Lorenzo Tamburini, cinematographe.it

Trasformazioni incredibili, trucchi altamente professionali per rendere più realistica anche la creatura più mostruosa o aliena o per rievocare un personaggio storico, attori irriconoscibili dietro trucchi speciali e protesi, veri e propri capolavori artigianali. Questo e altro significa l’arte del make-up artist, una professione fondamentale per rendere reale al cinema il sogno, o l’incubo, più grande.

In Italia tra le eccellenze in questo campo c’è Lorenzo Tamburini, David di Donatello come miglior truccatore nel 2019 – in collaborazione con Dalia Colli – per la strabiliante trasformazione di Edoardo Pesce in Simoncino in Dogman di Matteo Garrone. Il truccatore o, per essere più precisi, prosthetic makeup designer, recentemente ha nuovamente stupito per il suo lavoro in Volevo nascondermi, film al quale giorni fa è stato assegnato il Nastro dell’Anno 2020, riconoscimento conferito ogni anno dal Direttivo dei Giornalisti Cinematografici. Per il film di Giorgio Diritti, Tamburini ha trasformato Elio Germano nel pittore Antonio Ligabue. Una metamorfosi per l’attore non solo interiore ma anche fisica che per questo ruolo si è guadagnato l’Orso d’Argento al Festival di Berlino 2020.

Tamburini annovera tra i tanti lavori di trucco prostetico film nazionali e internazionali di grande successo: Il labirinto del Fauno di Guillermo Del Toro, World War Z, Guardiani della Galassia, Suspiria di Luca Guadagnino, Il primo re e la serie tv Il nome della rosa per citarne alcuni.

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per una chiacchierata sulla sua formazione, le prime importanti esperienze, i successi con Dogman, Il traditore e Volevo nascondermi e l’importanza del suo lavoro, del trucco prostetico che non significa “nascondere” l’attore ma esaltare le sue performance.

Quando hai deciso che il tuo lavoro sarebbe stato il makeup designer, com’è nata questa passione?

“Esattamente non lo so, sin da bambino ho avuto una grande attrazione verso i mostri sia dei cartoni animati, come gli He-Man, sia dei film come Dracula e Frankenstein degli Universal Studios. Disegnavo i personaggi sui sacchetti del pane, mi piaceva l’estetica di questi personaggi. Quando alle elementari ad una festa di compleanno i miei amici giocavano a fare il wrestling imitando Hulk Hogan io rimanevo catturato e turbato dal film Terminator che passava in tv. Crescendo mi è rimasta questa passione per i mostri, mi sono appassionato ai film horror come quelli di Dario Argento, Lamberto Bava, Riccardo Freda, anche a quelli americani. Quando ho finito il liceo scientifico e dopo aver lavorato per mettere da parte un po’ di soldi sono partito in America: prima ho abitato a Seattle, poi a San Francisco e infine a Los Angeles dove mi sono accorto che c’erano delle scuole di trucco e ho realizzato che quello del truccatore per il cinema era un lavoro “vero”. Avevo visto tantissimi film, leggevo Fangoria, una rivista che si occupa di cinema horror, ma non so perché non ho avevo pensato che il truccatore per il cinema potesse essere un mestiere. Fortunatamente quel viaggio in America mi ha cambiato la vita perché ho capito cosa volevo fare davvero da grande.”

Hai quindi frequentato dei corsi in America?

“No, perché le scuole costavano circa 14.000 dollari e non potevo permettermelo, quindi sono tornato in Italia sentendomi molto indietro perché non avevo neanche fatto il liceo artistico, non sapevo effettivamente se sarei stato portato ma era diventata una tale ossessione che ho iniziato a studiare da solo, facendo i miei primi esperimenti sugli amici e lavoravo in una pasticceria per mettere da parte i soldi per potermi iscrivere alla BCM, Scuola Europea di Estetica e Trucco Professionale di Milano. Qui sono stato notato dall’insegnante di effetti speciali che mi ha preso con lei nel laboratorio per circa due anni e sono diventato il suo assistente.

Ho iniziato a frequentare i set pubblicitari e a fare i primi lavori come il programma di Adriano Celentano 125 milioni di caz..te per il quale serviva il trucco speciale per delle ballerine del Cirque du Soleil. Sono poi tornato a Los Angeles per seguire dei convegni in cui presentavano i nuovi materiali per il trucco speciale, le nuove tecniche, era un altro livello rispetto all’Italia ed io volevo assolutamente imparare a lavorare come loro. Ho scoperto il corso di Dick Smith (Premio Oscar nel 1985 per Amadeus e Oscar onorario per la carriera nel 2012) considerato il pioniere del trucco prostetico, che ha lavorato in Taxi Driver, L’esorcista, Piccolo grande uomo, il Padrino. Lui non ha mai tenuto per sé i segreti del suo mestiere, ci ha messo vent’anni e ha scritto il suo corso che era fondamentalmente un libro in cui ha riportato passo per passo i materiali, le sue tecniche, dove prendere i prodotti, era la bibbia del trucco speciale e lui aveva in tutto il mondo molti studenti. Il corso consisteva in questo libro, in poche diapositive e in una videocassetta di 10 minuti nella quale si vedeva Dick Smith in una dimostrazione trucco e in questo modo provavi a fare passo per passo i passaggi che spiegava, era una sorta di tutorial. Poi a lavoro finito gli spedivi le foto dei tuoi trucchi per posta ed aspettavi con ansia le sue critiche ed i suoi consigli e quando lui riteneva che avevi raggiunto un grado alto di preparazione e potevi fare il truccatore come mestiere ti dava il suo certificato, io l’ho ricevuto ed è stato molto gratificante”.

Lorenzo Tamburini – Dalla pubblicità a Mai dire Gol fino a Il labirinto del Fauno

Lorenzo Tamburini, cinematographe.it

Lorenzo Tamburini poi continua a lavorare per la pubblicità e per trasmissioni tv cult come Quelli che il calcio e Mai dire Gol sul trucco di attori come Fabio De Luigi, Aldo, Giovanni e Giacomo, Neri Marcorè, Paola Cortellesi, Lucia Ocone e Paolo Calabresi. Ovviamente, a causa dei tempi televisivi molti stretti e dei budget, non ha ancora la possibilità di attuare appieno il trucco speciale imparato da Dick Smith.

“È stata una bellissima palestra grazie alla quale ho potuto sperimentare tantissimo perché il grado di perfezione richiesto dal cinema e dalla televisione è molto differente. La televisione perdona molto di più e forte di questo fatto ho sperimentato molto con i materiali e con le tecniche per esercitarmi. Il mio sogno però era lavorare per il cinema, avevo fatto qualche lavoro a Milano per alcuni film ma continuavo a coltivare il sogno americano”.

La grande occasione si presenta con la società spagnola di effetti speciali DDT che aveva già lavorato in film come Doom e Hellboy alla quale Tamburini manda le foto dei suoi lavori e viene subito preso per il cult movie Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro.

“Prima di contattare la DDT avevo mandato foto e curriculum a Roma per propormi ad alcuni truccatori ma non ho mai ricevuto risposta, fortunatamente in Spagna era andata differentemente e Il labirinto del Fauno è stata la mia prima esperienza emozionante per il cinema con effetti speciali “veri”: ho lavorato soprattutto in laboratorio come scultore sul rospo, la mandragola e su altri personaggi ma sul Fauno, ci tengo a precisare, non ho mai messo mano. Guillermo Del Toro cambiava idea spesso, faceva abbastanza impazzire, c’erano da fare tante cose, la pressione era alle stelle ma è stato davvero importante e fantastico per me stare con quei ragazzi in quel laboratorio dove ho imparato molte cose”.

Lorenzo Tamburini, cinematographe.it

Quali sono le fasi del tuo lavoro, come nasce effettivamente un trucco, è un lavoro che avviene sin dall’inizio in collaborazione con il regista?

“Dipende dal regista e dall’effetto richiesto: alcuni progetti prevedono il trucco speciale per tutto il film ed altri solo per alcune scene. Il trucco speciale subentra nel momento in cui con quello normale non si riesce ad ottenere l’effetto desiderato e, nel caso in cui serva solo per una scena, puoi essere anche chiamato dal truccatore del film che ha bisogno di aiuto e sarà lui a dirti quello che serve. Solitamente però per discutere di un lavoro vengo chiamato, su suggerimento dell’attore o del costumista o del regista stesso, dall’organizzatore il quale ti spiega a grandi linee il progetto e poi ti invia la sceneggiatura. Io faccio uno spoglio delle scene che secondo me hanno bisogno dell’ intervento del trucco speciale e poi si fa un incontro con il regista e la produzione per capire meglio il lavoro da affrontare. Faccio un esempio: leggendo una sceneggiatura che parla di alieni può essere che il regista li immagini verdi secondo l’immaginario collettivo io invece magari gialli con le antenne ma è fondamentale, senza fraintendimenti, arrivare alla stessa concezione. Poi si cerca di capire a chi è rivolto il film, se c’è bisogno di elementi splatter, se gli effetti devono essere più o meno realistici e crudi, una volta capito questo si può procedere in due modi in base all’effetto e se servono le protesi o meno: o iniziando a fare subito delle prove trucco sull’attore, oppure si lavora prima con Photoshop sulla foto dell’attore per creare quello che poi dovrebbe essere l’effetto con il trucco dando più opzioni. Una volta scelta l’opzione adatta si prende il calco del viso dell’attore e in laboratorio con la plastilina si modellano i volumi di cui ho bisogno per creare l’effetto desiderato. Dopo aver modellato con la plastilina si fa uno stampo della modellatura e si ricavano le protesi in gel di silicone. In seguito avviene una prova trucco e si capisce se c’è qualcosa da migliorare e se il risultato rispecchia l’immaginario del regista perché, spesso, una volta visto il trucco dal vivo, molti si ricredono. Le prove trucco servono proprio per questo: molto spesso i registi immaginano una cosa che vista realmente non li convince”.

Lorenzo Tamburini: “Cercare l’equilibrio corretto senza nascondere l’attore”

Lorenzo Tamburini, cinematographe.it

Per Ligabue e Buscetta avevi come riferimento immagini e filmati sui quali studiare, per Edoardo Pesce in Dogman che lavoro hai fatto? Anche se il personaggio di Simoncino è realmente esistito il film di Garrone prende solo spunto da un fatto di cronaca per poi costruire una storia che non ha né tempo né luogo.

“Ci sono registi che ti lasciano totalmente carta bianca e dopo la prima prova trucco in caso ti chiedono delle piccole modifiche, con altri si lavora in continua comunicazione. Con Garrone siamo partiti da un bellissimo design in Photoshop fatto da Pietro Scola che era abbastanza differente dal risultato finale. Inizialmente, infatti, Garrone immaginava che Simone avesse una parte della testa un po’ “schiacciata” ma dopo la prova trucco ha capito che forse non era quello che voleva. Il lavoro su Edoardo Pesce è stato molto faticoso ma entusiasmante, siamo riusciti a trovare “l’immagine” giusta di Simoncino: la fronte pronunciata, il naso rotto un sacco di volte tipico di un pugile e diverse cicatrici e cheloidi sparsi per la testa. La parte difficile è stata trovare l’equilibrio giusto tra il viso di Edoardo, farlo diventare minaccioso, un lottatore, senza cadere nella caricatura eccessiva, evitando di farlo sembrare un “ominide”. Matteo è certamente molto esigente e le tante prove trucco mi sono servite per arrivare a un equilibrio più corretto, anche per un trucco che potrebbe sembrare molto semplice in realtà c’è dietro un grande lavoro”.

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Per la trasformazione di Pierfrancesco Favino in Tommaso Buscetta ne Il traditore com’è andata?

“Inizialmente il mio intervento era previsto solo per quando Buscetta sarebbe stato vecchio e malato terminale, io mi ero documentato con tutte le immagini vere di Buscetta che era ricorso a un certo punto alla chirurgia plastica, rifacendosi il naso, zigomi, bocca e lifting e avevo realizzato per la prima prova trucco  delle protesi con le quali Favino era abbastanza somigliante all’originale ma Bellocchio non era del tutto convinto, aveva un approccio al trucco molto differente dal mio e non gli interessava raccontare la chirurgia estetica, ormai era “affezionato” al viso di Pierfrancesco. Favino, invece, era molto convinto di volere le protesi e allora abbiamo rifatto un altro test eliminando l’effetto “rifatto” con delle protesi più naturali e così Bellocchio si è convinto ad utilizzarle. Alla fine Favino ha indossato le protesi sia nei flashback per ringiovanirlo che per tutto il film, dal Maxiprocesso in poi, per l’effetto lifting, per imbolsirlo, per la chirurgia plastica più evidente e per invecchiarlo gradualmente. Nella scena del processo contro Totò Riina, nella quale per la prima volta vediamo Buscetta con la bocca, mascelle e gli zigomi rifatti, ho trovato un modo di far notare che era ricorso alla chirurgia estetica ma senza calcare la mano come era successo nella realtà. Era molto difficile rendere l’effetto chirurgia plastica estetica su un uomo che doveva avere anche una certa età senza cadere nel grottesco e senza che il mio lavoro sembrasse un trucco mal realizzato”.

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La trasformazione di Elio Germano in Antonio Ligabue per Volevo nascondermi di Giorgio Diritti ha stupito tantissimo sin dalla pubblicazione della locandina del film. Anche perché pur essendo una trasformazione radicale dell’attore è subito apparsa paradossalmente molto realistica e non posticcia. Com’è nata questa “metamorfosi”?

“Quando lavori per un film biografico devi decidere quanto è importante il grado di somiglianza e che cosa richiama immediatamente nell’immaginario dello spettatore quel personaggio. Antonio Ligabue sicuramente aveva moltissime caratteristiche particolari su cui lavorare ma alcune di esse, secondo me, riproducendole con il trucco non avrebbero aggiunto niente di così rilevante all’aspetto del personaggio, anzi, avrebbero inciso molto sul budget ed avrebbero costretto Elio a restare al trucco molto più a lungo. Per questo il mio approccio in pieno accordo con Giorgio Diritti per le due fasi in cui Ligabue invecchia è stato quello di iniziare a modellare l’ invecchiamento di Elio Germano come se fosse quella l’esigenza senza pensare eccessivamente all’aspetto del pittore e su questo ho aggiunto le caratteristiche salienti: il nasone, le orecchie grosse, i denti, tutti elementi utilizzati anche per la fase giovane, il labbro inferiore con il mento, un cedimento particolare nella zona naso labiale e, essendo Ligabue rachitico, anche il gozzo del collo molto pronunciato. Il trucco eccessivamente somigliante purtroppo lo riconduco ai lavori che facevo all’inizio della mia carriera a Mai dire gol, ad alcuni trucchi televisivi di imitazione, da caricatura ma in questo modo si perde totalmente l’attore anche per questo preferisco un trucco più “leggero”. Le protesi che ho applicato a Elio ho cercato di renderle sottilissime in modo da non farlo sentire “costretto” e dando modo al trucco di far trasparire anche le micro espressioni.”

Elio Germano è la dimostrazione che le protesi non coprono l’espressività

Che rapporto si instaura con l’attore?

“Ogni tanto gli attori, soprattutto se non hanno mai messo protesi, si spaventano: sentono la colla tirare, il loro viso cambia, temono che le micro espressioni che hanno studiato per anni non si vedano e con gran preoccupazione iniziano a fare prove di espressioni facciali già a metà trucco. Per questo motivo finito il trucco tendo a lasciarli soli per un po’ in modo che comincino a familiarizzare con le protesi, a controllare la mimica d’avanti allo specchio, a quanto “giocare” per far vedere le espressioni, si abituano alla colla e dopo di solito la paura iniziale passa. Per Volevo nascondermi alla prova trucco, una settimana prima delle riprese, era la prima volta che ci vedevamo con Elio, c’era un certo fermento ma c’è stato subito grande rispetto, si è fidato, è rimasto immobile e collaborativo tutto il tempo, mi ha lasciato fare e finire il mio lavoro senza alcuna insofferenza, poi è passato al parrucco, si è vestito ed è diventato nello sguardo e nella postura Ligabue. Durante le riprese al trucco scherzavamo, ascoltavamo la musica, si rideva e c’era un’atmosfera rilassata. Ho chiesto aiuto a Valter Casotto (e diverse giornate anche a Martina Sandonà) in modo da finire il trucco in due ore e mezza, mentre al parrucco c’era Aldo Signoretti ed infine Giuseppe Puccio Desiato applicava i baffi finti. A fine lavorazione Elio mi ha ringraziato di cuore e ha riconosciuto lo sforzo che ho fatto per un lavoro così impegnativo e per me rimarrà un progetto molto speciale. Molti vedono il trucco prostetico come un limite invece Elio ha dimostrato che si può vincere truccato dalla prima all’ultima scena, ha sottolineato in diverse interviste l’importanza del trucco speciale che aiuta l’attore a immergersi ancora di più nel personaggio: questa è la dimostrazione che le protesi non coprono l’espressività e la performance di un attore.”

Lorenzo Tamburini, cinematographe.it

Quindi a chi critica il trucco speciale, giudicandolo troppo “invasivo”, rendendo irrealistico un personaggio, cosa rispondi?

“Rispetto l’opinione di tutti, è sicuramente una questione di gusto personale ma penso che moltissimo dipenda da come il trucco viene realizzato, dalla capacità e dallo stile del truccatore prostetico, ci sono alcuni film dove il trucco speciale non è particolarmente riuscito e quindi è capibile che lasci perplessi ed altri in cui è ineccepibile o impercettibile quindi non vedo come possa dar fastidio. Preferisco comunque non giudicare mai il lavoro di un collega perché non si possono conoscere le dinamiche a cui è andato incontro, io posso conoscere solo quelle che riguardano i film per i quali ho lavorato. A volte andando anche contro il tuo volere e le tue idee ti devi adeguare alla volontà del regista ed ai tempi e budget magari inadeguati della produzione che portano poi a dei risultati non esemplari. Ci sono tanti fattori che ruotano intorno al trucco speciale così come anche a tutti gli altri reparti e mestieri”.

Quando rivedi il film al cinema sei molto critico verso il tuo lavoro?

“Fondamentalmente penso sempre che avrei potuto fare di più e non sono mai molto soddisfatto e quando vado al cinema la tensione è davvero tanta!  Sono totalmente distratto dalla ricerca dei difetti del trucco e  so anche in anticipo in quali scene ci sono stati dei problemi ed aspetto con timore di vedere il risultato: delle volte sono una piacevole sorpresa mentre delle altre è un po’ come ricevere un pugno allo stomaco. La difficoltà maggiore con le protesi non è applicarle e finire il trucco la mattina presto ma è mantenerlo intatto durante il giorno perché soprattutto in alcune situazioni particolari tende a rovinarsi come, per esempio, su Volevo Nascondermi dove abbiamo girato in Emilia a giugno e luglio sotto un sole cocente. Elio era ricoperto di protesi e spesso era vestito con cappotti pesanti, giacche di pelle, berretti in testa che lo facevano sudare molto e mantenere intatte le protesi ha richiesto molto impegno. Al cinema all’inizio della proiezione come al solito ero molto concentrato sul trucco, poi però, subito dopo senza accorgermene mi sono rilassato perché questo film è talmente poetico ed Elio è straordinario che me lo sono goduto e mi sono fatto prendere dalla storia. Sicuramente lo rivedrò altre volte per poterlo apprezzare ancora meglio”.

Hai in programma nuovi progetti dei quali puoi parlarci?

“Mi avevano proposto una serie tv e dovevo cominciare la preparazione di un film horror ma il COVID ha bloccato tutto. Vedremo quando si potrà ripartire e in che maniera!”

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