Intervista a Renate Reinsve: La persona peggiore del mondo è “una figura universale”

Abbiamo incontrato l'attrice norvegese che ci ha parlato del ruolo che le ha cambiato la vita per il quale è stata premiata al Festival di Cannes 2021.

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Per me è ancora una follia, non sono ancora sicura di aver assimilato quello che è successo”, ci ha spiegato la 33enne norvegese Renate Reinsve, migliore attrice alla scorsa edizione del Festival di Cannes. Il primo ruolo da protagonista che l’ha catapultata al successo internazionale per la sua intensa interpretazione di Julie in La persona peggiore del mondo del regista scandinavo Joachim Trier, film rivelazione del festival francese diventato un instant cult, in sala dal 18 novembre distribuito da Teodora Film.

Renate Reinsve, cinematographe.it

Ora ho la possibilità di scambiare idee e prospettive con persone importanti e questo è preziosissimo. Sono felice di aver fatto molto teatro in passato perché credo di aver raggiunto un punto nella mia vita in cui conosco bene quelli che sono i miei valori e quello che cerco. Cerco buone sceneggiature e bravi registi, non progetti dove ci sia così poco tempo per cui l’arte viene eliminata. Spero di poter trovare un altro progetto come questo dove invece l’arte ricopre un ruolo centrale e ci si dedica con tanto amore”.

Nel film interpreta Julie, una trentenne alle prese con le incertezze e i problemi della sua generazione. Una donna libera, contraddittoria, divisa tra due uomini, volubile nei sentimenti che intraprende un lungo percorso per conoscere davvero sé stessa.
Quando ho letto il copione mi sono sentita strettamente legata al personaggio”, ha continuato l’attrice, in Italia per presentare il film, “e al contempo ho pensato che fosse una figura universale e che umilmente avrei dovuto lavorare perché questo personaggio parlasse a tantissime persone. Sono nate tantissime conversazioni esistenziali con il regista, ci siamo chiesti cos’è l’amore, che ruolo ha oggi, come facciamo le nostre scelte. Io mi rapporto al modo di Julie di pensare, alla sua tristezza, alla sua vulnerabilità. Abbiamo cercato di essere il più onesti possibile”.

Renate Reinsve, l’attrice premiata a Cannes 2021 svela i segreti della sua interpretazione in La persona peggiore del mondo

Renate Reinsve, cinematographe.it

Un personaggio, come spiega Reinsve, nel quale molti si possono ritrovare, simbolo di una generazione che vive nell’incertezza, e anche la stessa attrice ha sentito di avere degli aspetti in comune con Julie: “Penso di riconoscermi nel modo in cui lei pensa a sé stessa in termini esistenziali, in qualche modo è un po’ distaccata dalla sua vita e le riesce anche difficile accettarsi. La Norvegia è uno dei paesi con maggiore conformismo sociale, ci sono delle regole ben precise su quello che è necessario fare, come ci si comporta, eppure c’è una grandissima libertà oggi di cambiare professione e partner, è un tempo che genera grande confusione, non so se è una questione generazionale perché, per esempio, mia nonna che ha 83 anni quando ha visto il film ha detto: “Io sono Julie”, perché lei anche se è in pensione ha cambiato lavoro e partner. È qualcosa che abbraccia l’esistenza di tutti in questo periodo, è difficile muoverti, orientarti, con i social media ti devi vendere, devi in qualche modo commercializzare la tua persona, devi metterti in prima fila, quindi credo di rapportarmi senz’altro a questa sensazione di incertezza e di precarietà”.

Renate Reinsve, cinematographe.it

Joachim Trier, dopo averla vista in una piccola parte nel film Oslo, August 31st, ha scritto il film pensando a Renate Reinsve e cucendole il ruolo di Julie addosso, avendo rintracciato nella giovane e talentuosa attrice le caratteristiche che cercava: Joachim ha scritto questo ruolo con me in testa, sapeva delle mie capacità, ho lavorato a teatro in grandi drammi ma anche in piccoli ruoli in commedie televisive e quindi voleva un personaggio che avesse accesso a entrambi questi aspetti, dramma e commedia. Quando ho letto la sceneggiatura ho visto che c’erano tantissime scene di una diversità enorme e mi spaventava non riuscire a convogliare tutte le sfumature che servivano al mio personaggio, quest’ansia in qualche modo mi ha guidato, mi ha spinto ad esplorare tutti i livelli più complessi ed emotivi che sarebbero stati necessari in ogni scena. Ho avuto un anno per prepararmi e in un anno ho fatto uno studio profondo anche dal punto di vista della drammaturgia anche perché il film non veniva girato cronologicamente e quindi dovevo essere pronta a calarmi nel momento esatto in cui mi trovavo sia mentalmente che fisicamente. Quindi ho fatto un lavoro dettagliatissimo prima ma poi una volta sul set si è trattato di lasciarsi completamente andare e abbiamo creato forse un nuovo modo di lavorare, abbiamo scoperto che più eravamo rilassati più sfumature del personaggio emergevano”.

Leggi anche Cannes 2021 – La persona peggiore del mondo: recensione

Renate Reinsve, cinematographe.it

Un film che parla di una donna che cerca sé stessa e tenta di capire i suoi sentimenti in una società nella quale le donne acquisiscono sempre più consapevolezza delle dinamiche ataviche e sbagliate che inconsciamente assecondano. Julie pensa di non esserne schiava tanto che scrive un brillante articolo sul #MeToo ma non comprende che, in realtà, si conosce poco:

Mi sentivo responsabile per la rappresentazione che sarebbe venuta del personaggio, Julie è forte, sente che c’è qualcosa di sbagliato, sembra che abbia un atteggiamento passivo, invece cerca sempre di capire qual è il problema, il problema è che ha bisogno di essere definita attraverso una presenza maschile e non se ne rende conto. Un aspetto interessante di questo personaggio è che lei non sa da dove viene questo malessere, ma la sua forza è quella di cercare sempre la ragione e la causa del problema e penso che questo sia il primo passo da fare in ogni rivoluzione. La scena finale è la mia preferita perché è la scena dove non c’è nessuno che definisca Julie, ma è lei che si definisce da sola, ha trovato la sua strada, la troviamo di fronte al computer che si concentra sul suo lavoro, cosa che non riusciva a fare prima. Ha vissuto tante difficoltà e incertezze ma alla fine questo le ha permesso di accettare il fatto che la vita è caos su cui non si ha un gran controllo, ma la cosa bella è che riesce ad accettare sé stessa”.

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