“Serve esperienza, serve quella che potrei chiamare una mente fotografica. Ti ricordi le facce e appena ti chiedono un tipo di personaggio ti scatta subito nel cervello quello che serve”. Così ci risponde Antonio Spoletini alla domanda sulle qualità necessarie per scegliere le comparse da inserire nei set, durante la nostra intervista in occasione della presentazione del documentario a lui dedicato Nessun nome nei titoli di coda. Di esperienza Antonio ne ha parecchia alle sue spalle, dopo aver lavorato cinquant’anni negli studios di Cinecittà, tra grandi kolossal, pellicole d’autore, serie tv e progetti internazionali, tra cui Gangs of New York di Scorsese e il più recente I due papi con protagonista Anthony Hopkins. Con una carriera come questa, per Spoletini scegliere i volti giusti è diventato ormai un gioco da ragazzi e fa apparire tutto facile, come se ormai sia diventato tanto scontato per lui da non doversi nemmeno sforzare a capire chi è adatto a essere una comparsa e chi no.

RomaFF14 – Nessun nome nei titoli di coda: recensione

Subito dopo, Antonio prosegue: “Dopo che hai fatto Cleopatra e Ben Hur, se fai The Passion sai per esempio che devi cercare facce con naso aquilino, perché quelli erano i lineamenti degli arabi e della Palestina. Se invece fai un film sugli anni ’40-’50-‘60 tu li hai vissuti e sai benissimo il taglio di capelli che la gente dovrebbe avere. Io ormai ho l’occhio, quando vado in giro mi capita di dire ‘che bella quella, che bello quello’ ma non intendo bello, intendo che è perfetto per quello che mi serve”.

Nessun nome nei titoli di coda cinematographe.it

Durante il documentario, Spoletini ci offre uno spaccato del suo lavoro oltre che un personale sguardo sulla sua vita quotidiana, composta da tante piccole azioni e una disperata ricerca di una pellicola per lui inestimabile, da lasciare in eredità ai suoi nipoti e pronipoti. Ma il film che lo vede protagonista sfrutta l’occasione anche per riflettere sul suo ruolo, spesso dimenticato, all’interno dell’industria cinematografica e per ricordare il grande maestro Fellini che lui conosceva bene. Il regista viene nominato spesso insieme al suo film Roma, nel quale Antonio ha lavorato insieme a tutti e quattro i suoi fratelli. A proposito del suo ricordo di Fellini, in quanto persona, collega e artista, Spoletini ci risponde: “Come uomo Federico era una persona decisamente simpatica e spiritosa, il classico romagnolo con cui si sta bene. Come regista non devo dirlo io, Federico basta il nome, se si parla di cinema non serve nemmeno dire Fellini per capire di chi stiamo parlando. Come collega, beh, le persone avrebbero pagato per lavorarci assieme…”.

Per Antonio Spoletini Federico Fellini era “il classico romagnolo con cui si sta bene

Antonio Spoletini Federico Fellini cinematographe.it

Quali sono le caratteristiche più importanti che si dovrebbero avere per svolgere questo lavoro, soprattutto per un periodo così lungo nel tempo? E come è cambiato questo mestiere con l’evolversi del cinema?

“Col tempo si acquista un metodo, io ho avuto la fortuna di seguire mio fratello Pippo, che ha iniziato questo mestiere. E poi ho ormai ho un archivio di tante e tante persone. Oggi il mestiere è molto cambiato, si fanno numeri più piccoli ad esempio. Quando fai film o serie per la tv bastano una comparsa a sinistra e una a destra dell’attore e lo schermo è già pieno. Quando invece lavori per i film che vanno sul grande schermo a destra e a sinistra ne servono almeno 50 e 50.

Poi al giorno d’oggi non devi per forza andare a cercarli in giro. Lo fai anche, ma il grosso del lavoro lo fai lanciando i casting sui social. Tra l’altro a venirci a rubare il lavoro ci si è messa anche la tecnologia. Su Cleopatra eravamo 5000 veri. Oggi un gruppo da 50 diventano 10.000 persone in post-produzione.”

Antonio Spoletini: “Cercavo comparse per tutta Roma. Il set più numeroso? Gangs of New York di Scorsese“.

Qual è stato il set in cui ha riscontrato più difficoltà nel trovare le persone giuste da inserire come comparse e per quale film, invece, è stato necessario il maggior numero di attori di sfondo?

“Sicuramente il più complesso è stato la Tosca di Gigi Magni, in cui dovevamo cercare casi umani con gravi problemi fisici, per la scena del Te Deum. Li ho cercati in tutta Roma, negli ospedali, nelle chiese, alla stazione. E alla fine quelli che ho trovato erano talmente impressionanti che lo stesso Magni ebbe difficoltà a girare la scena, quasi aveva paura di dirigerla e la stava lasciando all’aiuto regia.

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Il set più numeroso che ho girato io come comparsa è stato Cleopatra, mentre il più numeroso come capo-gruppo è stato invece Gangs of New York di Scorsese.”

Data la sua carriera pluridecennale avrà racimolato diversi aneddoti divertenti e interessanti dai vari set cinematografici in cui ha lavorato? Le va di raccontarcene qualcuno?

“Ne ho infiniti. Ve ne racconto uno carino proprio con Federico. Eravamo sul set di Roma. Stavamo andando a girare la scena delle prostitute sul Grande Raccordo Anulare. Era notte, faceva un freddo cane e io in macchina gli dissi ‘Federì, se io fossi il regista con questo freddo me ne starei al calduccio a casa, invece di crepare per strada’. Lui non disse niente e, anzi, fece un’espressione come a dire ‘il lavoro è lavoro’. Poi quando arrivammo sul set, col gelo e i fuochi delle prostitute che al freddo gli facevano il solletico, Federico si girò verso l’organizzatore e disse ‘La vuoi sapere una cosa, noi ci vediamo domani pomeriggio!’.”

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