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Sin dall’alba dei tempi, il cinema ha mostrato un certo interesse nei confronti della figura del serial killer, portando sul grande schermo pellicole che hanno rievocato i fatti di sangue commessi da omicida realmente esistiti. Un interesse, questo, che cresce in maniera direttamente proporzionale al terrore seminato, al dolore provocato, al modus operandi, al numero di omicidi del quale si è macchiato e all’efferatezza con la quale sono stati messi in atto. Il risultato è una vastissima “galleria degli orrori” nella quale hanno trovato spazio prodotti cinematografici e televisivi realizzati alle diverse latitudini. Motivo per cui non c’è da stupirsi del fatto che un broadcaster come Netflix, sempre a caccia di contenuti e storie che possano saziare gli appetiti mensili di una fetta di abbonati in cerca di emozioni forti, abbia deciso di commissionare e di rilasciare nel giro di pochi mesi una dall’altra, due docu-serie incentrate su altrettanti serial killer che con i loro omicidi hanno lasciato un’impronta indelebile nella Storia e delle cicatrici profonde nella memoria collettiva. Così dopo la miniserie su The Night Stalker, all’anagrafe Richard Ramirez, ecco approdare dal 5 maggio sulla piattaforma a stelle e strisce quella su David Berkowitz, il killer inizialmente conosciuto come The .44 Caliber Killer, in riferimento all’arma che usava per i delitti, poi ribattezzato Il figlio di Sam.

I figli di Sam: il racconto si addentra nel campo scivoloso e discutibile delle teorie e delle ipotesi

I figli di Sam cinematographe.it

Di Berkowitz si era occupato vent’anni or sono Spike Lee nel suo Summer of Sam – Panico a New York, ma scegliendo come baricentro drammaturgico non l’elemento biografico o cronachistico, bensì spostando il fuoco della narrazione sulla caccia all’uomo, sull’isteria generale e sulla reazione della gente comune e dell’opinione pubblica agli omicidi. Si tratta di un approccio alla materia che è possibile ritrovare anche nella nuova docu-serie true crime by Netflix firmata da Joshua Zeman, I figli di Sam. Un titolo che lascia intuire in maniera piuttosto netta quale sia il soggetto in questione, ma soprattutto su quali sviluppi diversi/inediti questa miniserie in quattro episodi (da 60’ circa cadauno) decida di puntare per attirare a sé più spettatori possibili. Il plurale nel titolo è già una chiara lettera d’intenti in tal senso, annunciando al potenziale fruitore che la prole del malvagio Sam non si esaurisce a una singola unità, ma che in realtà dietro il mostro sbattuto in carcere e sulle prime pagine vi siano più persone mai assicurate alla giustizia. Insomma, una vera e propria bomba a orologerie che l’autore innesca a cominciare dal secondo episodio, a partire dal quale il racconto si addentra nel campo scivoloso e discutibile delle teorie e delle ipotesi. Dimostrabili o no, probabilmente nemmeno è importante per chi ha deciso di realizzare la docu-serie, ma sufficiente ad alimentare le timeline e a motivarne la visione.

E se dietro Berkowitz vi fosse una setta satanica radicata in tutto il mondo?

I figli di Sam cinematographe.it

A portare avanti le ipotesi sulla pista Satanica e sulla presenza di una setta dietro Berkowitz  c’era il  il giornalista Maury Terry, che all’epoca dei fatti viveva in quel di Yorkers, a pochissimi isolati dall’abitazione di colui che dal 29 luglio del 1976 al 31 luglio 1977 aveva ucciso a colpi di pistola 6 persone e ferito gravemente molte altre, principalmente coppiette tra i quartieri del Bronx e Queens, prima dell’arresto avvenuto il 10 agosto 1977. In quel periodo lo Stato di New York versava in pessime condizioni con il proliferare di ogni genere di attività criminale. Si erano registrate quasi 11.000 denunce per reati gravi: uno ogni 15 residenti, con 4.000 persone aggredite, derubate, stuprate e uccise. Sullo sfondo una crisi economica imperante e una metropoli in continuo deterioramento, depredata e incendiata, del tutto fuori controllo e ingestibile da parte delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Insomma, non era un bel posto dove vivere. Era come un barile pieno di polvere da sparo che non sapevi quando sarebbe esploso. Ed è in quel contesto che qualcuno iniziò a sparare. Il ché non rappresentava una novità per la Grande Mela dell’epoca, se non per il fatto che le vittime venissero scelte a caso, freddate e senza un motivo. Quello che sarà rivelato dallo stesso Berkowitz: pare che a spingerlo ad uccidere fosse stato il cane nero del suo vicino, Sam Carr, da lì la sua autodefinizione come “figlio di Sam”, un demone millenario assetato di sangue che gli diceva come agire.

I figli di Sam: dopo la caccia all’uomo e il disegno del contesto, la narrazione si sposta sulle indagini portate avanti dal giornalista Maury Terry

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Il contesto e la parabola criminale di Berkowitz, compresa la caccia all’uomo che l’ha visto protagonista dal primo omicidio sino alla cattura, passando per le lettere di rivendicazione inviate alla polizia e ai giornali, viene esaurita nell’arco del primo episodio, nel quale Zeman getta le basi per quello che sarà. Uno schema che va in contrasto rispetto a quello utilizzato da Tiller Russel per ricostruire le dinamiche che portarono all’arresto del carnefice di Night Stalker. In quel caso, si giungeva all’identità del killer solo in prossimità della fine del terzo dei quattro capitoli della serie. Punto in comune semmai è la scelta di un punto di vista preciso attraverso il quale narrare i fatti. Se nella serie di Russel il testimone del racconto è affidato ai due detective che hanno portato all’arresto di Ramirez, in I figli di Sam il testimone passa nelle mani del già citato Maury Terry, il giornalista che credeva che dietro a Berkowitz si nascondessero non solo altri complici, ma addirittura una setta satanica diffusa tanto negli Stati Uniti come all’estero.

I figli di Sam: la voce narrante nella versione originale è affidata a Paul Giamatti

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Con e attraverso di lui, la cui voce narrante è affidata nella versione originale a Paul Giamatti, si delinea uno scenario più vasto, in grado gettare nuove ombre su un caso che sembrava chiuso con la condanna a sei ergastoli. Il tutto accompagnata da un coro greco di testimoni (a ex cronisti, poliziotti e detective in pensione, all’autore del libro Son of Sam, Lawrence Klausner, sopravvissuti e reporter) e da  un uso massiccio di materiali d’archivio, che denotano un attento e capillare lavoro di ricerca. Lavoro che si concretizza in un prodotto di buona fattura, che riesce a tenere alta la tensione e a calamitare a sé l’attenzione dello spettatore. Ma chi si aspetta qualche risposta rimarrà deluso, perché la visione non farà altro che istillare nuovi dubbi e generare nuovi quesiti.