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Marco D’Amore ha dimostrato ampiamente il suo talento e la sua versatilità come attore. Nato a Caserta nel 1981 da genitori napoletani, la sua carriera inizia sul palcoscenico teatrale con Teatri Uniti, la compagnia di Toni Servillo, da giovanissimo. Passa poi al cinema con Claudio Cupellini, fino all’approdo alla serie televisiva Gomorra, con la quale è diventato celebre nei panni del personaggio di Ciro Di Marzio. In questi giorni Marco D’Amore sarà al Piemonte Movie gLocal Film Festival con Francesco Ghiaccio ed abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo e di fare con lui una chiacchierata.

Gomorra

Visto che il titolo della masterclass che terrai sabato con Francesco Ghiaccio è Il rapporto tra regista e attore, inizio col chiederti che tipo di rapporto si instaura tra regista e attore sul set? Quali sono le tue esperienze?

Io penso che non ci sia un tipo di rapporto che possa raccontare tutte le esperienze raccolte fino ad oggi, proprio perché si tratta di un rapporto umano. Oltre a quella professionale ci sono tante altre componenti come il fatto che, a volte, due persone possono essere antipatiche l’una all’altra, oppure può capitare che non si condividano le stesse esperienze di vita. Io credo però che tutto questo debba sempre essere mediato dal fatto di avere un obiettivo comune che può essere il film, la serie o lo spettacolo da portare in scena. Rispetto a tutto questo, il mio rapporto con Francesco [Ghiaccio] è ben oltre, perché io e Francesco ci siamo scelti, e questa è una condizione privilegiata. Una condizione che permette allo stesso tempo di condividere il lavoro e la vita. Noi ci siamo conosciuti nel 2002 a Milano, entrambi da studenti della Paolo Grassi, ci siamo piaciuti e siamo diventati profondamente amici, e da lì a oggi, per 15 anni, abbiamo condiviso tutto. Si può dire che in tutto quello che abbiamo fatto ci siamo sempre influenzati a vicenda. Credo che nel panorama italiano il nostro sia un rapporto piuttosto singolare.

Oltre a Francesco Ghiaccio, con quali registi hai preferito lavorare?

Io ho fatto cinque film con Claudio Cupellini, che è stato il regista che mi ha fatto esordire al cinema nel 2009 con Una vita tranquilla, sono ritornato con lui sul set di Alaska due anni fa, e poi abbiamo girato insieme tre stagioni di Gomorra. Claudio è un altro di quei registi che per possono essere definiti anche amici. Noi ci siamo trovati e allo stesso tempo ci siamo anche ritrovati su tante cose della vita. Questo per dire che per me questo mestiere ha profondamente a che fare col mio vissuto, nel senso che io centellino le mie scelte. Sono poche le cose che ho fatto e le faccio soprattutto sulla scorta di una condivisione di temi, di valori con le persone con cui mi trovo ad avere a che fare. 

Passiamo a Gomorra: il tuo personaggio, Ciro, per quanto ne sappiamo è morto nella terza stagione della serie. Dire addio ad un personaggio del genere è difficile oppure è stato un sollievo?

È allo stesso tempo brutto e bello. È brutto perché ovviamente c’è una familiarità con un team di persone con le quali ho condiviso cinque anni di vita, è brutto perché quello di Ciro è un personaggio a cui io sono profondamente legato e devoto per tutto quello che mi ha insegnato. Al tempo stesso è bello perché afferma ancora una volta un principio fondamentale della serie, ovvero che la morte è la vera protagonista. Il meccanismo per cui questi personaggi che noi portiamo in auge poi finiscono per morire è fondamentale per la comprensione del nostro lavoro. È bello anche perché è bello crescere, è bello maturare, è bello affrontare nuove sfide, è bello non legarsi alle cose che funzionano già e accettare nuovi rischi. 

gomorra 3 Cinematographe

Sempre riguardo a Gomorra, ci sono state delle scene particolarmente difficili da interpretaere a livello emotivo? Se sì, quali?

Il quoziente di difficoltà di questa serie è altissimo: è altissimo perché quello che noi raccontiamo ha una corrispondenza nella realtà, e noi siamo perfettamente coscienti di questo. Sappiamo che la messinscena che noi facciamo di certi fatti è la riproduzione fedele di alcuni scempi e di alcune violenze che hanno macchiato il nostro Paese. Già solo rispetto a quello si sente una sofferenza e una responsabilità alta. Nello specifico, al mio personaggio è sempre stata destinata una grossa fetta di emotività del racconto legata alla natura stessa di Ciro, a questo suo incredibile mash-up di crudeltà e di emotività. Lo ha dimostrato fin dall’inizio con il dolore profondo per la perdita del personaggio di Attilio, con l’atrocità del gesto verso sua moglie che lo ha segnato profondamente e poi con il lutto che ha portato per la figlia che lo ha radicalmente cambiato. Quindi ci sono due tipi di sofferenza: una che è intima del cittadino che sa benissimo che cosa sta rappresentando, e l’altra del personaggio che comunque a noi interpreti comporta un po’ di sofferenza personale per riuscire a restituirne la forza.

Il fatto di essere legato personalmente ai luoghi il cui Gomorra è stata girata ha accentuato questa sofferenza di cui parli?

Io contemplo quei luoghi come casa mia e rispetto a questo ho sempre ritenuto di partecipare, insieme a tutti gli altri, ad un atto di denuncia, non sicuramente ad un atto denigratorio riguardo ai problemi che ci sono. Credo che sia fondamentale parlare quando ci sono dei problemi e denunciare le difficoltà.

Gomorra

Ultimamente stanno prendendo vita in America, e anche in Italia, dei movimenti che rivendicano i diritti delle donna e in generale stiamo vivendo quella che si potrebbe definire una nuova ondata di femminismo. Cosa ne pensi di movimenti come Time’s up e #metoo?

Viviamo in tempi bui rispetto alla discriminazione, non solo delle minoranze ma anche dei generi. Io sono cresciuto tra le braccia del femminile. Sono cresciuto con le mie nonne, le mie zie, mia sorella, le mie cugine, le mie nipoti e quindi ho una concezione del femminile altissima. Sono comunque e sempre attento e favorevole a qualsiasi atto di protesta che rivendichi l’uguaglianza tra i generi e soprattutto il rispetto dei diritti, che sono imprescindibili. Capisco che a volte l’esasperazione e la sofferenza possano portare a delle derive, ma so benissimo che queste nascono appunto da situazioni problematiche e dunque sono sempre a favore di qualsiasi movimento femminista. 

Come attore tu sei nato attraverso il teatro: le tue successive esperienze con il cinema e la televisione hanno cambiato il tuo modo di vedere il teatro e il tuo modo di approcciarti al palcoscenico?

Gli attori devono nascere a teatro! Per me sono due mondi complementari ma assolutamente diversi. Diversi per natura, diversi per storia e soprattutto diversi per amministrazione del mestiere. Non a caso, quando non si riesce a capire il mezzo con cui ci si confronta è possibile constatare che ci sono meravigliosi attori teatrali che non funzionano di fronte alla macchina da presa e, allo stesso modo, è frequente che alcuni attori che funzionano tantissimo al cinema non abbiano poi le caratteristiche e la preparazione per confrontarsi con lo spazio teatrale. Io nasco dal teatro, ho cominciato a 15 anni in teatro e ho avuto sempre la fortuna di crescere in un ambiente in cui i generi si mescolavano. Per questo devo tantissimo a Teatri Uniti, la compagnia di Toni Servillo. Mi sono misurato fin da piccolo con il cinema: i primi cortometraggi li ho fatti a 15-16 anni. Però tante volte è anche un po’ una questione di fortuna, perché tanto ha a che fare con la capacità del volto di un attore di rispondere alle inquadrature, alle luci, sono mestieri davvero molto, molto distanti. Uno di assoluta sottrazione, quello dell’attore cinematografico, e l’altro invece che necessita di un’incredibile capacità di allargare la comunicazione, e qui mi riferisco ovviamente al teatro. Sono due mondi che mi affascinano con la consapevolezza che nel cinema l’ultimo destinatario del messaggio è il regista, perché alla fine è il regista che con il montatore taglia e cuce e crea il film. Il teatro è invece il luogo in cui il destinatario è l’attore. 

Gettando uno sguardo al mondo del cinema in generale, c’è un personaggio che ti sarebbe piaciuto interpretare o che pensi che avresti potuto interpretare molto bene?

Non ho la presunzione di dire che avrei potuto interpretare molto bene qualche personaggio. Ci sono dei grandi artisti verso i quali io nutro una fascinazione particolare. Uno tra questi è sicuramente Orson Welles, che è stato uno di quegli artisti che a me piace definire enciclopedici, uno di quelli che si sono misurati con la regia, con la recitazione, con la scrittura, con la produzione. Welles si è confrontato con la conduzione di programmi radiofonici, ha scritto, è una di quelle figure con una vita così affascinante che semmai un giorno qualcuno mi proponesse di interpretare, non esiterei ad accettare. Ovviamente ritenendolo all’altezza di un personaggio mastodontico della letteratura teatrale come Amleto.

Con quale regista ti piacerebbe lavorare?

Tanti e tutti molto diversi fra loro. Credo che se dovessi scegliere, anche per fare un inno alla gioventù, sceglierei un giovanissimo ma affermatissimo regista francese, Xavier Dolan, che è un ragazzo secondo me destinato, così come ha già fatto, a regalare grandissime emozioni e innovazione al pubblico. Mi piacerebbe davvero molto incontrarlo, aldilà poi del fatto di lavorarci insieme. 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Adesso c’è in preparazione il secondo film con Francesco, che facciamo sempre con Indiana, che verrà girato a Torino quest’estate. Poi c’è un film che ho appena terminato di girare, e che speriamo possa avere una vita festivaliera importante, che è Drive me home, in cui ci siamo io e Vinicio Marchioni. E poi c’è un progetto a cui sto lavorando in questi ultimi tempi ma che è totalmente top secret, e di cui a breve si saprà qualcosa. 

Esiste qualche possibilità di rivedere Ciro in Gomorra 4?

Credo sia la domando più frequente che ho ricevuto ultimamente. Diciamo che manca poco per scoprirlo perché la quarta stagione è già in fase di lavorazione e quindi vedremo cosa succederà.