Ultras, cinematographe.it

Durante l’inedita conferenza di presentazione di Ultras, l’opera prima di Francesco Lettieri prodotta da Netflix, Indigo Film e Mediaset, tenutasi in diretta streaming a causa delle circostanze che tutti conosciamo, il regista, lo sceneggiatore Peppe Fiore, i protagonisti Aniello Arena, Antonia Truppo e Ciro Nacca e il produttore Nicola Giuliano hanno risposto alle domande via Whatsapp della stampa sulla genesi del film, le tematiche affrontate e la sua distribuzione in un momento così delicato.

Partiamo proprio da quest’ultimo argomento dicendo che il film sarà distribuito in sale selezionate (prevalentemente in Campania e nel Lazio) il 9, 10 e 11 marzo prima di approdare su Netflix il 20 dello stesso mese. Una collaborazione, la prima con il colosso dello streaming mondiale, molto fruttuosa a dire di Nicola Giuliano: “Ѐ la prima collaborazione con Netflix, non è la prima con Mediaset perché c’è il precedente de L’uomo in più di Sorrentino, un altro film sul calcio, un altro film esordio di un regista napoletano, ed è stata molto positiva perché, in un momento in cui esordire nel cinema non è proprio una facile operazione, ha permesso a Francesco di fare il film che aveva in mente. In più credo che per un regista al suo primo film non doversi neanche preoccupare del riscontro del botteghino, ma anzi avere la certezza che il suo lavoro verrà visto contemporaneamente in 189 Paesi diversi, sia veramente un’opportunità straordinaria.”

Come è nato Ultras: dal videoclip di Calcutta al film di Francesco Lettieri

Francesco Lettieri, cinematographe.it

Un’opportunità straordinaria per un regista con una lunga carriera alle spalle nel mondo dei videoclip musicali, lo stesso da cui, stando alle parole dello stesso Francesco Lettieri, proviene anche a Ultras: “La storia del film nasce da un soggetto scritto per un videoclip di Calcutta, poi mai realizzato, ambientato nel mondo ultras a Latina, in cui si raccontava di questo “Er Mohicano”, che a causa del Daspo viveva una storia d’amore a distanza con la sua squadra. Abbiamo preso il cuore di quella storia e l’abbiamo spostato a Napoli, una città che ha la particolarità, a differenza di tante altre grandi realtà italiane, di avere un tifo unito intorno ad una sola squadra e legato ad un profondo sentimento di riscatto del Sud, poiché il Napoli è l’unica squadra in grado di combattere calcisticamente l’egemonia del Nord.”

Il regista, incalzato sulle motivazioni dietro la decisione di dedicarsi ad un lungo, ha risposto semplicemente così:A un certo punto della mia carriera mi sono sentito pronto a scrivere un film e ho scelto di farlo insieme a Peppe Fiore”.

Quest’ultimo ha detto: “Quello che mi interessava di più cogliere era la parte inquadrabile come universale nella cornice specifica del movimento ultras anche perché io sono tradizionalmente un’analfabeta calcistico. Ma in questo specifico soggetto ho trovato tutti gli ingredienti utili e vicini al lavoro di Francesco, ovvero quelli che hanno a che fare con un certo modo di trattare i sentimenti e con un’estetica molto precisa, riconoscibile e in grado di mettersi al servizio di storie popolari che parlano a tutti. Mi riferisco all’epica classica, al romanticismo, alla vena malinconica che attraversa spesso i suoi lavori, fin dai primi videoclip girati con 200 euro.”

A proposito dei suoi lavori Lettieri chiama in causa il suo direttore della fotografia Gianluca Palma: “A livello visivo ho iniziato a crescere molto grazie alla collaborazione con Gianluca. Con lui si è creata una simbiosi importante nel corso di questi anni e dopo tanto lavoro siamo riusciti a costruire una nostra estetica con i nostri codici e le nostre regole, pensate su un’attenta riflessione su noi stessi, su cosa ci apparteneva di più come coppia e come funzionavamo meglio. Nel film abbiamo messo tutti i pezzi insieme e, piuttosto che legarci ad un linguaggio stretto e unico, abbiamo lavorato sulle esigenze di ogni scena. Cercando una coerenza globale piuttosto che una legata ad una tecnica piuttosto che ad un’altra”.

Aniello Arena parla del film da “tifoso del Napoli ma non ultras”

Aniello Arena, cinematographe.it

Sono molto distante dal mondo degli Ultras, nonostante sia tifoso del Napoli.” Ha affermato Aniello Arena “Ho dovuto quindi documentarmi molto in questo senso dopo aver letto la sceneggiatura. Il mio Sandro è un personaggio combattuto: feroce e autoritario capo degli Apache, ma anche desideroso di vivere una vita normale, soprattutto quando conosce Terry.” La Terry interpretata da Antonia Truppo: “Io non ho lavorato molto sul personaggio in quanto tale, come corpo a sé, ma mi sono posta come corista all’interno del progetto e del gruppo di lavoro. Il compito di ogni personaggio è quello portare uno specifico ingrediente al film e Terry nello specifico aveva il compito di mostrare quanto Sandro, il grande e rispettato Mohicano, fosse in realtà una persona in crisi nei confronti della vita. E così mi sono mossa: il mio compito era metterlo in difficoltà.

Sebbene “il tema del calcio non è mai stato il fulcro del progetto” il mondo ultras ha costituito una tematica importante da cui partire e Lettieri si è soffermato sulla sua conoscenza di tale realtà e le difficoltà nel raccontarla

Francesco Lettieri, cinematographe.it

Da fine anni ’70, inizio anni ’80, il tifo ultras è cambiato molto. Prima, quando era ancora il movimento “ultrà”, aveva un carattere più folkloristico e molto meno cupo di quello post anni 2000, quando è iniziata una repressione molto forte del movimento, che oggi attraversa un momento di grande crisi a causa della guerra da parte delle istituzioni. Ci sono tanti gruppi che differiscono per natura e peculiarità, pensate al movimento hooligans o quelli dell’Est Europa, ma anche all’interno della stessa Italia, per questo risulta impresa ardua quella di raccontare il movimento ultras in generale. Sicuramente vale la regola generale di sentirsi parte di un gruppo portatore di una cultura e difensore di una bandiera.” Per entrambi gli autori della sceneggiatura il punto di riferimento per la progettazione di Ultras è stato il documentario di Vincenzo Marra Estranei alla Massa: “L’ho trovato bellissimo e mai giudicante” Afferma Fiore. “Non prende mai posizione e non è mai sociologico, che è uno dei punti da cui siamo partiti noi: non parlare dell’argomento ultras come se fosse un movimento “sintomatico di” o “emblematico del”, ma rappresentarlo come una grande famiglia allargata. Per quanto riguarda la difficoltà nel parlare di calcio al cinema penso sia legata ad uno dei luoghi dell’immaginario collettivo occidentale più rappresentati e più visti. Con gli ultras avevamo una giustificazione narrativa: loro fanno i cori dando le spalle al campo di calcio, quindi la cosa importante è l’ideologia, il tessuto umano, le gerarchie, non lo è la partita, non lo è il risultato.” Tende però a precisare Lettieri: “Questo film differisce dagli altri titoli perché non ha la pretesa di raccontare il mondo ultras, cerca più che altro di raccontare l’aspetto umano, le storie e le vicende delle persone, tutto il resto è uno sfondo, anche le parti action servono per far muovere i personaggi, che rimangono sempre in primo piano.

Ultras e il “Rinascimento Napoletano”

Ultras va ad aggiungersi al sempre più corposo immaginario cinematografico che racconta Napoli e le storie di Napoli, chiamato da alcuni “Rinascimento Napoletano”, un fenomeno molto forte nella mente degli spettatori, come lo stesso Franesco Lettieri ha avuto modo di raccontare: “Ho vissuto a lungo a Roma fino a qualche anno fa, quando sono tornato a Napoli per i miei lavori con Liberato e devo dire che in quel periodo ho ricevuto diversi messaggi, anche esagerati, in cui ci si congratulava con me perché c’era l’idea che stavo raccontando una Napoli diversa. Io, dal canto mio, non ho nessun problema ad ammettere l’esistenza della criminalità organizzata, della violenza, ma anche di una tradizione artistica importante che in questo momento sta vivendo di un nuovo splendore.

Ne prende una decisa posizione di distanza invece Nicola Giuliano: “Siamo al Quarto Rinascimento Napoletano se non mi sbaglio vero? Ecco, al quarto posso dire che non se ne può più di sentirne parlare. Napoli è una città che ha dato i natali a grandi autori, cantanti, poeti, scrittori, filosofi, registi punto, dobbiamo chiederci per forza “perché”? Secondo me dobbiamo smettere di fare sempre del sociologismo scontato. Anche perché tutti questi artisti non si sono mai sentiti parte di un sistema che li univa, non hanno mai collaborato attivamente, non hanno mai avuto incontri artistici. L’idea che appartengano ad un movimento unico è esclusivamente nostra, che siamo dall’altra parte dello schermo.”

A questo pensiero fanno eco le parole di Ariello Arena: “Sono molto d’accordo con Nicola. Napoli è sempre stata una fornace di arte, cultura e talenti, sono solo i tempi che cambiano. Oggi c’è il linguaggio cinematografico e quindi Napoli si adatta a questo.” E anche Antonia Truppo, la quale però si riserva un pensiero personale che apre ad una chiave di lettura molto interessante: “Napoli è sempre stata una capitale europea della cultura, le espressioni artistiche sono una conseguenza di questo. Forse però Napoli, rispetto al resto dell’Italia, in questo momento ha completamente fatto pace con il suo lato popolare, non scindendo più la propria identità, ma anzi accettandola in tutti i suoi aspetti. Magari è avvenuto questo, piuttosto che un vero e proprio Rinascimento.

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