Néo Kósmo Cinematographe.it

Sarà presentato questo pomeriggio, in occasione della 77° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il cortometraggio Néo Kósmo del regista romano Adelmo Togliani. Magistralmente interpretato da Giorgia Surina, alle prese con l’esecuzione efficace e riuscitissima di un personaggio assai complesso, il cortometraggio riesce a condurre lo spettatore alla scoperta di un futuro distopico, a tratti inquietante ma ricco di verità, nel quale non c’è nulla di più umano dello sguardo disincantato di un androide.

Secondo capitolo di una trilogia iniziata con La Macchina Umana del 2017, Néo Kósmo ha saputo dar vita a una sapiente commistione, per linguaggi e scelte stilistiche, di realismo e fantascienza allo stato puro, capace di trascinare il pubblico in un vortice di incredulità, paura e persino tenerezza, alla scoperta di un domani che non sembra poi così lontano.

“Un essere androide più umano dell’umano”, queste le parole con le quali il regista Adelmo Togliani e l’interprete protagonista Giorgia Surina ci hanno presentato la tata androide Alésia, un personaggio robot capace di attingere senza difficoltà alcuna alla variegata tavolozza dell’emozioni umane.

L’ispirazione di Néo Kósmo

Adelmo, quello della fantascienza è un genere al quale ti sei già affacciato con La Macchina Umana. A quale cinema e a quali autori ti ispiri?

Non c’è un autore nello specifico al quale mi ispiri. Quel che mi piace è la possibilità di variare. Ultimamente nella fantascienza ho trovato molte risposte e per questo mi ci sono gettato a capofitto. Se devo parlarti di esempi concreti di autori e film con i quali mi sono confrontato, posso citarti Solaris di Tarkovskij, Blade Runner, Ex Machina fino ad arrivare a The Arrival e Interstellar (che ho rivisto durante il lockdown). Negli anni ho assorbito e “fatto miei” molti film che hanno sollevato nella mia testa una serie di interrogativi. Per non parlare poi di quelle pellicole che trattano di invasione aliena come ad esempio Alien; cinema di fantascienza che mi piace ma al quale non sto ancora guardando. Sono molto più concentrato sull’uomo.

Giorgia, come hai costruito il personaggio di Alésia? A quali ricordi, emozioni ed esperienze hai dovuto attingere per interpretare così efficacemente questa tata androide capace di amare?

Prima di tutto è stato portato a termine un lungo lavoro insieme ad Adelmo per comprendere soprattutto cosa NON avremmo voluto scaturisse dall’interpretazione del personaggio di Alésia. Diversi altri progetti hanno lavorato sul tema degli androidi e noi abbiamo scelto di allontanarci dallo stereotipo, dall’immaginario collettivo del robot. A noi interessava fare un passaggio in più: lavorare su un aspetto evolutivo delle macchine che ripercorresse l’umanizzazione di questa tecnologia, capace forse un giorno di sopraffare l’essere umano.

Abbiamo quindi lavorato su un tipo di essere vivente che non fosse esclusivamente una macchina ma che cominciasse a percepire ed esperire una sorta di umanità, sensibilità, attenzione.
La nostra androide ha capacità di discernimento, di scelta, di analisi e introspezione. Io, Adelmo e tutte le persone che hanno lavorato a questo film abbiamo avuto la percezione che tutto quello che raccontiamo nel corto possa essere davvero vicino, o meglio non troppo lontano, dalla nostra realtà. Il nostro è un grido d’allarme, abbiamo voluto porre l’attenzione su un tema molto delicato e attuale in un momento storico in cui molto spesso si usufruisce della tecnologia senza comprendere che un giorno potrà essere la tecnologia stessa a prendere il sopravvento.

Per interpretare al meglio il personaggio di Alésia, Adelmo mi ha suggerito di agire come una bambina, che con ingenuità e curiosità scopre il mondo e la realtà che la circonda, il Néo Kósmo appunto.

La costruzione del personaggio

Adelmo, hai lavorato insieme a Giorgia alla costruzione del personaggio?

Mi sono completamente affidato a Giorgia, mostrandole alcuni esempi di interpretazioni che non amavo particolarmente e suggerendole poi di approfondirne alcune altre, (Starman di Carpenter ad esempio). Ho trovato Giorgia matura dal punto di vista psicologico e interpretativo, praticamente perfetta per quel ruolo! Ero convinto della mia scelta fin dall’inizio, e il personaggio che ha portato in scena me lo ha confermato.

Sono stato molto felice di aver dato la possibilità a un’attrice famosa e conosciuta dal pubblico di cimentarsi con un ruolo differente, nuovo. Qualcosa che si discostava da tutte le sue precedenti esperienze. Un’attrice del calibro di Giorgia è stata in grado di affrontare l’interpretazione di questo personaggio senza pregiudizi e sovrastrutture. Sapevo che lei si sarebbe lanciata in questa avventura insieme a me.

Giorgia, nella tua carriera televisiva e cinematografica è la prima volta che ti cimenti col cinema di fantascienza. La recitazione nel cortometraggio Néo Kósmo ha inoltre molto a che fare con la recitazione teatrale. Poche parole, tanto “non detto” e moltissima attenzione al linguaggio del corpo.

Proprio come i bimbi che ancora non parlano e si esprimono a gesti, con la postura e attraverso un’espressività fatta di sguardi, anche Alésia non ha bisogno di parlare per esprimere quello che sta vivendo e provando. È stato un duro lavoro ed è la prima volta che mi viene affidato un ruolo così profondo. Quando togli le parole devi riempire il silenzio in un’altra maniera, stando ben attento a non cadere nell’over-reacting e nell’esasperazione dei gesti. Per interpretare il personaggio di Alèsia è stato fondamentale trovare un equilibrio ben calibrato tra il detto e il non detto, tra lo sguardo e l’azione. È stata una bella sfida che mi ha dato modo di andare molto a fondo della mia preparazione. Ho studiato molto, anche con la coach americana Ivana Chubbuck, e ho tentato di unire tutte le mie esperienze per trarne quello che sapevo mi avrebbe consentito di interpretare un ruolo nuovo per me. Insomma, un vero salto mortale di cui però sono molto contenta.

Néo Kósmo è il secondo capitolo di una triologia…

Adelmo, Néo Kósmo è il secondo capitolo di una trilogia che ha avuto inizio con La Macchina Umana nel 2017. In quel cortometraggio l’essere umano cercava la perfezione attraverso la tecnologia dimenticando, di fatto, il senso della vita. In Néo Kósmo però lo spettatore non empatizza con gli umani bensì con l’androide. Parlaci del percorso che ti ha condotto da La Macchina Umana a Néo Kósmo e soprattutto, cosa ci riserva il futuro?

Scrissi il soggetto de La Macchina Umana nel 2003 e lo tenni a lungo nel cassetto. La mia idea nasceva da una profonda delusione nei confronti del genere umano. Delusione che più passa il tempo, più va ad accentuarsi. Pur avendo una profonda fiducia nell’uomo mi domando ogni giorno di più in che direzione stiamo andando dal punto di vista dell’umanità.

L’analisi che ho portato a termine ne La macchina umana è davvero molto semplice. Proprio perché ho visto il tramonto dell’era analogica e ho abbracciato l’era tecnologica (non essendo nativo digitale), riesco a riconoscere i pregi e i difetti della tecnologia, lanciando uno sguardo al passato che mi consente di rimanere ancorato con i piedi a terra.

La cosa che trovo intollerabile, e che è presente anche nel percorso intrapreso con Néo Kósmo, è che l’uomo continui a virtualizzare ogni cosa tramite i social network e non solo. Sia chiaro, non criminalizzo i social, sono strumenti preziosi con tantissimi aspetti positivi. Quel che è certo però che assistiamo a un continuo scattarsi foto e dare l’idea di una vita diversa, una vita migliore. Sotto questi scatti si cela poi un’altra realtà, un’esistenza diversa tenuta ben nascosta che però tutti viviamo e conosciamo. Ne La Macchina Umana avevo dato vita a un’estremizzazione della virtualizzazione in cui una donna, interpretata da Valentina Corti, si innamorava di un androide creato per studiare e comprendere le reazioni umane.

L’uomo mi delude, mi delude di continuo, mi riferisco anche ai recenti fatti di Colleferro. Non si può rimanere indifferenti a un evento di una tale gravità. L’uomo mi delude perché, proprio come nel film, non riesce più a comprendere quale sia il suo ruolo nel mondo. Spero un giorno di poter tornare indietro e raccontare qualcosa di positivo.

Tema cardine di questo corto ambientato in un futuro distopico è la tecnologia. Quella parte di tecnologia alienante, capace di creare dipendenza. Giorgia, qual è il tuo rapporto con la tecnologia di cui disponiamo al giorno d’oggi?

La uso quanto basta e soprattutto voglio essere io a utilizzare lei. Sono molto attenta a far sì che non avvenga mai il contrario. Certo, è invitante lasciarsi andare completamente a una tecnologia che risolva tutti i problemi, ma io sono una persona che deve mantenere il controllo e questo mi sta aiutando moltissimo a non essere schiacciata, ad esempio, dall’utilizzo del telefonino, dei social media e da tutto quello che, consentimi di dirlo, minaccia la nostra sanità mentale. Quando qualcosa che è inevitabilmente alienante comincia a farsi spazio nel nostro tempo, nella nostra testa e nella nostra vita bisogna cominciare a preoccuparsi. Ben venga tutta quella tecnologia che ci consente di essere aggiornati e in contatto col mondo, ma voglio essere sicura di mantenere il punto di equilibrio. Ho bisogno di essere sicura che anche un domani sarò in grado di gestire una tecnologia in continua evoluzione.

E tu, Adelmo? Come vivi il tuo rapporto con la tecnologia e col virtuale?

Utilizzo il cellulare e il computer, come artista e produttore, per elaborare in modo creativo i miei progetti, che si tratti di una bozza grafica, della stesura di un copione o della promozione del mio lavoro e di quello dei miei colleghi. Se devo dirti la verità, questa estate in vacanza ho completamente dimenticato la tecnologia. Quando si sta bene con le persone è necessario cogliere il momento, viverlo, goderne e assaporarlo per poi non perderlo. Probabilmente si tratta di un meccanismo di difesa psicologica che mi ha condotto persino a scordarmi di scattare alcune foto ricordo.

A proposito di contatto con la realtà, con il personaggio di Alèsia assistiamo a un ribaltamento di ruoli e di prospettiva. È l’androide che contro la sua stessa natura cerca un punto d’incontro con le emozioni e con la relazione umana.

La mia è una provocazione. Lessi, tempo fa, un articolo su Forbes che sosteneva che l’uomo avesse esaurito il suo ruolo su questa terra. I limiti dell’uomo sono intellettuali e mentali, non riusciamo più a ragionare come una comunità e come un insieme di persone che vogliono vivere in pace. Questa è la mia più grande delusione. Ecco perché ho dato vita a un essere senziente, consapevole del ruolo che l’uomo ha nel mondo più dell’uomo stesso. Un essere androide più umano dell’umano.

In Néo Kósmo la tata Alèsia riesce a costruire e mantenere una connessione con la realtà anche attraverso la natura. Adelmo, parlaci della scelta dell’ambientazione che alterna appunto la natura incontaminata ai toni freddi e algidi di una casa ormai investita dalla tecnologia.

Per me i contrasti sono importantissimi. Il cortometraggio è stato girato a Villa Petrose a Sava, in provincia di Taranto. L’ambientazione ha rispecchiato una mia esigenza narrativa: un ambiente iper-tecnologico e minimale collocato però in un contesto di natura selvaggia. Rispecchiava proprio l’idea di un androide teoricamente asettico che poi riesce a esprimersi nel modo più umano, passionale e selvaggio possibile.

 

Ricordiamo ai nostri lettori che le primissime immagini di Néo Kósmo saranno proiettate oggi in anteprima, alle ore 15.00, presso l’Italian Pavilion – Sala Tropicana Conferenze – Hotel Excelsior di Venezia Lido in occasione del dibattito “Realtà e distopia nel cinema di fantascienza”. L’evento potrà essere seguito dal pubblico in diretta streaming al seguente indirizzo: https://italianpavilion.it/conferenza_11-09-1500

A seguire, in anteprima esclusiva per Cinematographe, le immagini di scena del corto Néo Kósmo.

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