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La Roma dell’integrazione, la Roma dell’amicizia, la Roma degli sport. È il tema del documentario di Jacopo de Bertoldi, che insegue attraverso diversi anni il rapporto tra due amici, Shince Thomas e Fernando Cittadini, legati dal parchetto di Piazza Vittorio e da un passatempo quanto mai singolare. Ed è proprio la lotta per la sopravvivenza del Piazza Vittorio Cricket Club di cui tratta This is not cricket, presentato dal regista de Bertoldi, dai due giovani amici e dalla montatrice Sara Zavarise durante la Festa di Roma, in cui l’opera è passata nella sezione di Alice nella città.

RomaFF14 – This is not cricket: recensione del film di Jacopo de Bertoldi

Jacopo, come è nata l’idea di seguire questi due ragazzi e la loro passione piuttosto particolare per il cricket?

“Avevo letto un articolo che riportava la notizia della vittoria della nazionale italiana under 13 ai campionati europei, con una foto allegata che mostrava la squadra composta da tutti ragazzi immigrati con la bandiera italiana in mano. In questa storia ho trovato quello che cercavo, che mi interessa portare al cinema”. 

Come avete vissuto voi, Shince e Fernando, il lavoro svolto da Jacopo de Bertoldi?

Ferdinando Cittadini: “Jacopo è venuto con noi agli allenamenti, a scoprire cosa faceva la nostra squadra. Ha conosciuto anche i nostri allenatori, seguendoci in ogni aspetto del cricket e non solo. Era davvero la nostra ombra”.

Cinematographe.it, This is not cricket

Oltre a quello che vediamo nel documentario, cosa potete dirci in più sulla nascita della vostra amicizia?

F.C.: “Come dice il documentario, il nostro è stato un incontro casuale. Shince ha visto un gruppo di ragazzini giocare a cricket e, incuriosito, si è avvicinato, così ha anche cominciato a giocare. Da lì è nata un’amicizia duratura e profonda”.

Shince Thomas: “Quando mi sono avvicinato al cricket i primi giorni sono stati duri, non capivo molto come funzionava e non ero nemmeno molto pratico per quanto riguarda la lingua. Anche i miei genitori capirono che per me era difficile, ma pensavano che questo avrebbe potuto funzionare. Infatti, poi, ho conosciuto Federico e passare il tempo con la squadra mi ha davvero aiutato”.

Jacopo de Bertoldi: “Sono queste storie di integrazione che voglio raccontare”

E come vi ha aiutato nella vostra vita avere un rapporto simile con qualcuno?

S.T.: “Vivendo in una città come Roma è indubbio che noi viviamo un po’ nella nostra bolla. Ma è anche vero che, purtroppo, adesso che sto cercando casa e molti non vogliono affittare alle persone di colore. Quindi mi porto dietro magari Federico e quella per loro è una sorta di garanzia. Ovviamente per me si va oltre quando si parla di amicizia, ma è indubbio che anche sotto questo punto di vista mi serve per vivere qui in città”.

F.C.: “Questa amicizia è importante, Shince mi ha sempre supportato e sopportato, che è poi quello che cerchi da un amico e un compagno di vita. Avere un appoggio, un sostegno, anche quando c’è bisogno di un rimprovero, e noi ce ne siamo fatti davvero molti. Anche per quanto riguarda il nostro sport, quando sei sul campo rappresenti tutto quello che sei stato in quella giornata, ma avere un amico così ti aiuta a risolvere le tue preoccupazioni. Poi è vero, purtroppo la questione della pelle conta e io mi faccio sempre garante per lui, ma è una cosa che non dovrebbe proprio esistere”.

Sara, tu sei la montatrice del documentario, come hai lavorato sul tempo in cui si svolge l’opera e qual è per te la scena che rappresenta meglio l’amicizia tra Federico e Shince? 

“L’arco temporale del film va a coprire tre anni in maniera simbolica: 2012, 2015 e 2018. È proprio l’affetto che ho percepito da Jacopo quando mi parlava dell’amicizia tra questi due ragazzi. Anche lui si è legato molto a Shince e Federico, sembra quasi un fratello maggiore. Secondo me è questo che deve perseguire il cinema del reale. La scena che li rappresenta meglio è quella che li vede intenti a ripensare al passato e porsi domande sul futuro. Su cosa significa diventare adulti”.

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