voto del pubblico N/A
voto finale
4.0/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Joachim Trier ha presentato il suo Verdens verste manneske (The Worst Person in the World) In Concorso nella Selezione Ufficiale di Cannes 2021, abbracciando il leitmotiv di un Festival incentrato sulle figure femminili, presentate in numerose declinazioni. In questo caso, ci troviamo di fronte a una giovane donna volubile e sfrontata, alle prese con l’individuare quale sia la sua vera vocazione. Medicina? Psicologia? Fotografia? Bei ragazzi? Ogni scelta sembra essere quella decisiva per Julie (Renate Hansen Reinseveen), ma solo finché un ostacolo, una battuta d’arresto o  – banalmente – la noia non prendono il sopravvento lasciandola insoddisfatta e bramosa di nuove avventure. 

Quando l’affascinante e talentuoso fumettista Aksel (Anders Danielsen Lie), dopo il divampare della passione ma già sull’orlo dell’inizio dei capricci della ragazza, pone Julie di fronte al fatto di avere a malincuore capito che la relazione, andando avanti, sarebbe destinata a finire a causa della differenza di età e di obiettivi, la giovane donna si convince di aver trovato l’uomo giusto: abbastanza sfuggente da essere in grado di domarne l’indole ribelle. Ma quando la coppia comincia a scontrarsi con la realtà quotidiana e arrivano i primi scontri sulla visione del futuro, Julie non può fare a meno di cercare un’altra situazione (con il sensuale Eivind, interpretato da Herbert Nordrum) in cui sentirsi pienamente accettata e desiderata, mandando a monte tutto con la leggerezza di chi crede di avere in mano il completo controllo della propria vita. 

The Worst Person in the World: il lato amaro dell’ironia della vita

The Worst Person in The World affronta il percorso interiore di Julie utilizzando l’ironia in modo profondamente introspettivo, rendendo visibili le legittime paranoie che affliggono una donna che ha semplicemente paura di crescere e vorrebbe rimanere per sempre incastrata nell’età in cui ancora tutto è possibile. Complice l’aver avuto un padre assente, che preferisce offrire le poche attenzioni di cui è capace alla sua nuova famiglia,  Julie ha un estremo bisogno di essere vista, che si declina in una pericolosa civetteria narcisista, in grado di garantire una grossa dose di sofferenza a sé e agli uomini che si innamorano di lei, convinti che sia una persona speciale. Ma quando la vita metterà Julie di fronte al fatto che non tutto si può manipolare a proprio vantaggio, la ragazza dovrà fare un passo indietro e accettare quelle critiche da cui è sempre scappata, se vuole davvero trovare la propria strada.

La regia Joachim Trier dipinge questa storia lasciando ampio spazio a momenti simbolici in grado di trasportare lo spettatore nel caos interiore di Julie e di vivere la sua altalena emotiva, arricchendo il percorso della protagonista con figure maschili positive e rispettose, intenzionate a decifrarla più che a cambiarla ma che non bastano a colmare un vuoto che ha origini lontane che devono necessariamente essere affrontate per poter ritrovare la rotta.

Un personaggio femminile ambiguo ed egoista ma con cui è inevitabile empatizzare

L’ultima parte di The Worst Person in the World, abile nel rimescolare la carte in tavola, offre a Julie la prima vera occasione di prendere coscienza di sé. Lungi dal voler realizzare un favola in cui un supposto “bene” alla fine trionfi, Joachim Trier lascia che Julie esprima il proprio egocentrismo fino agli ultimi fotogrammi, continuando a cercare negli altri, in qualunque condizione, quelle risposte su di sé che le sono indispensabili per andare avanti. E che infine arrivano, rivelando come essere una buona persona non significhi necessariamente fare del bene ma, semplicemente, acquisire sufficiente autoconsapevolezza per non rendere responsabile e vittima il prossimo delle proprie incertezze. Con buona pace delle convenzioni sociali.