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Il franchise di Ju-On, alias The Grudge, sulla maledizione della famiglia Saeki e della casa di Nerima a Tokyo è revisitato in una serie tv targata Netflix disponibile sulla piattaforma dal 3 luglio in 6 episodi della durata di trenta minuti ciascuno. Diretta dal regista Sho Miyake, con un cast tutto giapponese, la serie tv afferma di ispirarsi ai fatti presumibilmente reali che in passato ispirarono il regista Takashi Shimizu a creare la saga j-horror sui fantasmi di Kayako e Toshio.

I fatti si svolgono tra il 1988 e il 1997, intrecciando spesso le linee temporali tra di loro e diversi personaggi e situazioni familiari ma avendo sempre come perno la casa portatrice di maledizione e morte. Yasuo Odajima (Yoshiyoshi Arakawa) è uno scrittore e appassionato di eventi paranormali che entra in contatto con la storia di Haruka Honjo (Yuina Kuroshima), una giovane attrice che racconta di sentire spesso dei passi di qualcuno all’interno della propria abitazione. Presto salta fuori che la presenza non è collegata al suo bilocale, ma a trascinarla con sé è il suo fidanzato Tetsuya che ha visitato la casa di Nerima con l’intenzione di comprarla e di chiedere in sposa Haruka.

Dopo la tragica scomparsa di Tetsuya il mistero si infittisce, ma la narrazione si sposta su Kiyomi (Ririka Kawashima) e sulla brutta piega che prende la sua vita dopo aver subito uno stupro proprio all’interno di quella casa. Andando a fondo nel mistero e scavando tra le connessioni che intercorrono nelle varie vicende, Odajima capirà di essere anch’egli al centro della maledizione, che sembra non volersi arrestare.

Una trama criptica con gli elementi salienti del J-Horror

Il gusto di intrecciare diverse linee temporali e diverse storie nella saga di Shimizu era già presente nelle altre pellicole, ma nella serie a tratti rischia di essere del tutto spiazzante. Alcuni personaggi appaiono per poi scomparire senza che lascino un effettivo peso nella storia e la sceneggiatura soffre un po’ dell’eccessiva mescolanza degli eventi. Quando lo spettatore sembra di aver colto nel segno, ecco che viene introdotto un nuovo elemento che lo destabilizza. In uno stile che potrebbe ricordare quello di Dark o l’episodio della donna senza collo di The Hauting of Hill House, alcuni personaggi sembrano fare un’intrusione in un passato che ritorna nel presente, con azioni in dimensioni temporali differenti – come quando Odajima realizza che la figura senza tratti che ha visto irrompere in casa rompendo il vetro e rubare un neonato non era altri che Kiyomi in un altro futuro.

Confusi? Omaggi spassionati al genere horror giapponese vengono disseminati per tutti i sei episodi: dai dettagli sullo scorrere dell’acqua allo squillare incessante del telefono che diviene anche protagonista di una scena raccapriciante e disturbante, più identificabile nel genere gore. Ottima la performance di Ririka Kawashima che aggiunge intensità al dramma personale di Kiyomi. Tuttavia, il ricorso frequente a vfx e l’aver scommesso di meno sulle espressioni facciali degli attori e sul trucco tipici del J-Horror non fanno che assottigliare quella componente di terrore fedele al genere. I visi bianchi di Kayako e Toshio, l’espressività dei loro sguardi e i lunghi capelli neri di lei vengono ricordati dai fan con nostalgia.

Ju On Origins Cinematographe.it

Tanta suspense, poca paura

La mancanza di Takako Fuji e del suo “storico” personaggio, Kayako Saeki, si fa sentire. Sono pochi i momenti in cui si salta dal divano per la paura, tanta la suspense alla cui riuscita concorrono gli effetti sonori ben soppesati come lo scricchiolio delle porte, i passi sommessi nel silenzio, i miagolii del gatto e il fruscio del vento. Il regista usa le inquadrature strette e i movimenti di camera lenti per creare un’ansia ascendente nello spettatore che viene però più e più volte delusa da chi si aspetta di avere un sano e vero spavento con tanto di adrenalina in vena. Le scene più terrificanti di JU-ON: Origins non riguardano il mondo del sovrannaturale e degli spettri, ma la vita reale: sono le disturbanti scene in cui una bimba viene picchiata da un serial killer pedofilo, una ragazza viene stuprata e tradita dai suoi compagni di classe e una donna incinta viene brutalmente uccisa a lasciare con il voltastomaco lo spettatore.

Il regista ci mostra che i veri mostri nella storia sono gli stessi esseri umani, quelli ancora in vita, che – influenzati o non dalla maledizione dei fantasmi della maledetta casa – riescono a nuocersi a vicenda in un vortice di violenza che non ha mai fine. Diversi sono i momenti in cui una voce fuori campo proveniente da un telegiornale annuncia di tragici avvenimenti riguardanti Tokyo, come incidenti, omicidi, persino il disastro di Chernobyl. Il male è davvero sulla soglia dell’aldilà o la nostra quotidianità ne è già più che impregnata? Ad ogni modo bisogna attendere gli ultimi due episodi della serie per avere qualche momento in puro stile J-Horror e senza dubbio il quinto e il sesto episodio sono tra i più spaventosi della produzione.

Sho Miyake fa l’occhiolino al gore, ma il risultato sfiora il ridicolo

Apprezzabile è il tentativo di dare una rinfrescata a una storia già tante volte messa in scena, ma Sho Miyake nel voler osare troppo inciampa in qualche caduta di stile. Le scene splatter che riguardano l’uccisione e lo sventramento di una donna incinta da cui viene brutalmente estratto il feto sono sconcertanti ma al tempo stesso grottesche. Il ridicolo viene sfiorato nella scena in cui il marito omicida della donna incinta di un altro uomo viene perseguitato in galera dalla figura del feto che le ha strappato dal grembo, con un’innaturalezza eccessiva e un risultato che più che gore e i b-movie rasenta il vero e proprio cinema trash, così come quella in cui un personaggio viene liquefatto nell’asfalto da una sorta di autocombustione istantanea – probabilmente c’è da chiedersi cosa c’entri tutto questo con un horror come Ju-On, ma al quesito purtroppo una risposta non c’è ancora. Sho Miyake quindi dà una passata di tinteggiatura fresca alla vecchia storia, ma lo fa spingendosi un po’ troppo oltre il cerchio del genere. Dopo l’entusiasmo iniziale e generale, i fan della saga probabilmente porteranno con sé qualche delusione dopo la visione della serie, tuttavia per il fatto di non essersi dilungati nei tempi la visione di JU-ON: Origins nelle sue tre ore complessive ne vale la pena per non restare indietro su ciò che ruota attorno a questa saga ormai cult.

L’episodio finale di JU-ON: Origins non ci mette davanti a una risoluzione della storia: il cerchio non si chiude, ci sono tutte le premesse per l’avvio di una seconda stagione. Sarà mai abbastanza?

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