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Ci sono molte cose che lasciano perplessi del ritorno di Disincanto su Netflix. Perché il nuovo ciclo di episodi viene definito “parte 2” della prima stagione e non, come sarebbe più sensato “stagione 2”? Cosa vuole raccontarci di preciso la serie? Dove sta andando a parare? Vale davvero la pena vederla?

Lo show creato da Matt Groening ha debuttato sul servizio streaming il 20 settembre 2019 riportando sul piccolo schermo le avventure della principessa Bean, del demone Luci, del redivivo elfo Elfo (il cui ritorno in vita è stato annunciato dal trailer della serie) e del bizzarro regno di Dreamland. In seguito agli eventi della prima parte, ci troviamo in una nuova città, Maru, luogo d’origine della regina Dagmar, madre di Bean. A Dreamland sono stati trasformati tutti in pietra e a Maru accadono cose molto strane. Bean si renderà presto conto che la sua amata mamma non è affatto quello che sembra.

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Disincanto raddrizza il tiro, ma continua a perdersi per strada

Disincanto aveva debuttato su Netflix nell’agosto dell’anno scorso e la serie, nel frattempo, è stata rinnovata per altri 20 episodi (che comporranno la seconda stagione) pronti a invadere la piattaforma tra il 2020 e il 2021. Il nuovo show di Matt Groening era stato accompagnato da una grande curiosità: in fondo non stiamo parlando di uno qualunque, ma di una delle menti che ha irrimediabilmente rivoluzionato il panorama televisivo mondiale. Groening è il creatore dei Simpson e di Futurama e – siamo sinceri – la nostra vita non sarebbe la stessa senza di lui.

Eppure fin da subito era abbastanza chiaro: Disincanto non è il nuovo Futurama, né per la profondità della trama, né per lo humor che, spesso, lascia alquanto a desiderare. Nonostante tutto, però, la serie ha terminato il suo primo ciclo con una nota di curiosità alquanto promettente e in questa nuova arrivata seconda parte è inevitabile notare come gli angoli siano stati smussati e come il tiro sia stato raddrizzato. Lo show sembra aver accettato le proprie forze e le proprie debolezze introducendo un mondo che (ci era stato accennato nella prima parte) è grande e sfaccettato. Ma c’è un problema: l’impressione generale è che si tratti proprio di una semplice e mera introduzione. Il bello deve ancora venire o non arriverà mai?

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La serie assomiglia a una continua rincorsa che fallisce nel fornire un vero e proprio slancio. Non smettiamo mai di prepararci a ciò che verrà perché l’obiettivo pare non essere neppure all’orizzonte. Disincanto è divertente, ma non soddisfa mai pienamente; ciò nonostante in questa seconda parte i riferimenti random alla cultura pop siano stati in parte sostituiti da battute che servono pienamente la narrazione e il viaggio (interno ed esterno) dei personaggi. Cosa che nei primi episodi mancava quasi totalmente.

Disincanto: l’evoluzione dei personaggi e la mancanza di un fine ultimo

Questa volta, infatti, vediamo Zøg, Luci, la rettiliana regina Oona e persino il bizzarrissimo Derek uscire dal sentiero preimpostato per mostrarci uno sviluppo più completo di quello che sono e che potrebbero essere. Contemporaneamente, però, la storia procede mostrandoci strane alleanze e misteriose profezie. Tutti nascondono qualcosa, persino i dolci e adorabili elfi. Tutto molto interessante, se non fosse che nulla arriva mai al sodo.

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Ed è davvero questo il grande, insormontabile difetto della seconda parte di Disincanto: non arriva mai al dunque. Veniamo stuzzicati da un’infinità di storie e di linee narrative, ma finiamo sempre al punto di partenza. Manca un vero e proprio collante ed è una cosa che non possiamo ignorare.

Forse questa lunghissima rincorsa ci ripagherà dell’attesa. E forse va bene così. Eppure non possiamo fare a meno di chiederci se valga davvero la pena di attendere, di aspettare qualcosa che non abbiamo nemmeno la certezza che arrivi. A Matt Groening piace giocare a lungo termine e, come era accaduto in Futurama per i genitori di Leela o per Mordicchio, potrebbe volerci parecchio tempo per arrivare a scoprire cosa bolle in pentola per Bean e compagni.

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Nel frattempo possiamo anche goderci Disincanto senza farci troppe domande: la serie fa il suo dovere e posiziona un mattoncino dopo l’altro per costruire un prodotto che, in fin dei conti, è divertente e davvero, davvero, godibile. È una serie animata intelligente e nella quale la mano di Groening è ben visibile sia per quanto riguarda l’aspetto visivo, che quello narrativo (fatto di irriverenza mai volgare e sagacissima). Possiamo goderci i riferimenti alle sue opere passate sotto forma di easter eggs da ricercare sullo sfondo e possiamo goderci le storie bizzarre che sembrano non finire mai (per fortuna).

Divertiamoci e inganniamo l’attesa aspettando di ricoprire la distanza che ci separa dal vero obiettivo di Disincanto. Sperando che arrivi il prima possibile.

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