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Con a disposizione uno scritto di Jack London, un attore della caratura di Luis Tosar e un campionario di tematiche dal peso specifico decisamente elevato, le premesse per fare bene c’erano davvero tutte. E infatti Mateo Gil non è andato lontanissimo dal centrare il bersaglio grosso con la miniserie targata Netflix dal titolo I favoriti di Mida, adattamento per il piccolo schermo dell’omonimo racconto breve firmato dallo scrittore statunitense (pubblicato per la prima volta sul numero di maggio 1901 del mensile britannico Pearson’s Magazine, e poi in volume nella raccolta intitolata Faccia di luna del 1906). Testo che il cineasta spagnolo, con la complicità in fase di scrittura del sodale Miguel Barros, ha trasportato nella Madrid dei giorni nostri con il il chiaro intento di dimostrare che a un secolo e passa di distanza certe dinamiche di potere e cattive abitudini non sono per nulla cambiate. A cambiare semmai sono stati i protagonisti, le epoche e i luoghi dove le malefatte, i peccati e reati sono stati perpetrati e consumati, poiché gira e rigira il lupo perde il pelo ma non il vizio. Motivo per cui gli autori di questa serie in sei episodi (da 50′ cadauno circa) non hanno avuto alcuna difficoltà a trovare, nonostante lo iato storico, moltissime corrispondenze, analogie e assonanze con il tempo presente, laddove il plot di uno scritto secolare ha potuto piantare ancora una volta le radici tornando a nuova vita narrativa e drammaturgica. Il tutto ovviamente dopo essere stato sottoposto a un processo di ammodernamento e di restyling, per fare in modo che ciò che London aveva pensato e messo su carta nei primi vagiti del Novecento potesse rivivere sotto altra forma e sostanza decenni più tardi.

I favoriti di Mida: Mateo Gil prende in prestito l’omonimo racconto breve di Jack London del 1901 per raccontare la caduta all’inferno di un uomo del nostro tempo

I favoriti di Mida cinematographe.it

Ed ecco rivivere sotto altra forma e ai giorni nostri il piano machiavellico di un’oscura congregazione che fa del senso di colpa e della vendetta la sua ragione di esistere. Animati da un primordiale istinto di giustizia e di equità, i servi perseguono, con metodo folle e calcolo scientifico, la fine di un sistema sociale che appare ingiusto e costruito sul sangue. Per raggiungere il loro obiettivo progettano una catena ingovernabile di delitti e giustizie/ingiustizie, dove ogni parvenza morale viene soffocata da una modernissima legge della giungla. Dinamiche, queste, che nelle mani di Gil e del suo co-autore si tramutano nell’odissea umana di un influente uomo d’affari, vittima di uno strano ricatto: se non accetta di pagare una grossa somma di denaro, per la precisione 50 milioni di euro in comode rate da 5, i cosiddetti Favoriti di Mida uccideranno una persona a caso in un luogo e in una data designati. E aggiungeranno periodicamente una nuova vittima fino a quando non raggiungeranno il loro scopo.

Il trailer de I favoriti di Mida

Sulla carta un plot semplice e di fatto lo è, appartenente all’ormai abusato filone complottistico che scaraventa nell’occhio del ciclone il malcapitato di turno, scelto suo malgrado come capro espiatorio da un non identificato nemico ostile che si erge a moralizzatore e giustiziere in nome del popolo. Un popolo che nel frattempo è insorto, mettendo a ferro e fuoco le strade della città. E tornano alla mente i vari Seven, In linea con l’assassino, Desconocido e il più recente 4X4. Da parte sua, il Víctor Genovés della miniserie spagnola è anch’esso tutto tranne che uno stinco di santo, abituato ad avere tutto e tutti sotto controllo, oltre che libero accesso alle stanze del potere. Il percorso di redenzione è quindi l’unica via d’uscita, la sola che può salvare la vita a lui e a quella catena di sconosciuti innocenti che dipende dalle sue scelte e conto in banca. Materiale questo perfetto per portare sullo schermo un thriller a scatole cinesi, sorretto da un meccanismo a incastro che coinvolgerà lo spettatore, attraverso una progressione di eventi che ribalterà continuamente le posizioni dominanti e le carte in tavola.

I favoriti di Mida: un ginepraio che assomiglia sempre di più a una ragnatela

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Lungo i sei capitoli che vanno a comporre la miniserie assisteremo a un sali e scendi di tensione, di quelli in grado di calamitare a sé l’attenzione del fruitore, mantenendo alto il livello di interesse nei confronti del futuro epilogo. Non c’è dubbio che l’asticella si alzi in prossimità del terzo episodio battezzato non a caso La colpa, quest’ultimo efficacissimo giro di boa che libera gli autori dal compito di gettare le basi del racconto e presentare tutte le pedine posizionate sullo scacchiere. Da quel momento in poi, che rappresenta per quanto ci riguarda il punto di svolta della serie, la linea mistery e il cervellotico ingranaggio che la muove possono finalmente mostrare i frutti, tirando dentro una volta per tutte i “giocatori” e coloro che assistono alla partita. Intavolato il tutto, il prodotto esce dall’iniziale fase di rodaggio, che secondo noi è fin troppo generosa, per pigiare sull’accelerata attraverso un ritmo e delle atmosfere sempre più asfissianti. Si assiste a un ginepraio che assomiglia sempre di più a una ragnatela; una ragnatela che il protagonista e le tante forze messe in campo, comprese quelle schierate contro e a difesa di una verità che verrà rivelata solo a pochi frame dal traguardo.

I favoriti di Mida è una riflessione sui mali atavici che risucchiano la Società

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Mettevi l’anima in pace sul fatto che non avremo tutte le risposte ai numerosi quesiti sollevati, con quelle rimaste insolute per dare la possibilità a una seconda stagione di avere materiale a sufficienza per venire alla luce. Nel mentre dovremo accontentarci di sapere in che modo Genovés riuscirà a salvarsi, ma non senza conseguenze e quegli effetti collaterali che travolgeranno chi professionalmente e affettivamente gli ha ronzato intorno nell’arco dei sei episodi. Episodi che nel loro complesso permettono di riflettere sui mali della atavici della Società, oggi ancora più duri da estirpare: dalla crisi economica alla speculazione, dagli abusi di potere alla messa in discussione della libertà di stampa, passando per l’anaffettività, il consumismo sfrenato, la mancanza di moralità, le guerre, la corruzione imperante e i totalitarismi. Un bel po’ di carne messa al fuoco non c’è che dire, tanta da impedire purtroppo agli autori di argomentarla tutta con la stessa cura. Qualcosa infatti sfugge al loro controllo e si perde nel mare magnum incandescente di argomenti presi in consegna, come ad esempio la tragica questione siriana buttata lì per cercare qualche ulteriore appiglio in più con l’attualità. 

Ai sali e scendi del plot fanno da contraltare un Luis Tosar sugli scudi, la confezione tecnica e la capacità di creare la giusta tensione 

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Al netto di tutto questo, Tosar nei panni di una vittima/carnefice del Sistema e l’ennesima grandissima performance della sua carriera, il cui sussulto per quanto ci riguarda è rintracciabile in Cella 211, sono il terminale di una miniserie che, anche senza brillare dal punto di vista dell’originalità della storia e del disegno delle figure che la animano, non può e non deve sfuggire ai radar degli amanti del serial-thriller. Mancanze che però non mettono in discussione i meriti riscontrati sulla timeline, che vedono la costruzione della suspense, la potenza di alcune scene (gli scontri e la morte del manifestante in in Paseo del Prado, la colluttazione tra Victor e l’autista nel garage, la mancata consegna della valigetta con successivo inseguimento), oltre che la confezione (montaggio, regia e fotografia di grande qualità), come  gli ingredienti di una ricetta da gustare in binge-watching. Modalità che Netflix, per quanto concerne I favoriti di Mida, ha messo a disposizione dei suoi abbonati a partire dallo scorso 13 novembre. Per cui vi consigliamo di approfittarne.