È il fenomeno letterario e seriale italiano degli ultimi anni: L’amica geniale, tetralogia della misteriosa scrittrice Elena Ferrante, è la storia appassionante di due bambine speciali, Lila Cerullo ed Elena Greco, amanti dello studio, della vita, della libertà che si trovano “prigioniere” in un rione di Napoli, quasi un non luogo, in un’epoca maledetta per chi nasceva femmina. La storia delle due amiche geniali comincia negli anni ’50 quando piccolissime si incontrano, legate l’una all’altra da un’attrazione inspiegabile, fatta di grandi slanci e duri scontri. Nella prima stagione – diretta da Saverio Costanzo e scritta dallo stesso regista, Francesco Piccolo, Laura Paolucci ed Elena Ferrante – le due bambine hanno il volto delle emergenti Elisa Del Genio e Ludovica Nasti e da adolescenti e fino alla seconda stagione di Margherita Mazzucco e Gaia Girace.

Una storia tutta al femminile nella quale gli uomini sono quasi sempre esempi negativi, violenti, ignoranti, simbolo di quel patriarcato che sin da bambine Lila ed Elena inconsapevolmente combattono. È una storia di ribellione ed emancipazione attraverso l’arma dello studio, della conoscenza, della cultura: per Elena, più fortunata, attraverso gli stimoli della scuola, degli insegnanti e dei compagni; per Lila, costretta a fermarsi alla licenza elementare, da autodidatta geniale. Agghiacciante la scena nella quale il padre di Lila, furioso per la testardaggine della figlia decisa a voler continuare gli studi, la lancia dalla finestra rischiando di ucciderla.

L’amica geniale. Storia del nuovo cognome: recensione dei primi due episodi

Piccole donne, il libro del cuore di Lila ed Elena

l'amica geniale, cinematographe.it

I libri sembrano essere la loro salvezza, capaci di aprire loro un mondo così lontano e affascinante, così diverso da quello ignorante e claustrofobico del rione. Le due amiche durante la prima stagione con un gruzzoletto di soldi risparmiati comprano una copia di Piccole donne di Louisa May Alcott e la leggono – e consumano – insieme. Un romanzo che le affascina, nel quale ritrovano se stesse e che le fa fantasticare sulla possibilità un giorno di poter scrivere anche loro un libro. Pensano di poter fare successo come Louisa May Alcott e di diventare ricche, lontane dal rione. Fa riflettere che anche Lila ed Elena, come generazioni di bambine e ragazze, si appassionino a una storia indimenticabile, una sorta di manifesto femminista ante litteram grazie all’amatissimo personaggio di Jo March, colta, ambiziosa, anticonformista.

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Una storia recentemente tornata al cinema con la regia di Greta Gerwig, una nuova versione che ha fatto incetta di nomination e che sta riscuotendo grande successo, confermando la forza di un romanzo simbolo di emancipazione femminile, scritto in un’epoca nella quale l’unico destino per una donna era il matrimonio. “Le donne hanno una mente, hanno un’anima e non soltanto un cuore, hanno ambizioni, hanno talenti e non soltanto la bellezza, sono così stanca di sentir dire che l’amore è l’unica cosa per cui è fatta una donna” dice Saoirse Ronan nei panni di Jo March. Un personaggio così simile alle nostre Lila ed Elena, sicuramente meno “oscuro” ma entusiasta e positivo, non soggetto alle violenze di ogni genere dei personaggi di Elena Ferrante, ma ugualmente autodeterminato, curioso e desideroso di indipendenza. Tre ragazze pienamente contemporanee, continuamente in lotta con il mondo che le circonda, con le imposizioni sociali, con gli uomini.

“Com’è brutto esser poveri! – sospirò Meg, guardando il suo vecchio abito. – Non è giusto che alcune ragazze abbiano ciò che desiderano ed altre niente; aggiunse Amy con un po’ di amarezza nella voce” si legge in un passaggio di Piccole donne, una condizione della quale risentono anche Lila ed Elena, povere così tanto da non potersi permettere il “lusso” di continuare a studiare pur essendo molto brave. Un lusso che in realtà spetterà solo ad Elena, nonostante la reticenza della madre perché studiare costa troppo. Lila invece, a bottega da suo padre per guadagnarsi il pane, coltiverà da sola la sua passione dimostrandosi come sempre un passo avanti all’amica. Una situazione nettamente diversa da quella delle sorelle March, Meg, Jo, Beth ed Amy, che dalla madre Marmee sono sempre stimolate alla lettura e alla scrittura: le quattro sorelle fondano il Pickwick Club in cui scrivono il giornale di famiglia, Jo è un’appassionata scrittrice di racconti ed Amy una bravissima pittrice. Due situazioni agli antipodi quindi: da una parte dei genitori violenti, ignoranti, spietati, dall’altra una madre amorevole che lascia libere le proprie figlie di vivere le loro passioni.

L’amica geniale, Piccole donne e la “forza” che esce fuori dalla povertà

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Forse sono proprie le grandi privazioni a rendere più “affamate” Lila ed Elena e più tragica agli occhi dei lettori – e telespettatori – la loro condizione. Jo è entusiasta della vita e nonostante le difficoltà nelle quali si ritrova con un padre in guerra – il racconto si svolge durante la Guerra di Secessione americana – e gli ostacoli per una ragazza dell’epoca con un sogno che non sia il matrimonio, è fiera e imperterrita e amata dalla sua famiglia e dagli uomini, l’amico Laurie e il futuro marito Friedrich Bhaer. Due uomini che non la prendono con la forza, che non si impongono con meschinità come succede al personaggio di Lila: per lei il matrimonio con Stefano Carracci inizialmente è frutto di un sentimento pulito. Nella prima stagione, infatti, la ragazza rifiuta ripetutamente le avances e la proposta di matrimonio del prepotente, e ricco, Marcello Solara, scatenando come sempre la rabbia del padre il quale in questa unione vede un importante tornaconto economico per la figlia ma anche per se stesso, il resto della famiglia e la loro attività di calzolai.

“Sono solo una donna e in quanto donna non posso guadagnarmi da vivere da sola, non abbastanza per mantenermi o per sfamare la mia famiglia e se avessi dei soldi miei, cosa che non ho, apparterrebbero a mio marito nel momento in cui mi sposasse e i nostri figli sarebbero suoi non miei, sarebbero di sua proprietà quindi non startene lì a dirmi che il matrimonio non è una questione economica, perché lo è!” dice Florence Pugh nei panni di Amy a Timothee Chalamet che interpreta Laurie nel film di Greta Gerwig.

Una condizione da sottomesse che accomuna Lila ed Elena e le sorelle March dalla quale, a modo loro, riescono a liberarsi: Amy alla fine sposando Laurie del quale è da sempre sinceramente innamorata, Jo rifiutando Laurie e sposando, una volta realizzate le sue aspirazioni, un uomo che ama, Elena vincendo una borsa di studio che la porterà all’università a Pisa a cominciare una nuova vita e Lila convolando a nozze con convinzione con Stefano con il quale vede un futuro felice. Prospettiva totalmente sbagliata perché il marito si rivelerà bugiardo, cattivo e violento, tentando in tutti i modi di assoggettare l’anima ribelle di Lila, non riuscendoci: la ragazza più forte di tutto e tutti sarà capace di ricostruirsi, in seguito, una vita da sola.

Elena e Jo alter ego di Ferrante e May Alcott

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 Elena Greco detta Lenù e Jo March hanno molte cose in comune: una fra tutte il loro amore sconfinato per la letteratura e il fatto di pubblicare da giovanissime un libro, realizzando il sogno di una vita. Per Elena è l’ambiente universitario a stimolarla a scrivere il suo primo manoscritto: La divagazione; per Jo sono i suoi cari a ispirarla a scrivere un romanzo che racconta le vicende della sua famiglia dal titolo Piccole donne, libro che stringe al petto nell’ultima scena del film di Greta Gerwig. Per entrambe vivere una nuova dimensione, come quella universitaria a Pisa per Elena – in un’epoca nella quale le donne laureate erano un “fenomeno” raro – e quella a New York per Jo, significa fare il salto di qualità, liberarsi dalle catene della propria condizione e tentare di vivere un’esistenza piena e soddisfacente senza il supporto di un uomo. Uomini che comunque ci saranno nelle loro vite ma come presenze fermamente volute e non “imposte” dalle logiche della società di quei tempi.

In Elena e Jo è impossibile non vedere degli alter ego delle loro creatrici: è chiaro che Louisa May Alcott amasse profondamente Jo, una mimesi di se stessa, un personaggio che ha conquistato generazioni di lettrici, di ragazze, di donne per la sua fierezza, intelligenze e indipendenza. Per questo le altre sorelle nella memoria collettiva sono un po’ oscurate dalla presenza di Jo: è lei che rimane impressa anche anni dopo aver letto il romanzo. Elena, invece, divide questa “fama” con l’amica Lila ma con la sua misteriosa scrittrice Elena Ferrante condividerebbe le umili origini partenopee e lo stesso percorso di studi e lavorativo, il condizionale è d’obbligo vista l’impossibilità di conoscere con certezza l’identità dell’autrice de L’amica geniale. Da parte di entrambe le scrittrici traspare tra le pagine dei loro romanzi una cura così profonda per questi due personaggi, sanguigni e tormentati – che si evince anche nelle trasposizioni per il cinema e la tv – che è impossibile non vedere il loro riflesso in tanta passione.

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Un background e un destino nettamente diverso, una visione della vita da una parte rosea e speranzosa, dall’altra offuscata da tormenti e violenza: queste e altre le differenze tra le ottocentesche sorelle March e le amiche geniali del secondo dopoguerra accomunate però dalla caparbietà, dalla passione, dal rifiuto di una vita banale, incuriosite dal mondo, dall’arte, dall’amore vero, mosse dal desiderio di bastare a se stesse. In un’epoca nella quale la lotta alla disparità di genere assume sempre più importanza – con conseguenze purtroppo anche eccessive – le protagoniste de L’amica geniale sembrano essere portatrici di questo spirito femminista, in grado di insegnare alle nuove generazioni il coraggio e la forza che le donne hanno avuto per porre le basi a un cambiamento del quale adesso beneficiamo, anche se tanto ancora c’è da fare. E in questo senso Lila ed Elena non possono che apparire come sorelle dirette di Jo, Amy, Meg e Beth e come loro destinate a segnare e conquistare generazioni di lettrici.

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