Il figlio di Saul: intervista al protagonista Géza Röhrig

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Arriva oggi nelle sale cinematografiche italiane, grazie a Teodora Film la travolgente opera prima di László Nemes, Il figlio di Saul (QUI la nostra recensione), già titolare di prestigiosi riconoscimenti cinematografici –  l’ultimo dei quali è stato il Golden Globe per il miglior film straniero –  ed in attesa di competere per la conquista dell’Oscar nella stessa categoria. In occasione della presentazione del film alla stampa romana, abbiamo incontrato lo straordinario protagonista Géza Röhrig, che ci ha aiutato a decifrare questo film potente quanto enigmatico. Sentiamo cosa ha detto in conferenza stampa.

Il figlio di Saul: intervista a Géza Röhrig

Un film intenso sull’Olocausto che vede un padre –  o presunto tale –  cercare in questa follia un residuo di umanità. Come ha fatto ad immedesimarsi in questo personaggio che riesce ad estraniarsi dall’atrocità più assoluta per perseguire il proprio obiettivo?

Il membri dei Sonderkommando erano persone soggiogate dal terrore. Il loro compito prevedeva che questi uomini vedessero succedersi continuamente persone vive, che potevano essere parenti, amici o conoscenti, che nel giro di pochi minuti diventavano cadaveri. La divisione dei compiti all’interno di questi gruppi è stata forse uno degli aspetti più atroci dell’Olocausto, in cui un esiguo numero di tedeschi è riuscito ad uccidere un enorme numero di ebrei facendo sporcare le mani alle stesse vittime. Questo è il motivo per il quale i membri dei Sonderkommando sopravvissuti  dopo la guerra si sentivano colpevoli, perché responsabili di aver eseguito degli ordini disumani, mentre i veri assassini che impartivano quegli ordini paradossalmente non avvertivano la stessa colpa, non essendosi sporcati le mani in alcun modo.
Per prepararmi ad affrontare il personaggio di Saul la mia prima risorsa è stata la letteratura, ho letto moltissimo, soprattutto i veri resoconti dei membri dei Sonderkommando che sono stati resi noti negli anni ’80, quando i sopravvissuti hanno deciso di non voler lasciare questo mondo senza aver reso noto ciò che avevano vissuto nei campi di concentramento,  i libri del vostro grande pensatore connazionale, Primo Levi, che mi hanno aiutato molto soprattutto nell’affrontare il dilemma etico alla base di questa storia, infine la testimonianza di mio nonno.

il figlio di saul
Géza Röhrig al photocall della conferenza stampa di Roma

Lei è un poeta, prima di essere un attore, e scrive della Shoah. Che differenza c’è tra scriverne e rapprentarla sul grande schermo, anche con l’ausilio delle immagini, di un regista? 

Nonostante il mio libro di poesie sulla Shoah abbia riscosso un ottimo successo di pubblico e critica anche in Germania, non lo ritengo il mio miglior libro, forse perché quando l’ho scritto non avevo ancora accumulato la quota necessaria di esperienza personale. La grandezza di László invece è stata proprio nel saper aspettare il momento giusto per raccontare questa storia ed il risultato è stato straordinario anche per questo. 

Cosa rappresenta davvero per Saul questo ragazzo morto che riesce a fargli mettere in secondo piano tutto il resto, anche la realtà orribile in cui si trova?

Spesso la gente alla fine della proiezione di Il figlio di Saul viene da me arrabbiata perché non è riuscita a capire il senso delle azioni del protagonista, abbandonare i compagni impegnati ad organizzare una salvifica ribellione per occuparsi di un cadavere, contro ogni avversità. Il punto è che per Saul esiste qualcosa di superiore rispetto alla salvezza fisica, è un credente, quindi è più legato alla salvezza dell’anima che, per un ebreo, solo una degna sepoltura e preghiera funebre può garantire. In più, il modo in cui quel ragazzino sopravvive alla camera a gas ha in sé qualcosa di divino e miracoloso del quale Saul, in qualità di testimone, si sente partecipe. Salvare quell’anima assume così la forma della persecuzione di un obiettivo superiore, divino.

Il figlio di Saul è un film che si vive più dal punto di vista del suono che delle immagini: come è stato lavorato il suono sia sul set che in post-produzione?

Non c’era altra scelta, non si poteva mostrare un tale orrore perché sarebbe apparso pornografico; è stato quindi necessario creare questa dialettica tra suoni e visione, sfruttando il campo visivo di un’unica persona e andando a compensare la carenza di immagini con il predominio del suono, che ha subito una lunga lavorazione in post-produzione, impegnando cinque persone per otto ore al giorno.

Il film è girato prettamente attraverso piani sequenza ed inquadrature strettissime, è stato difficoltoso avere la telecamera “addosso” tutto il tempo?

Mi ci sono abituato, sapendo il perché di questa scelta. Le riprese sono state molto lunghe, abbiamo meno di 80 tagli nel film, e questo ha contribuito alla partecipazione attiva agli ambienti e all’immedesimazione nel personaggio e nella storia. D’altro canto girare lunghe sequenze aumenta la possibilità di errori, quindi abbiamo cercato di ammortizzarla facendo numerose prove preliminari al ciak. Ciò di cui vado molto fiero è che siamo riusciti a girare questo film mantenendoci all’interno di un budget contenuto.

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