Gus Van Sant, cinematographe.it

Il regista Gus Van Sant spiega il suoi ritorno allo stile cinematografico di Elephant per i suoi nuovi cortometraggi

Gus Van Sant ha recentemente co-diretto sette cortometraggi in uno stile rapid-fire shoot che rimanda ai suoi primi lavori. Molti registi si sono affrettati a portare a termine il proprio lavoro nelle strane e imprevedibili circostanze del 2020, ma pochi hanno lavorato più velocemente del cineasta dietro Milk, che si stava preparando a girare il film drammatico di Will Ferrell Prince of Fashion, un progetto sostenuto da Amazon e adattamento dell’articolo GQ di Michael Chabon.

Quando tutto è andato a rotoli per via della pandemia riguardo questo progetto, Gus Van Sant ha trascorso l’estate cercando di capire quale sarebbe stata la sua prossima mossa. All’inizio di ottobre, è stato contattato dal direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, che ha voluto fargli seguire rapidamente un nuovo progetto. Con l’annullamento della settimana della moda di Parigi, il brand si stava preparando per GucciFest, una vetrina online di nuovi modelli fatta di cortometraggi. Così il regista ha finito per recarsi a Roma per dodici giorni di riprese a fuoco rapido per mostrare la prossima collezione di Gucci, che si chiama “OUVERTURE of Something that Never Ended”. Il cineasta ha co-diretto una serie di sette cortometraggi ognuno dei quali segue l’attrice non-binary Silvia Calderoni attraverso una serie surreale di incontri nel corso di una strana giornata in giro per la città, mentre incontra tutti, da Billie Eilish a Harry Styles e al drammaturgo Jeremy O. Harris.

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Ma ciò che interessa chi si occupa di cinema è che questi corti segnano il ritorno di Gus Van Sant – il cui approccio enigmatico ai personaggi solitari e lo stile narrativo obliquo hanno prodotto alcune delle sue escursioni cinematografiche più distintive – allo stile di regia delle sue origini. Tuttavia, anche se “OVERTURE” ha qualche somiglianza con i film meno convenzionali di questo regista, parla anche di un rapporto a lungo dormiente con il mondo della moda che finalmente è rifiorito. Tornato a casa a Los Angeles il cineasta ha parlato per telefono dell’impatto che ha avuto su di lui il progetto, del perché Prince of Fashion sia andato in pezzi e di come l’era Trump abbia cambiato il modo in cui le storie vengono raccontate. L’intervista completa la trovate cliccando QUI.