Normal People, Cinematographe.it

Normal People, la serie che adatta per il piccolo schermo il romanzo omonimo dell’enfant prodige della letteratura irlandese Sally Rooney sull’evoluzione dell’amore tra due giovani irlandesi negli anni di passaggio dal liceo fatto in provincia all’università frequentata nella capitale, è in procinto di debuttare in Italia sulla piattaforma streaming StarzPlay dopo il successo di pubblico e critica che ha salutato la sua messa in onda in Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti e Australia. 

Abbiamo partecipato a una roundtable con due produttori della serie, Emma Norton e Ed Guiney, e con il regista Lenny Abrahmson, che ha diretto i primi sei episodi prima di lasciare il testimone a Hettie MacDonald, regista degli ultime sei. Abbiamo parlato, tra le altre cose, del ruolo centrale assunto dai corpi e dalla connessione sessuale tra i protagonisti Connell e Marianne, di come il racconto filmico persegua, sulla traccia del romanzo che l’ha ispirato, la difficile costruzione di un’identità e di una realizzazione personale che tenga insieme bisogni di affermazione professionale e desideri di relazione talvolta tortuosi, senza dimenticare di affrontare la questione della rappresentazione della mascolinità rispetto ai modelli e della complessità come condizione normale. La normalità, a cui il titolo rimanda, è, in fondo, complicazione di sentimenti, parole, corpi che s’intrecciano per comunicare qualcosa di altrimenti indicibile.

Sul set è intervenuta un’intimacy coach, un’ex ballerina che ha costruito insieme agli attori le scene d’intimità

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Paul Mescal e Daisy Edgar-Jones hanno lavorato con un’intimacy coach per costruire le scene di sesso

In  Normal People, la serie tv che adatta l’omonimo romanzo di Sally Rooney, i corpi sono centrali. I due protagonisti, Connell e Marianne, sembrano riuscire a comunicare solo in modo frammentario a livello verbale, mentre riescono a stabilire un’intimità molto profonda ed eloquente a livello fisico. Il sesso, in certo senso, supplisce alla mancanza o alla frammentazione delle parole, all’obliquità e alla fatica con cui i personaggi comunicano con il solo linguaggio verbale. Come avete lavorato con e sui corpi in sede di realizzazione del film? 

Lenny Abrahmson: Non credo che Connell e Marianne non siano capaci di comunicare verbalmente, parlano di tante cose tra di loro, però è vero che a volte falliscono nella loro comunicazione. Sono capaci di una comunicazione onesta, ma forse più a livello intellettuale che emotivo. C’è una ‘disfunzionalità’ comunicativa, in effetti, soprattutto per quanto riguarda l’elaborazione dei sentimenti. A volte si perdono con le parole, pagano la loro insicurezza. Non credo ci sia un completo contrasto tra dimensione verbale e dimensione corporea. C’è intimità anche quando discutono. Io ho voluto creare un continuum sensoriale, non ho voluto che sembrasse che vi fosse uno strappo tra quando discutono e quando si relazionano coi corpi. Il sesso e le discussioni contribuiscono in egual misura al loro rapporto, però sì, la comunicazione si fa tra loro più semplice quando ci sono di mezzo i corpi. Ciò non significa che anche la mente non sia lì, che sia sconnessa. Tecnicamente, le scene di sesso le abbiamo affrontate con un intimacy coach, un’ex ballerina [Ita O’Brien, N. d. R.] che ha coinvolto gli attori nel processo creativo e che costruito con loro i loro incontri intimi come fossero coreografie. Era molto importante che Paul Mescal e Daisy Edgar-Jones [gli interpreti principali, N. d. R.] venissero coordinati e si sentissero in mani sicure.

C’è una grande aderenza dell’immagine filmica ai loro corpi, la sensazione dello spettatore è quella di essere vicino a loro. Come avete lavorato sul linguaggio visivo, un linguaggio visivo che appare in grado di tradurre l’intimità che sperimentano i due protagonisti in un’impressione di vicinanza?

Lenny Abrahamson: La direttrice della fotografia, Suzie Lavelle, è stata straordinaria. Ha utilizzato un close-up non convenzionale, non formalistico. La camera cerca i visi degli attori, prova a catturare un senso di prossimità palpabile. Ha giocato con luci ed ombre in modo morbido, forgiando plasticamente un’impressione di presenza, che è poi la presenza che i personaggi sentono rispetto a loro stessi quando sono in compagnia l’uno dell’altra.”

Normal People è una storia d’amore, ma non solo una storia d’amore. Ci parla della complessità di ogni processo di costruzione di sé

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Normal People: un amore difficile tra adolescenza e prima età adulta

È singolare che questa serie sia un romantic drama con protagonisti adolescenti che diventano giovani adulti. Non se ne vedono tante di storie così di questi tempi in cui la serialità sembra andare in tutt’altra direzione. Qual è l’appeal dello show, rispetto al suo genere di appartenenza? Perché non vediamo più romance di questo tipo in tv o sulle piattaforme? 

Emma Norton: “È così, in effetti. Vengono prodotti molti period drama, racconti seriali drammatici in costume, di ambientazione storica, ma meno storie contemporanee che abbiano al loro centro il discorso d’amore. Io credo che l’appeal dello show risieda nella qualità di scrittura di Sally Rooney, l’autrice del romanzo. Lei scrive una storia d’amore tra adolescenti, ma il modo in cui lo fa è magico, profondo, autentico.”

È vero che Normal People è una storia d’amore, ma si occupa anche di temi più spinosi come quello della salute mentale. Che cosa volete evidenziare con questa storia di connessione umana in un’epoca in cui si prediligono scritture più dinamiche e rappresentazioni con uso massiccio di effetti speciali?

Emma Norton: Ci siamo innamorati della scrittura di Sally Rooney, del modo intimo che ha di raccontare. Grazie alla sua scrittura, persone di finzione diventano persone reali. In un momento in cui sperimentiamo l’assenza di intimità, una storia come questa può entrare dentro la pelle.”

Lenny Abrahamson: “Sally non racconta solo di amore o di salute mentale, il punto è che lei vuole rappresentare una ricerca a tutto tondo, una ricerca che accomuna tutti gli uomini e le donne, tutti gli esseri umani. La realizzazione personale non passa per nessuno solo attraverso il desiderio romantico, ma anche attraverso la ricerca di un’affermazione professionale. La realizzazione individuale è un discorso complesso, è quanto di più complesso esista, perché necessariamente comprende più componenti. Lo sguardo sulla salute mentale è profondo, non solo causalistico. In Connell l’ansia sociale evolve in depressione, perché accade? Non c’è una risposta unica. Le persone reali sono persone complicate. Le persone normali sono persone complesse. La complessità è la normalità. La nostra speranza in quanto autori è che il pubblico empatizzi e comprenda altri essere umani, essere umani tridimensionali, pieni di sfumature e appunto di complessità.”

Con Paul, che interpreta Connell, è stato amore a prima vista, per trovare la sua Marianne è stato più difficile

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Lenny Abrahamson ha diretto i primi sei episodi, Hettie MacDonald gli ultimi sei.

La chimica che si è creata tra gli attori, anche alla luce di quanto si è detto, è stata essenziale per la riuscita della rappresentazione. Quanto è stato difficile trovare gli attori giusti?

Ed Guiney: Avevamo bisogno di due attori vicini anagraficamente ai personaggi. Connell e Marianne vengono raccontati nel passaggio dal liceo al college, quindi da circa i diciotto ai ventidue anni d’età. Non potevamo discostarci troppo dal loro profilo anagrafico. Occorre dire che abbiamo trovato prima Paul Mescal. Con lui è stato amore a prima vista. Trovare Daisy è stato più difficile, l’abbiamo trovata molto più tardi, dopo aver selezionato altre aspiranti al ruolo. Quando abbiamo fatto il chemistry read per saggiare la chimica tra Paul e Daisy è stato emozionante, lì abbiamo capito di aver trovato l’attrice complementare a Paul, quella giusta.”

Il personaggio di Connell è scritto in modo innovativo. Viviamo in un’epoca in cui c’è  grande attenzione alla rappresentazione del femminile, ma i personaggi maschili sono forse meno esplorati. Connell, invece, è virile e protettivo ma, nel contempo, appare libero da modelli maschili. Come credete che possa contribuire a una nuova rappresentazione della mascolinità?  

Lenny Abrahamson: “Connell rappresenta che le cose stanno cambiando. In lui c’è un desiderio di fare le cose giuste. Rifiuta le modalità di controllo che attuano altri uomini, non è abusivo. Devo dire che un personaggio come Connell ci racconta un cambiamento effettivo, direi generazionale, lo vedo incarnato in molti uomini di generazioni successive alla mia. Credo che Connell contribuisca a una rappresentazione positiva della mascolinità, a come le cose potrebbero e dovrebbero essere.”

Il personaggio di Connell ci dice che gli uomini stanno cambiando

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Normal People sarà disponibile su StarzPlay

Lenny, hai diretto solo i primi sei episodi. È stato duro lasciar andare i personaggi e passare il testimone a un altro regista? 

Lenny Abrahamson: In verità no, perché la serie è composta da dodici episodi di circa un’ora ciascuno, seguire tutto il processo sarebbe stato molto lungo e impegnativo per me ed ero intenzionato ad occuparmi anche di altri progetti paralleli. Dunque, non è stato così difficile emotivamente. Era importante trovare un altro regista con un forte istinto. Abbiamo trovato questo istinto in Hettie McDonald. È anche vero che tra i primi sei episodi e gli ultimi sei c’è un cambio di tono, la materia rappresentata si fa più scura e dunque la distribuzione del lavoro non è risultata stonata, ha assecondato l’evoluzione naturale della storia.”

Per finire, un cenno a quella che è stata una piccola polemica che ha accompagnato il debutto dello show. Qualcuno ha fatto notare che Marianne, il personaggio femminile principale, è meno attraente di Daisy Edgar-Jones, l’attrice scelta per interpretarla. È davvero così difficile trovare interpreti dall’aspetto comune per interpretare personaggi che non si distinguono per la loro bellezza fisica ed anzi possono essere considerati del tutto non attraenti?

Lenny Abrahamson: “su una cosa siamo d’accordo: Daisy è bellissima. Ma la polemica è pretestuosa, perché, se si legge il libro, lì si parla di una Marianne che fiorisce nel passaggio dal liceo al college. Il suo aspetto fisico modesto è una percezione altrui: i suoi compagni di liceo la definiscono brutta per denigrarla, per emarginarla, per loro è un modo di sentirsi superiori a lei. Dunque la scarsa avvenenza di Marianne non è mai presentata come un fatto, come qualcosa di oggettivo, dipende più da come lei si percepisce in relazione a come gli altri dicono di percepirla. E come gli altri dicono di percepirla dipende da un loro  desiderio di rivalsa attraverso lo scherno, non tanto dal fatto che sia effettivamente così. È una differenza sostanziale.”

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