Diana Dell'Erba cinematographe.it

Diana Dell’Erba è nata nel 1982. Dopo un percorso di studi in Sociologia, e alcune importanti esperienze attoriali, trasforma la tesi di Laurea nel suo primo film da regista. Un documentario sul cinema, la donna e il contatto tra questi due mondi. Uno “specchietto per le allodole”, racconta. Perché il suo obiettivo (“spero sia passato!”) era un film sulla crescita personale. Ognuno di noi alla regia della propria vita, contro le difficoltà del mondo. Registe è infatti un invito all’azione, oltre che il racconto dovuto di un cinema troppo spesso dimenticato.

Uscito nel 2014, il documentario di Diana Dell’Erba anticipa il #metoo e guarda al futuro. Nella speranza che anche in Italia si possa arrivare a un cinema d’autore libero di scegliere i propri temi e slegato dalle mode del momento. Nel frattempo però, prepara il suo nuovo documentario sulla scienza del suono e guarda con interesse al mito. Perché, ci ha raccontato nel corso di una cordiale intervista telefonica, “anche nelle commedie più semplici si possono celare messaggi profondi”.

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Maria de Medeiros, nel ruolo di Elvira Notari in “Registe”, di Diana Dell’Erba

“Registe” è il tuo esordio alla regia, come è nata l’idea e cosa ti ha spinto a realizzarla?

“L’idea è nata da un’interesse per la questione femminile in generale, che ho da tanto tempo, e dallo “sbaglio” della scelta dell’Università. Ho fatto Sociologia, ma mi sono accorta strada facendo di non avere un reale interesse e di averlo fatto più che altro per motivi famigliari. Nel frattempo avevo iniziato a fare diversi corsi di recitazione e le prime esperienze da attrice, per cui dato che nella Sociologia è abbastanza semplice includere diverse cose, ho deciso di realizzare una tesi di laurea sul cinema al femminile. Ho associato alla mia passione per il cinema e per l’arte il mio interesse per la questione femminile. In realtà, non so se si capisca dal documentario, ma il mio primo intento era parlare di realizzazione di sé, utilizzando quello della regia e del cinema anche come “specchietto per le allodole”. Ho avuto quest’idea, che è molto semplice ma altrettanto importante, di paragonare un film alla propria vita e suggerire che ognuno di noi possa diventare il regista della propria storia e realizzare quello che più desidera. Nonostante tutti i bastoni tra le ruote che noi stessi ci mettiamo”.

Le premesse storiche del tuo discorso le ricaviamo nella figura di Elvira Notari, prima regista donna in Italia e centro tematico di Registe. Cosa ti ha spinto verso questa figura e cosa credi possa insegnarci ancora sul cinema?

“Sono stata molto colpita da questa figura studiando la storia del cinema muto. Mi ha affascinato molto la sua storia, che è quella che riassumo nel documentario. L’ho trovata simbolicamente adatta, ognuno di noi può emulare in qualche modo il suo percorso. Era davvero una donna straordinaria che ha trovato tantissime difficoltà, il cinema era ovviamente agli esordi perciò è passata da vivere un cinema considerato una follia ad avere invece un grande successo e infine essere perseguitata dal fascismo. Adesso abbiamo pochissimi spezzoni dei suoi film, però si dice che abbia creato un centinaio di opere, tra film e documentari, che purtroppo il fascismo ha bruciato. Non perché fosse donna, ma perché descriveva una Napoli che al regime non piaceva. Quel poco che possiamo vedere di suo ci rivela però un lavoro molto moderno, artistico. Era una grande sperimentatrice, osava tantissimo, era all’avanguardia anche per i giorni nostri secondo me. Anche forse grazie a questa Napoli straordinaria in cui lei viveva.”

A un certo punto nel documentario il personaggio che interpreta Elvira Notari racconta il suo cinema come una “ribellione al non detto”, qual è il non detto del cinema italiano di oggi e quali sono i grandi temi che secondo te dovrebbe iniziare ad affrontare?

“Penso che in Italia ci sia molto non detto. O meglio, molta moda. Andiamo per tendenze. Perciò escono film su un argomento, poi su un altro. Non vedo grande libertà per gli autori e non posso credere che non abbiano il desiderio di affrontare temi diversi da quelli imposti. Se andiamo oltreoceano c’è molta più produzione, ma anche più scelta e varietà di tematiche. Una cosa che mi piacerebbe molto che il cinema italiano iniziasse ad affrontare sono le tematiche legate al mito. In America, anche in alcune commedie semplici, in realtà si celano messaggi molto profondi. Questo in Italia manca, non vogliamo volare alto. Non vogliamo neanche riconoscere o rimettere quello che è stato il nostro grande passaggio.”

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Diana Dell’Erba sul set di “The Broken Key”

Il tuo documentario ha un sottotitolo, dialogando su una lametta, puoi spiegarci il suo significato? 

“È una suggestione che mi è arrivata strada facendo, un’immagine che rimanda alla pericolosità che esiste in alcuni ambienti quando si parla di femminile, e della confusione tra femminile e femminismo. Volevo parlare della questione di genere, un fatto che è presente in Italia, ma che non va per forza a finire in un ambito femminista. Volevo essere il più obiettiva possibile.”

Registe è uscito nel 2014, un paio d’anni prima che il movimento metoo scalfisse una parte del mondo del cinema e non solo. Credi che queste agitazioni culturali stiano avendo dei risultati?

“Mi sembra che dei risultati ci siano stati, anche solamente in Italia. Non so se grazie al #metoo o ai vari Netflix, ma sono state realizzate molte serie e film al femminile. Sicuramente significa che qualcosa si è mosso. È molto triste che si sia dovuti arrivare a una discussione così forte per smuovere le acque, ma al contempo è un qualcosa di necessario. Sono argomenti che sono sempre stati nascosti e questo non è corretto.”

Da anni, il genere in cui le donne riescono a imporsi di più è il documentario. Credi che ci sia uno specifico interesse al racconto del reale o è semplicemente uno strumento per arrivare poi alla fiction?

“Secondo me le motivazioni sono innanzitutto produttive. È molto meno caro fare un documentario piuttosto che fare un film. C’è quindi più spazio, non solo per le donne. Poi sicuramente, me ne sono accorta realizzando le interviste, indagare, voler entrare in confidenza con la persona che si ha davanti o comunque con un argomento, ha delle caratteristiche femminili. Riscontrabili sia negli uomini che nelle donne, però ci vuole una sensibilità che porta l’essere a mettersi in secondo piano. Non è tanto un atto creativo, come nella realizzazione di un film, ma è più un’accoglienza. Perciò guardare e riportare qualcosa che si è indagato.”

A tal proposito, com’è stato entrare in confidenza con personalità e miti del cinema come Lina Wertmüller?

“È stata una grandissima esperienza che mi ha portato davvero molti insegnamenti. Ho intervistato diverse registe, forse troppe, ognuna delle quali è un mondo a sé stante. Per ognuna ho guardato tutta la filmografia e solo poi ho fatto l’intervista, cosa che non avevo mai fatto. Mi sono resa conto come nella filmografia di un’autrice ci sia l’autrice stessa, cosa che non c’è nel film singolo, che invece trasmette solo una parte del suo essere. Mi ha mostrato quanto è complessa la realtà e il mondo in cui viviamo. Ognuna di loro è molto differente. Ho scelto registe che avessero realizzato film di generi diversi, anche registe “più piccole” ma con uno sguardo diverso, ad esempio personalità provenienti dalla videoarte. Ma tutte loro hanno vissuto cose simili nella propria vita, nel bene e nel male.”

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Lina Wertmüller sul set di “Registe” con Diana Dell’Erba

In “Registe” si parla molto dei produttori e in generale della macchina che viene prima della creazione di un film,  secondo te il problema si ferma a quel livello o anche il pubblico sceglie diversamente quando vede che alla regia di un film c’è una donna?

“Secondo me si ferma di più a quel livello. Se noi andiamo in giro, cosa che ho fatto all’inizio, e chiediamo al pubblico di dirci il nome di una donna regista o di chi è un film anche famoso, persino della Wertmüller, spesso non sa risponderci. Perciò secondo me è più un problema legato al mondo produttivo e ai rapporti lavorativi.”

In “registe” mi è sembrato di intuire una certa fiducia nella capacità del cinema di influenzare la realtà, e in questo senso la battaglia delle registe che intervisti ha un valore anche politico. Quale credi che sia il ruolo della settima arte oggi? Ha ancora questo potere?

“Secondo me stiamo vivendo un’epoca che è straordinaria. Molto complicata, ma straordinaria. Dipende molto di quale pubblico parliamo, adesso abbiamo tanti pubblici diversi. Abbiamo un pubblico più agée, più anziano, che ha ancora le caratteristiche di un tempo. Su di lui il cinema può avere ancora un effetto politico. Poi però c’è tutto il cinema più giovanile, più legato alle serie televisive, o ai film “più smart”, che non so quanto riesca a recepire questo aspetto. Lo vedo più legato alle varie saghe di supereroi, che possono agire su un effetto psicologico legato all’esistenza, ai sogni, alla crescita personale, più individuale che legato alla società”. 

Quali sono i tuoi prossimi progetti e a cosa stai lavorando ora?

“Ora sto facendo un po’ di spettacoli e di lavori legati alla recitazione. Per quanto riguarda la regia mi piacerebbe realizzare un documentario sulla Cimatica. Per il quale sto trovando molta difficoltà a reperire i fondi perché probabilmente ho mirato troppo in alto, un film documentario troppo difficile. La cimatica è una pseudoscienza che studia l’effetto del suono sulla materia. Perciò ci permette di vedere la forma di ogni suono, e ci suggerisce il fatto che i suoni abbiano un’influenza sul nostro corpo e sull’ambiente. È molto interessante, ma piuttosto di nicchia nonostante tantissimi ci lavorino. Ci sono medici che utilizzano il suono a livello terapeutico. Ma forse non è un argomento per tutti”.

Registe di Diana Dell’Erba è disponibile dal 20 luglio su Amazon Prime Video, Google Play e Itunes.

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