Nour, cinematographe

Nel clima caldo di un’estate in cui la questione immigrazione si accompagna direttamente alla pandemia mondiale da Covid-19, il cinema si addentra nel problema di queste vite che arrivano dal mare per cercare salvezza e lo fa con la storia di Pietro Bartolo, medico di Lampedusa tra i più attivi nel portare alla luce le difficoltà di chi è preda degli sbarchi e a cui, dopo Fuocoammare, cerca di dare nuovamente dignità con un altro film, questa volta di finzione. È Nour l’opera diretta da Maurizio Zaccaro tratta dal libro Lacrime di sale di Bartolo – scritto insieme a Lidia Tilotta -, in cui a interpretare il medico è Sergio Castellitto, in una disamina su una tragedia italiana, europea e mondiale, di cui sono i protagonisti di questo lavoro a parlare.

Pietro Bartolo, dopo il Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha voluto portare al cinema una storia come quella di Nour, su una bambina e il rapporto che instaura con il personaggio di Sergio Castellitto, che la interpreta nel film. Come mai questo riversamento su questa tipologia di racconto? E qual è il lavoro che continua a svolgere utilizzando i mezzi come la letteratura e il cinema per portare alla luce delle verità atroci?

Pietro Bartolo: “Nour è un film che si è girato in pochissimo tempo, ma volevo che prendesse vita perché era importante che venisse fuori la verità, come accadde con Fuocoammare. Quando Gianfranco venne lo definii il “turista fuori stagione” perché era un momento in cui non arrivavano barconi e non c’erano migranti. Ma avevo una pen drive in cui tenevo tutto il materiale e dopo averglielo mostrato si convinse a lavorare al progetto. Questa volta invece ho voluto che la storia si concentrasse su una bambina e sui bambini in generale perché speravo che potesse toccare davvero la coscienza di tutti. Per venticinque anni sono stato al buio insieme a chi aiutava queste persone in fin di vita, a un certo punto ho sentito l’esigenza di far conoscere queste realtà, avevo una responsabilità. Non sapete quante centinaia di bambini ho incontrato che erano arrivati senza genitori o che li avevano persi durante il viaggio. Ho cercato di aggrapparmi ai libri e al cinema per parlare bene di questo fenomeno migratorio. Non problema, fenomeno, che troppi hanno sfruttato per campagne elettorali imbarazzanti e fuorvianti. E in tutto questo non voglio che mi si definisca eroe. Sono un medico, è la mia vocazione.”

È vero che l’atteggiamento di Lampedusa verso la questione immigrazione è cambiato nel corso degli anni? 

P.B.: “Lo spirito di Lampedusa rimane sempre accogliente. Una certa insofferenza comincia a farsi sentire, ma nasce da una narrazione menzognera perpetrata da politici e giornali. Questo mi dispiace perché Lampedusa è sempre stata aperta verso ciò che arriva dal mare. È anche per questo che, nonostante tutto, non si stancherà mai, perché è un popolo di pescatori e l’accoglienza dal mare fa parte del loro animo.”

Ti sei rivisto nell’interpretazione che Sergio Castellitto fa di te nel film?

P.B.: “Ho sempre stimato molto Sergio come attore quindi potete immaginare come ero felice nel sapere che sarebbe stato lui a vestire i miei panni. È una persona molto umana e sensibile, forse più di me, per questo sono contento che sia stato scelto per interpretarmi. In più mi ci rivedo molto, soprattutto nelle scene in cui si arrabbia o va in escandescenza con i giornalisti.”

Sergio Castellitto e Maurizio Zaccaro: “Nour è prima di tutto un’opera d’arte, ma abbiamo potuto toccare le atrocità delle realtà di Lampedusa”

Nour, cinematographe

E come è avvenuta proprio la scelta di Castellitto?

Maurizio Zaccaro: “Perché ciò in cui si impegna Sergio non è la ricerca della somiglianza fisica con il personaggio, ma ne scruta la vocazione nei micro gesti. Era un qualcosa che avevo notato in lui avendoci già lavorato ed è per questo che l’ho voluto. Solo due persone potevano interpretare Pietro Bartoli: o Pietro Bartoli stesso o lui.”

Sergio Castellitto: “Gli attori devono cercare di mettere in scena l’essenza del personaggio, che questo sia contemporaneo o no. Non faccio differenza tra personaggi, se mi chiedessero di fare Poseidone per me, in quel momento, Poseidone è vero. Nour è un film molto bello per la sua apparente semplicità. In verità nasconde una materia infuocata che noi artisti abbiamo avuto il compito di consegnare quasi come una parabola evangelica. È un uomo che allunga una mano per aiutare altri uomini. È un’idea utopica, ma potentissima: svuotare il mare con un cucchiaio. Si può fare? No. Ma lui ci prova. E questo gesto, che può sembrare inutile, trova la sua importanza. È una poesia chiara: dove la politica non arriva, il cinema ci dona un simbolo. Anzi, vari simboli, visto che oltre alla figura di medico Pietro si confronterà anche con l’inadeguatezza di essere padre.”

Nour è stato girato proprio a Lampedusa, in poco tempo e permeandosi delle verità di quel luogo. In che misura avete tastato la materia di cui stavate parlando? E come sono stati usati quei sentimenti nel film?

S.C.: “Siamo stati tutti immersi in questo cratere circondato dal blu. Si viveva lì e a un certo punto non c’era più confine tra l’essere sul set o no, non si distingueva più il luogo in cui era posta la cinepresa e quello della vita reale. È stato un privilegio perché abbiamo toccato con mano un’esperienza di cui rimarrà traccia in noi e nel film, in termini poetici e umani ed è ciò che dovrebbe contare sopra ogni cosa.”

M.Z.: “Il film è stato girato in quattro settimane. Ci siamo interrogati tanto sulla possibilità e la volontà di farlo. Questo ha reso necessario trovare delle soluzioni che implicano anche scelte stilistiche. Mi viene in mente un film come Sorry We Missed You di Ken Loach, che nel suo essere al di fuori scarno si riempie dell’interiorità dei personaggi e lo fa standogli addosso e stringendoli nei suoi primi piani. Il portare fuori la storia tramite le emozioni.” 

È indubbio che Nour tocca un nodo nevralgico della condizione sociale e politica del nostro Paese. In che ottica lo inserite rispetto alla situazione dell’immigrazione che si sta vivendo?

S.C.: “Penso che prima di tutto questo film è un gesto artistico. Faremmo un torto all’opera se pensassimo che sia soltanto uno strumento per capire la tragedia che si sta vivendo. Dobbiamo accettare l’idea che, se c’è una responsabilità storica e politica, è fondamentalmente internazionale. Il grande assente di questa storia è l’Europa. Che poi Salvini sia più cattivo di un altro e l’altro più cattivo di un altro ancora è un altro fatto. Siamo da sempre il ponte del Mediterraneo, siamo il molo che salva le vite da sempre e così deve continuare ad essere. Ma il problema è atrocemente più serio e non possiamo nemmeno prendercela con gli italiani, perché si crea un mal sentire comune, come il fatto che un cittadino rischia di prendere una multa di quattrocento euro se non indossa una mascherina.”

M.Z.: “Il film nasce dalle riflessioni fatte con Pietro, un amico che sento spesso. Mi dispiace quando una persona solare e aperta come lui si contrae per la preoccupazione di ciò che avviene a Lampedusa. Ma il problema è di tutto il mondo. Potremmo dire che questa è la storia del mondo. Dobbiamo affrontare un cambiamento se vogliamo che le cose non avvengano più alla stessa maniera.”

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