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1943: un’unità dell’Oklahoma composta da messicano-americani, nativi americani e cowboy del deserto, molti dei quali in Patria non potevano bere nello stesso bar, sbarcò in Sicilia e iniziò una campagna di cinquecento giorni attraverso l’Europa occupata dai nazisti. Le gesta di quel gruppo di valorosi soldati conosciuti come i Thunderbird, che non troverete di certo sulle pagine dei volumi di Storia, sono state narrate prima nel libro di Alex Kershaw, The Liberator: One World War II Soldier’s 500-Day Odyssey, e di recente nei quattro episodi (della durata di una cinquantina di minuti cadauno) che vanno a comporre l’omonima trasposizione seriale targata Netflix, firmata dallo stesso scrittore insieme a Jeb Stuart, per la regia di Grzegorz Jonkajtys.

The Liberator ha il merito di rievocare una vicenda poco conosciuta della Seconda Guerra Mondiale

The Liberator cinematographe.it

Di vicende e uomini come questi la Storia è piena zeppa, la stessa che nei decenni successivi a causa di tensioni sociali e discriminazioni razziali ha finito per dimenticarsene, gettando il tutto nell’oblio della dimenticanza. Motivo per cui a prodotti audiovisivi come The Liberator o Windtalkers (il film in cui John Woo rievoca le storie di alcuni soldati indiani Navajo durante la Seconda Guerra Mondiale), indipendentemente dai meriti o demeriti artistici e tecnici riscontrabili, va riconosciuto il valore documentario e testamentale del quale si sono fatti portatori sani e che per quanto ci riguarda è inestimabile.

Ciascuno a proprio modo contribuisce di fatto alla causa della memoria, quella ingiustamente rimossa nonostante fosse stata scritta con il sangue e il sacrificio di uomini che hanno lottato per la libertà di tutti e per quella di una nazione che li mandava in guerra come carne da macello. Per fortuna che a guidarli ci sono state anche persone come il capitano Felix Sparks, che non li ha mai ritenuti tali, rimanendo sempre al loro fianco nell’incredibile viaggio compiuto tra il 1943 e il 1945 dal 157° Reggimento di fanteria dell’esercito americano. Per l’esattezza cinquecento interminabili e sanguinari giorni che da Salerno giungono sino al campo di concentramento di Dachau. Questo l’arco temporale che Jonkajtys ha coperto nella miniserie, che si presenta come una sorta di diario di guerra nel quale ogni episodio si tramuta in un macro-capitolo, nel quale i fatti vengono narrati attraverso la prospettiva di Sparks (interpretato dal bravissimo Bradley James) e la corrispondenza inviata a sua moglie Mary.

The Liberator: dramma e tensione raggiungono l’apice nel pre-epilogo del quarto e ultimo episodio ambientato nel campo di concentramento di Dachau

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Lo script condensa gli eventi trasformandoli negli highlights salienti dell’odissea militare e umana vissuta dal protagonista e dal suo Reggimento, quest’ultimo mano a mano decimato dalle dure battaglie nel quale viene di volta in volta coinvolto. Battaglie che vedremo consumarsi sullo schermo con una buona dose di realismo (su tutte il violento attacco alle porte di Anzio e il conflitto a fuoco lungo il torrente  nel secondo episodio, l’imboscata sul crinale nel terzo e quella del cecchino tra le strade di Aschaffenburg nel quarto)  sin dai primi minuti di un pilot che scaraventa lo spettatore di turno nel cuore di una di esse.

Un incipit, quello della ritirata dell’unità americana sotto il fuoco dell’artiglieria pesante tedesca, che mette subito in chiaro la qualità e la spettacolarità della messa in scena, che non raggiunge ovviamente i livelli di Band of Brothers, ma riesce comunque a lasciare il segno tanto visivamente quanto emotivamente. Tragedia e tensione raggiungono sempre la giusta temperatura, toccando i picchi più alti nella scena del recupero dei feriti e dei morti da parte di Sparks a bordo del blindato nel terzo atto, ma soprattutto nel pre-epilogo ambientato nel campo di concentramento di Dachau, laddove tutto l’odio e l’orrore del conflitto deflagra sullo schermo nel momento in cui davanti agli occhi dei presenti e di riflesso del fruitore si palesano i cadaveri dei deportati ammassati nei vagoni.

The Liberator è la prima serie a utilizzare l’innovativa tecnica animata del Trioscope Enhanced Hybrid Animation

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The Liberator si iscrive dunque nel vastissimo filone bellico, quello che nei decenni ha raccontato in più di un’occasione le violenze, il dramma e le ferite impresse a caratteri cubitali e mai cicatrizzate dalla Seconda Guerra Mondiale. Per farlo gli autori hanno rintracciato un altro capitolo poco conosciuto di quel conflitto, passando attraverso la prospettiva di uomini e soldati fino a questo momento ignorati e mai celebrati quanto avrebbero meritato per il valore delle loro azioni.

Ma senza ombra di dubbio è la vesta grafica con la quale Jonkajtys ha deciso di confezionare la serie a prendere il sopravvento su tutto, catturando l’attenzione del pubblico con l’utilizzo della Trioscope Enhanced Hybrid Animation, che genera a sua volta quadri dal forte impatto visivo capaci di allargare ulteriormente gli orizzonti della tecnica ormai ultracentenaria del rotoscoping. Brevettata da Max Fleischer nel 1915, la tecnica in questione prevede l’intervento sulle figure umane fotogramma per fotogramma al fine di ritoccarle come nel caso di Waking Life o A Scanner Darkly di Richard Linklater, oppure di Fire and Ice di Ralph Bakshi e delle serie Dream Corp LLC e Undone. Qui l’effetto è ancora più esaltante, donando a The Liberator quel look che lo rende unico all’interno della sterminata produzione bellica per il grande e piccolo schermo.