretato da Michiel Huisman, il quale si rende conto della ricorrenza di certi eventi nella sua vita: un clacson che suona, una donna che ride, un’auto che passa. Tutto avviene ogni giorno alla stessa ora salvo poi convergere presso la Grand Central Station di New York. Qui il giovane si accorge della presenza della stessa tipologia di persone: una donna incinta che aspetta sotto l’orologio, una scolaresca che passa e a uno dei bambini casca qualcosa, un uomo d’affari che legge il giornale e poi, improvvisamente, un boato.

Ma come si giunge a questa considerazione? Paul Currie (che avrete sentito nominare in riferimento a La battaglia di Hacksaw Ridge, di cui è il produttore) riesce a far abboccare lo spettatore all’amo per una buona mezz’ora, intrigandolo con una regia attenta alle peculiarità e alle gioie quotidiane. Un bollitore che si colora con della polvere di caffè, una corsa in bicicletta, dei colleghi simpatici: piccoli dettagli che ci fanno intromettere senza volerlo nella vita di Dylan, creando empatia col personaggio.

La sintonia inizia però a vacillare nel momento in cui alla novità subentra una monotonia narrativa mascherata da dinamicità. L’impressione che succeda qualcosa di eclatante da un momento all’altro viene continuamente disattesa. 2:22 – Il destino è già scritto è come una chiave inserita male nella serratura che non riesce a cadere nonostante i possenti e ripetuti spintoni, non permettendo dunque agli spettatori di aprire la porta dell’immaginazione e immergersi a capofitto in un’illusione.

Insomma, il profilo thrilleristico della pellicola non sa affascinare abbastanza, ubriacandoci graficamente con ologrammi che tentano di farci vedere il mondo con gli occhi di Dylan; un escamotage che dopotutto sa essere gradevole, ma che non è sufficiente a colmare lo scompenso narrativo di cui soffre il film.

2:22 – Il destino è già scritto infatti ci lascia aperta la porta dei pensieri e delle fissazioni del protagonista dipingendoli però come i deliri di un pazzo, dal momento che nella sua vita non accade poi nulla di troppo trascinante, nulla di talmente alchemico da farci esclamare “Urca! Cose dell’altro mondo”.

D’altro canto 2:22 – Il destino è già scritto potrebbe giocarsi anche un’altra carta, ovvero quella del romanticismo.

Se infatti l‘evento scatenante per Dylan è una confusione sul posto di lavoro – lui ha il compito di coadiuvare l’arrivo e la partenza degli aerei – che lo porta a sfiorare la catastrofe e ad avere una sospensione, l’evento dolce è dato dall’incontro con una bellissima ragazza, interpretata da Teresa Palmer.

Tra i due è colpo di fulmine e baci, abbracci, cene fuori e follie d’altro tipo fanno da cuscinetto all’evolversi della trama. Peccato che la particolarità del loro rapporto venga logorata e svuotata dalla coincidenza con la vita di un’altra coppia, vissuta circa 20 anni prima. Un’allitterazione di eventi che ci fa vedere la vita come qualcosa tutt’altro che speciale: Paul Currie invece la dipinge come una monotona sequenza di eventi simili che si ripresentano allo scadere di un determinato lasso di tempo.

Tutti questi tasselli fanno risultare 2:22 come un film dall’indecisa identità; un thriller romantico che sembra di sapere come agire ma che suo malgrado si perde strada facendo lasciando in bocca il sapore annacquato di un caffè americano, salvo poi cercare di recuperare goffamente sul finale, provvedendo a srotolare troppo velocemente una spiegazione che certamente avrebbe allettato almeno una fascia di pubblico, se inserita gradualmente a metà.

C’è però anche da lanciare una freccia a favore della colonna sonora, talvolta invadente ma gradevole; delle ambientazioni – i colori di New York sono spettacolari – e di alcune forme d’arte come i quadri, le performance, l’arte orafa e i balli, che sanno riempire in parte quel vuoto creato dalla trama e dovuto certo non tanto al film in sé quanto all’aspettativa che si crea intorno alla visione di opere che parlano di coincidenze, destini e amori impossibili.

Se c’è un messaggio di base in questo 2:22 è che il destino si può cambiare, che siamo padroni delle nostre azioni anche quando i binari del fato sono già sulla riga di partenza e nulla sembra poter deviare il loro percorso.

2:22 – Il destino è già scritto è in uscita nelle sale il 29 giugno con Notorious Pictures.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 1.5

2.8