TFSS 23 – Monolith (2022): recensione del film di Matt Vesely

Presenttao al Trieste Science+Fiction Festival 2023, Monolith ha dalla sua una storia convincente e la bravura di Lily Sullivan.

Girato nell’arco di quindici giorni, Monolith di Matt Vesely si poggia sulla minuziosa e impeccabile sceneggiatura di Lucy Campbell e sulla maestria della protagonista Lily Sullivan (La casa – Il risveglio del male) per architettare un thriller fantascientifico in cui il mistero allaga ogni indizio, intercettando nella disgrazia personale e collettiva e nell’intercapedine tra superstizione e realtà il terreno fertile per far germogliare una storia senza sbavature.

Tutto si articola all’interno dell’immensa e isolata casa della protagonista, una giornalista caduta in disgrazia che tenta di rilanciare la sua credibilità e la sua carriera accettando la conduzione del podcast Al di là del possibile, attraverso il quale si pone l’obiettivo di raccontare storie misteriose e dare una soluzione a quesiti irrisolti. Va da sé che, pur ruotando tutto attorno al viso, al corpo e alla voce della Sullivan, la scena si riempa costantemente di presenze. Sono voci che fuoriescono dal microfono, dal cellulare, dai video o dai vari software di audio editing di cui la protagonista si serve.
Si crea dunque un solido manipolo di persone senza volto, completamente gestito dalla versatilità di Lily Sullivan, sull’interpretazione della quale Monolith fa leva totalmente ed elegantemente, permettendosi addirittura di non dare un nome alla donna e di lasciare in ombra parte del suo vissuto.

Monolith 2022 recensione cienmatographe.it

È proprio in quelle zone buie che prende forma l’arcano, coadiuvato materialmente dall’esistenza di singolari mattoni neri di dubbia provenienza. L’esistenza di tali manufatti diventa via via sempre più importante e il fatto di non vederli, se non nell’ultimo frangente del lungometraggio, innesca una rete di interrogativi. Convergono, lungo la strada scoscesa fatta di interviste e indagini telefoniche, tutte le considerazioni inerenti il delirio di massa, il complotto a opera del governo, i traumi e le vendette personali e, non per ultima, la paura di affrontare l’altra parte di noi, quella nascosta e malefica.

In Monolith di Matt Vesely c’è infatti, seppur flebile, la tematica del doppio, di certo esplorata più audacemente in altri prodotti cinematografici e televisivi.
Tuttavia il film non si basa su questo, sfrutta piuttosto l’impiego della protagonista al fine di intavolare una sottile considerazione sul mondo della comunicazione, su quanto conta il modo di presentare una storia e sulla misura in cui le narrazioni private altrui vanno a intromettersi nei nostri pensieri, colonizzando spazi distorti talvolta mai esplorati prima. In questo senso, il doppio, il nostro io interiore, è l’istmo estremo dell’incomunicabilità, immerso in un tempo e in una scenografia che invece dai mezzi di comunicazione resta quasi soffocata.

Monolith (2022): valutazione e conclusione

Presentato al 23° Trieste Science+Fiction Festival, Monolith si serve quindi dell’ambiguità comunicativa e della superbia della sua interprete per edificare una trama attraente e convincente, poggiandosi comodamente anche su un comparto tecnico che provvede a fornire l’ossatura necessaria a intrattenere con matematica precisione: la fotografia plumbea di Michael Tessari e il montaggio di Tania M Nehme si modulano con dovizia sulla colonna sonora di Benjamin Speed (il suono è di Leigh Kenyon) e sugli effetti speciali firmati da Carlo Andreacchio.

Prodotto da Bettina Hamilton per Black Cat White Rabbit Productions, con Blue Finch Films Releasing come distributore nel mercato internazionale, il film di Matt Vesely è un thriller cupo che gioca con un killer ignoto e che sfrutta al massimo le sue potenzialità.

Regia - 3
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 3
Recitazione - 4
Sonoro - 3
Emozione - 2.5

3.3