Rolling Thunder Revue: recensione del documentario di Martin Scorsese su Bob Dylan

Martin Scorsese dedica un documentario al leggendario tour di Bob Dylan and friends del 1975 rievocando lo spirito del tempo e regalando allo spettatore un'esperienza ipnotica di espansione e 'ricreazione'

Martin Scorsese torna, dopo No Direction Home del 2005, al mito prima americano e poi universale di Bob Dylan e lo fa con un documentario, Rolling Thunder Revue, che non è un documentario in senso classico o codificato, ma una teoria ipnotica di frammenti cuciti rapsodicamente insieme: inserti di interviste, brani di concerti, testimonianze dal leggendario tour del 1975 in cui Dylan si mise a capo di una carovana itinerante di artisti (non solo musicisti come la sua sodale Joan Baez o una sofisticatissima Joni Mitchell, ma anche poeti e drammaturghi come Allen Ginsberg e Sam Shepard) che attraversarono gli Stati Uniti per diffondere un messaggio di fiducia nella bellezza, nonostante tutto, della musica come esperienza di vita.

Rolling Thunder Revue (“Lo show del tuono rotolante”), l’epico tour di Dylan liricamente ricostruito da Martin Scorsese

Rolling Thunder Revue Cinematographe.it

Scorsese costruisce questo film distribuito da Netflix – ma il contenitore inibisce la piena espressione di uno stile voluttuoso, potentemente sensoriale – rifugiandosi nel nucleo inspiegato e inspiegabile della sua poetica, in ciò che, inconsapevolmente, naturalmente, sa fare meglio: rifiutare la didascalia, accarezzare un lirismo che non trabocca mai, ma accompagna sommessamente il racconto visivo lungo i bordi del suo dipanarsi. In una delle scene più seducenti del film, Patti Smith declama la storia di un incesto con quel suo misticismo caratteristico, in bilico fra ascesi e gentilezza: lì la poesia si rivela  compiutamente nella sua negazione retorica, nel suo farsi solo ritmo, suono, parola non assertiva ma visionaria, oltremondana. In modo molto simile, l’intero Rolling Thunder Revue si manifesta nella sua potenza proprio per l’impossibilità di essere analizzato e chiosato, per il suo essere pura esperienza, autentica mancanza di definizione che definisce. Non c’è storiografia in quest’opera di due ore, non c’è cronachismo né volontà di pontificare sul passato di un’epoca irripetibile della storia americana, ma solo la vivificazione di ieri, la riproduzione ‘creativa’ di ciò che è stato.

Bob Dylan, l’artista e il genio intellettuale dell’auto-generazione, della continua creazione di sé

Dice a un certo punto – e non a caso – Bob Dylan, da Scorsese amato e celebrato non solo come artista ma soprattutto come genio intellettuale, che lo scopo della vita non è cercare se stessi o cercare qualcosa, ma inventare se stessi, crearsi, produrre un’identità, mille identità. Niente si nasconde sotto la sabbia dei nostri auto-convincimenti per essere un giorno faticosamente ritrovato, noi siamo sia la sabbia che plasma che l’oggetto plasmato. Scorsese affronta il passato seguendo la stessa direzione concettuale: riscrivendo, cioè, la storia, ricreandola da capo. Nessun segreto deve uscire allo scoperto, nessuna verità. L’unico segreto e l’unica verità sono quelli che si dischiudono ogni giorno nella pratica della memoria che è sempre trasformazione, mai conservazione. 

‘Rolling Thunder Revue’ di Martin Scorsese è disponibile sulla piattaforma streaming Netflix

Un’esperienza sensoriale da ‘consumare’ per appagarsi e non per continuare a desiderare

Nessuno più di Dylan, del resto, ha trasformato se stesso. La grandezza dell’artista che il documentario di Scorsese riconsegna allo spettatore è proprio questo rifiuto di conservarsi, questo rifiuto di pensarsi mito, di pensarsi icona, oggetto di culto. Dylan incarna l’emblema dell’americano ‘sulla strada’, ma la strada di Dylan non arriva da nessuna parte, riavvolge solo continuamente se stessa. È ri-creazione, rigenerazione costante. Rolling Thunder Revue spinge, così, lo spettatore a rivedere i confini della propria esperienza, a chiedersi se forse non si è censurato abbastanza, se forse non si è troppo autoconservato invece di sfaldarsi e ricrearsi di continuo. In chi non abbia vissuto gli anni Settanta non suscita alcun senso di nostalgia o recriminazione per il non vissuto, perché i Settanta, grazie alla lezione di Dylan, sono di nuovo qui, pronti ad essere afferrati, vissuti, consumati, buttati alle spalle. Rolling Thunder Revue è un’esperienza immersiva e potente, da consumare per appagarsi, no per continuare a desiderare.

Regia - 5
Fotografia - 5
Sonoro - 5
Emozione - 5

5