Venezia 82 e la questione di Gaza
L'arte ha il dovere morale di schierarsi? Riflettiamo insieme su uno degli argomenti più caldi della Mostra del Cinema di Venezia 2025
Venezia 82 non si schiera, tuonano il sottosegretario alla cultura Lucia Borgonzoni e Alberto Barbera. Allora che senso ha l’arte? La domanda sorge spontanea, mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sulla 82. Mostra del Cinema di Venezia – con i suoi film, le celebrità, le luci – dall’altra parte dell’Occidente il massacro continua imperterrito.
Non ci sono film d’apertura, sabati e domeniche, non ci sono ferie né un lavoro a cui tornare. C’è la morte, che irrompe imprevedibile, uccide innocenti e restituisce ai notiziari sempre le stesse storie: bambini ammazzati, ostaggi non restituiti, giornalisti uccisi, aiuti umanitari sabotati, corpi violentati, diritti calpestati.
Quella in corso a Gaza non è l’unica guerra in corso, ma è la guerra che ci sta colpendo più da vicino. Per la sua posizione geografica, per il carico storico che ha inciso sottopelle, perché pensavamo che non potesse mai più accadere una cosa del genere e invece no, anche stavolta abbiamo fallito.
Cosa sta succedendo al Festival di Venezia 2025? La questione di Gaza

Ma andiamo per ordine: in che modo gli artisti hanno agito dinnanzi alla questione di Gaza? Il 22 agosto 2025 abbiamo riportato una lettera firmata da oltre 1.500 tra attori, registi e professionisti del settore i quali, sotto il nome di Venice4Palestine, hanno denunciato pubblicamente “il genocidio a Gaza”, chiedendo alla Biennale di Venezia spazi per discutere di quanto sta accadendo in Palestina e chiedendo altresì di vietare la partecipazione ad artisti come Gal Gadot e Gerard Butler (che comunque pare non avessero mai confermato la loro partecipazione), accusati di sostenere la causa israeliana.
Dopo l’appello di Venice4Palestine, ideatore anche della manifestazione STOP AL GENOCIDIO – PALESTINA LIBERA, che si svolgerà il 30 agosto al Lido di Venezia, la sottosegretaria alla cultura Lucia Borgonzoni, seguita dal direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera, non ha esitato a rilasciare le proprie dichiarazioni, sottolineando la necessità del Festival di non diventare un tribunale ideologico e che “L’arte non si censura”. Il direttore, dal canto suo, ha evidenziando come la Mostra del Cinema debba essere terreno fertile per il dialogo e il confronto.
Venice for Israel e la richiesta di un confronto

Nel mentre, in risposta alla posizione di Venice4Palestine è sorto il comitato Venice for Israel, sostenuto dal gruppo Free4Futur. Nell’appello in questione si legge: “L’arte non può essere ridotta a strumento di propaganda né piegata alle campagne di odio che circolano nel mondo”. La richiesta che viene fatta alla Biennale di Venezia è quella di “difendere la libertà creativa e di opporsi all’uso distorto dei simboli culturali per diffondere antisemitismo e falsità”. E ancora: “La narrazione di un ‘genocidio a Gaza’, diffusa da Hamas e amplificata da reti di propaganda russa e iraniana, è un caso esemplare: un falso costruito a tavolino che trova spazio anche nei linguaggi culturali, fino a sembrare una verità acquisita. Siamo convinti che la Mostra di Venezia possa essere il luogo in cui si distingue tra creazione e manipolazione, tra immaginazione e propaganda. Un luogo che restituisca agli artisti di tutto il mondo lo spazio di libertà che meritano, senza piegarsi al linguaggio dell’odio. Con questo spirito chiediamo un confronto”.
L’arte deve schierarsi?
Ora che abbiamo espresso tutte le posizioni in campo è tempo di tornare alla domanda iniziale: l’arte ha il dovere di schierarsi? Nel rispondere riconosciamo la presenza di confini così labili da innescare ulteriori e inutili discussioni, motivo per cui, più che dare una risposta è nostra intenzione condividere una semplice riflessione.
Da sempre l’arte, e non parliamo solo di cinema, è stata soggetta a censure e manipolazioni. Ci sono stati artisti costretti a fuggire perché appartenenti a un determinato partito politico o nati sotto una cattiva stella (di Davide), altri dimenticati per il proprio genere, altri ancora costretti a modificare le proprie creazioni affinché il pubblico potesse vederle. Ognuno di voi sa da che parte stare e non saremo noi a dirvelo, perché la vostra opinione va costruita in solitaria (in base a ciò che leggete e vedete, alla vostra sensibilità e formazione).
Ciò che possiamo asserire, però, è che l’arte è sempre fatta di scelte, perché è narrazione, esposizione, è vita estrapolata dal suo fluire e inserita in uno schema che, in questo caso, ha la forma di un film.
E di fatto l’arte si è schierata, in tempi piuttosto recenti. Forse qualcuno ricorderà quando, nel 2022, il Museo Nazionale del Cinema di Torino decise di non tenere una retrospettiva dedicata al regista russo Karen Shakhnazarov, annullando e tutti i film della rassegna Anima Russa per esprimere solidarietà all’Ucraina. E non fu un caso isolato: il “diritto di vietare” si estese anche nel mondo della musica, dello sport, della stampa.
Diplomazia al Festival di Venezia 2025 per la questione di Gaza
Ma certo, ogni caso è a sé! Qualcuno potrebbe dire che il contesto era differente, che “non è la stessa cosa”, o magari ammettere che si deve stare dall’una o dall’altra parte per questioni di gran lunga più complesse e al di sopra della “frivola” arte.
Sta di fatto che Barbera e Borgonzoni hanno effettuato l’azione più diplomatica, si sono tirati fuori da ogni schieramento. Eppure a Venezia 82 concorre The Voice of Hind Rajab, del tunisino Kaouther Ben Hania, sulla morte di una bambina palestinese di cinque anni che viveva nella Striscia di Gaza, uccisa dalle forze israeliane. Gal Gadot e Gerard Butler, la cui presenza era già incerta, alla fine non saranno al Lido. Emanuela Fanelli, conduttrice delle serate d’apertura e chiusura di Venezia 82, ha evitato di parlare del conflitto, perché non lo si potrebbe fare in una manciata di minuti, ma sarà alla manifestazione di Venice4Palestine.
La domanda che ci poniamo fin dall’incipit è ancora più ingarbugliata man mano che ci avviamo al finale. Qual è il rischio di schierarsi pubblicamente e, soprattutto, di ideologizzare uno dei festival cinematografici più importanti a livello mondiale? La risposta è che si potrebbe passare da vittima a carnefice e innescare in men che non si dica meccanismi pericolosi e sbagliati. E poi c’è un dettaglio, che non va sottovalutato, ovvero che non dovrebbe tanto essere la provenienza artistica ad essere bandita, quanto le idee di cui si fa portavoce. Per intenderci, sarebbe da bandire anche un’opera italiana, se la stessa fosse a favore di un genocidio e qualsivoglia artista del Bel Paese, se avesse, per esempio, appoggiato in qualche modo una guerra.
Fa piacere, al netto della parte dalla quale deciderete di stare, che qualcuno si sia svegliato, che si sia arrivati a firmare una lettera che condanna il genocidio e che la stessa non sia passata inosservata, scatenando schieramenti, polemiche e, speriamo, fruttuosi confronti.
E se non conta nulla, conterà sempre!
Che poi, quanto conterà l’opposizione degli artisti al tavolo delle grandi potenze? È probabile che non verrà tenuta in considerazione, eppure non sarà motivo per dire “è stato inutile”, poiché è utile oggi, per tutti noi, per riscoprirci più umani, per educarci a non voltare lo sguardo altrove. E sarà utile domani, quando chi leggerà la storia sui libri ci chiederà dove eravamo e cosa abbiamo fatto. Allora lì potremo dire che ci siamo opposti, che non abbiamo taciuto. In fondo poco importa se racconteranno che era la parte giusta o quella sbagliata. L’arte si deve schierare, perché è fatta di persone e le persone hanno una coscienza, le persone muovono la Storia.