Sono ormai passati sei anni da quando il primo episodio di Gomorra, tratta dall’omonimo best seller di Roberto Saviano, ha debuttato su Sky. Correva l’anno 2014 e nessuno sapeva, ancora, cosa il giudizio di pubblico e critica avrebbe conferito a Gomorra, serie ormai di culto che ha saputo trovare una propria cassa di risonanza in tutto il mondo, specialmente nel continente europeo, in cui ha raccolto spettatori e sostenitori lungo gli anni. Non è mai facile stabilire quale sia la chiave vincente di un’opera così perfetta in relazione al target di riferimento, certo, ma anche contestualizzata nell’epoca di riferimento e nel panorama televisivo e cinematografico italiano. Su molteplici piani, dunque.
Eppure, una cosa è certa: il regista Stefano Sollima, sostenuto da un team di sceneggiatori (oltre allo stesso Saviano figurano Giovanni Bianconi, Leonardo Fasoli, Stefano Bises, Ludovica Rampoldi e Maddalena Ravagli), ha trovato il modo più efficace per adattare la storia d’inchiesta densa e dal timbro fortemente realistico, non proprio semplice da trasporre su uno schermo.

ZeroZeroZero di Stefano Sollima non è Gomorra, ma non sarebbe esistita senza di essa

Non si può introdurre ZeroZeroZero, nuova serie tratta ancora una volta da un romanzo-inchiesta di Roberto Saviano, allo stesso modo. Non si può parlare di serie innovativa, o particolarmente originale per quanto concerne la sfera contenutistica. Perché? E per quale motivo, dunque, parlare di Gomorra per parlare di ZeroZeroZero?
In realtà, la risposta alle due domande è piuttosto spontanea e delle più prevedibili: perché ZeroZeroZero esiste grazie a Gomorra. Non lo si avrebbe senza quella serie, senza quel passo in avanti che Gomorra rappresenta e che ha permesso di introdurre la serialità italiana verso un percorso che conduce verso un linguaggio cinematografico, dal punto di vista registico ed estetico, senza abbandonare un tipo di struttura che resta invece tipicamente televisiva, e che permette coralità e al contempo approfondimento di ogni personaggio, nonché storie parallele all’interno di un grande schema che segue una macronarrazione di ogni stagione verso l’episodio conclusivo. Per non contare la presenza del cliffhanger, il momento che interrompe la scena finale nell’apice del climax per tenere “appeso” lo spettatore sino all’episodio successivo, marchio di fabbrica di ogni serie di stampo “classico”.

ZeroZeroZero: Stefano Sollima e il cast parlano della serie e del “traffico come contagio” [VIDEO]

Tuttavia, sarebbe superficiale e inesatto ridurre ZeroZeroZero a mero ricalco di Gomorra. Non solo perché, lo diciamo subito, non lo è affatto, ma anche perché Sollima aggiorna ancora una volta il proprio linguaggio di regista e narratore, e lo fa guardando (ancora una volta) ai prodotti televisivi internazionali. Facile comprendere la ragione alla base di questa svolta: ZeroZeroZero è un’opera che narra, attraverso una rotta commerciale in particolare, il narcotraffico fra i paesi del mondo, e lo fa passando dalla ricca nazione occidentale (gli USA, nemmeno a specificarlo) al più povero angolo del selvaggio continente africano. Poi siamo catapultati sulle aspre montagne di una Calabria rocciosa e allo stato incontaminato e, subito dopo, nel Messico scisso fra deserto diurno e animata vita notturna. I volti sono tanti, tantissimi, e vengono da ogni parte del mondo.

Diversità e realismo sono alla base della serialità firmata Stefano Sollima

Per attinenza al realismo, caro a Sollima da sempre, nasce quindi la necessità di interpretare questa storia rimanendo fedeli alla coesistenza delle diversità: tanto il ricco uomo d’affari in giacca e cravatta quanto il boss mafioso italiano o, ancora, il militare messicano si ritrovano uniti sotto il comune interesse della cocaina, prodotto di consumo come tanti altri, in grado di stabilire un collegamento di comunicazione fra zone opposte del pianeta. Tradurre in modo credibile le differenze di etnia, di strato sociale, di tenore di vita e patrimonio personale, ma soprattutto di codice linguistico, significa affidare a un cast che spazia dagli americani Dane DeHaan, Andrea Riseborough e Gabriel Byrne, ai messicano Diego Cataño e Claudia Pineda, agli italiani Giuseppe De Domenico e Antonino Paone; permettere loro di esprimersi tramite la propria lingua – sebbene il doppiaggio italiano annulli questa scelta – aderente alle origini e al contesto sociale del personaggio interpretato, per restituire in maniera cristallina le barriere culturali che vengono oltrepassate.

ZeroZeroZero: così la serie TV Sky introduce una narrazione nuova

ZeroZeroZero non rappresenta quel che Gomorra rappresenta. S’intende che non si fa spartiacque di due distinti periodi. Non c’è, e non ci sarà, un prima e un dopo ZeroZeroZero. Tuttavia Sollima guarda, con la dovuta distanza, alla serialità internazionale dei grandi autori – quella di Nicolas Winding Refn, in particolar modo – per ammodernare nuovamente il linguaggio televisivo e allontanarsi dai terreni sicuri di Gomorra: se in comune con questa presenta l’assetto generale, l’archetipo (quasi shakesperiano, se si pensa ai conflitti intergenerazionali fra padri e figli/figlie) che s’incastona in una macrostoria di criminalità organizzata ai giorni nostri, c’è da dire che ZeroZeroZero introduce un tempo e uno spazio di narrazione che rappresentano una novità nel panorama delle serie italiane.

Non v’è la preoccupazione o l’urgenza di cadenzare le scene per mantenere viva l’attenzione dello spettatore e ci si dedica spesso a tempi descrittivi lunghi e rilassati, talvolta dilatati (talvolta, forse, più del necessario), e ci si muove verso un tocco autoriale più audace, più comune al cinema che alla tv. Per spazio s’intende, invece, proprio il sovracitato gusto per la narrazione di ampio respiro geografico, rappresentato secondo le visioni di registi diversi, di stile fotografico diverso, di codice linguistico diverso. ZeroZeroZero prova a dire qualcosa di nuovo prendendo spunto da quel che accade al piccolo e grande schermo nel resto del mondo, ed è indubbio che per questo motivo possa incappare in un successo nettamente minore rispetto a quello ottenuto da Gomorra. Proprio per questo tentativo, per un coraggio che può tradursi anche nell’errore, per l’ambizione smisurata che l’operazione produttiva rappresenta, ZeroZeroZero non somiglia davvero a nient’altro.

Venezia 76 – ZeroZeroZero: recensione dei primi due episodi della serie di Stefano Sollima

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