voto del pubblico N/A
voto finale 3.5/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Nel cinema, come nella televisione, convivono varie anime, influenze e storie. Una storia può essere frutto di un percorso di crescita che è passato per altre, incrociando la strada di personaggi e ambientazioni. Lo stesso vale per il mondo di Star Wars, nato sì dall’immaginazione di George Lucas, ma anche dalle influenze dello stesso. Parliamo soprattutto del Ciclo di Dune di Frank Herbert (ora al cinema con la trasposizione di Dennis Villeneuve), del Western e della filmografia giapponese. Da quest’ultima Lucas attinge a piene mani, traslando la figura del samurai, del ronin errante, in chiave fantascientifica. Questo tipo di narrazione è tornata con preponderanza in The Mandalorian, serie che vede l’incontro metaforico tra Clint Eastwood e Akira Kurosawa. Fin qui parliamo di influenze, citazioni e semplici rimandi. Con Star Wars: Vision la casa di Topolino fa l’opposto, viaggia a ritroso verso l’influenza iniziale: porta Guerre Stellari in Giappone.

E quale miglior modo di sondare le possibilità di questo viaggio se non attraverso l’animazione anime? I due mondi si incontrano su un terreno fertile che valorizza i tratti migliori. Star Wars: Vision in tal senso non è solo un esperimento di stile, un mero prodotto di marketing; molti film o serie hanno avuto la loro controparte anime, basti pensare all’ultimo The Witcher: Nightmare of the Wolf. In questo caso si tratta di ripercorrere le proprie impronte fino al punto di partenza, all’idea iniziale. La serie da questo punto di vista riesce nel suo intento, realizzando un immaginario suggestivo e interessante. E allora i samurai in bianco e nero con la spada laser non ci sembrano così estranei, lontani. Lo stampo antologico della serie è anche un modo per valorizzare la visione soggettiva delle varie case di produzione. L’unica cosa, forse, che mina la piena riuscita di Vision è il non aver scandagliato a fondo l’universo espanso di Star Wars, ma ci arriviamo dopo.

Star Wars: Vision e i discendenti di Akira Kurosawa

Star Wars: Vision - Cinematographe.it

Nove episodi, sei studi di produzione: The Duel diretto da Takanobu Mizuno per Kamikaze Douga; Lop and Ocho diretto da Yuki Igarashi e Tatooine Rhapsody di Taku Kimura per Twin Engine; The Twins di Hiroyuki Imaishi e The Elder diretto da Masahiko Otsuka per Studio Trigger. Akakiri e T0-B1 diretti rispettivamente da Eunyoung Choi e Abel Góngora per Science SARU; The Village Bride di Hitoshi Haga e animato dallo studio Kinema Citrus; e infine The Ninth Jedi realizzato da Kenji Kamiyana per la Production I.G. Questi i nomi e i volti di Star Wars: Vision. In ogni puntata convivono appunto visioni e stili differenti; la propria idea di Guerre Stellari.

Prendiamo in considerazione l’episodio che dà il via alla serie, Il duello. Qui Akira Kurosawa permea ogni azione, è l’ombra di ogni personaggio. Il bianco e nero si dimostra un’ottima scelta stilistica. Il colore, quello elettrico e acceso, lo troviamo negli elementi dissonanti: nelle spade laser e nelle luci dei droidi e delle astronavi. La storia è proprio una rivisitazione del mondo di Star Wars nel periodo Edo. Le Armature e gli abiti di stormtrooper e banditi, come l’assetto degli astrodroidi vengono adattate al periodo. Siamo nel futuro, in una galassia lontana lontana, eppure non lo sappiamo; tutto è familiare. L’episodio riesce a stupire con disegni e animazioni spettacolari, potenti. Dal protagonista senza nome al nemico, ogni cosa sembra esser stata realizzata con minuzia e attenzione ad ogni singolo particolare. I difensori della città sono capeggiati da un trandoshano (i rettili umanoidi), e al suo soldo troviamo un sabipode e un ex droide imperiale della linea RA-7.

Un universo espanso indagato solo a metà

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Star Wars: Vision per quanto ben realizzato, sembra concentrarsi su un unico aspetto della saga: i Jedi. Ogni episodio racconta, a modo suo, la storia dei cavalieri della repubblica e dei loro antagonisti, i Sith. In mezzo troviamo molto altro, certo, ma il filo conduttore è sempre lo stesso. Con una serie antologica ci saremmo aspettati un’investigazione più approfondita di una galassia immensa come quella di Star Wars. Dai mercenari ai piloti, dai criminali a semplici abitanti di un pianeta, le basi per un racconto “differente” non mancavano. A nostro avviso questo aspetto rende la visione ripetitiva. Detto ciò non mancano elementi interessanti, come nel T0-B1 di Eunyoung Choi, un vero e proprio matrimonio tra Astro Boy e Guerre Stellari. Per non parlare del fatto che la pronuncia del protagonista diventa T-Obi-Wan. Interessante è anche la linea presa da Tatooine Rhapsody che si distanzia dai Jedi per incontrare gli Hutt e le rock band.

The Elder è un altro episodio interessante che si colloca prima de La Minaccia fantasma. Il meno riuscito sembra essere il The Twins di casa Trigger. Molte delle sue scene sfociano nell’esagerazione, come uno dei personaggi che sopravvive a un viaggio nell’iperspazio fuori dalla sua navicella; improbabile. Chi invece ha dato peso all’ambientazione è Yuki Igarashi con il suo Lop and Ocho. L’episodio ci mostra un pianeta, una città nella sua interezza. Dai bassifondi ai cantieri imperiali scopriamo il paesaggio insieme ai protagonisti. Da questo punto di vista è l’episodio più intrigante. Tra alti e bassi, Star Wars: Vision riesce comunque a colpire il segno con storie mature e citazionistiche, come l’episodio Akakiri. Eppure, sembra mancare quel qualcosa, quell’amore per l’epica che ha caratterizato l’opera di Lucas. Al di là di un’ottima resa scenografica, la serie non sembra ricercare lo stupore e la magia di mondi fantastici e alieni. A quest’ultimi preferisce una componente più umana, meno ancorata ad un’immaginario collettivo dello spazio. La pluralità di razze e costumi rimane in sottofondo, presente ma fuori fuoco. Soltanto alcuni degli episodi percorrono quella strada, riuscendo appieno ad immergerci in un mondo altro.

Tutti gli episodi di Star Wars: Vision usciranno su Disney+ il 22 settembre.