Ethan Coen, cinematographe

Il direttore artistico Antonio Monda aveva parlato di un tema folle, un’idea assurda proposta dallo sceneggiatore Ethan Coen per il primo Incontro Ravvicinato della 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Il misterioso argomento? La chirurgia, in ogni sua declinazione: plastica, dilettantesca, medica, comica. Le sfaccettature di un argomento che Ethan Coen ha raccontato attraverso diverse sequenze cinematografiche, con riferimenti al genere noir, al proprio cinema e alla fascinazione del cambiamento che il concetto di chirurgia porta con sé.

Ethan Coen e il primo Racconto ravvicinato della Festa del Cinema di Roma

Perché hai scelto proprio il tema della chirurgia?

“Perché la chirurgia è un’idea assurda. La chirurgia ha sempre qualcosa di molto reale, come si può vedere nei vecchi film. È un trucchetto molto interessante, usato in film come Jim lo sfregiato, in cui il protagonista vuole imitare a tutti i costi un uomo e, per rubargli l’identità, si procura una lunga cicatrice. La cosa divertente è che poi, quando fu montato, il rullo del film era posizionato al contrario, quindi questo personaggio ha la cicatrice esattamente dalla parte opposta del viso rispetto a dove sarebbe dovuta essere, ma nessuno nella pellicola lo fa mai notare. Il noir anni ’50 e ’60 è un genere che si rapporta molto con l’aspetto dell’identità. Molto il noir americano, degli altri non saprei, ne ho visti solo di messicani, in cui l’unica differenza sostanziale con quelli statunitensi è la musica.”

Anche la sequenza scelta per Operazione Diabolica ricalca molto i temi dei noir classici.

“Sì, ma devo dire che la cosa che mi colpì particolarmente del film fu Rock Hudson, che trovo bravissimo in questa pellicola. Solitamente mi dava l’impressione di un ragazzone carino, ma qui come ne Il gigante è davvero capace. Anche Operazione Diabolica mi piace perché alla base c’è l’idea di poter cambiare la propria identità. Nel film il protagonista è un uomo allineato a cui viene data la possibilità da un’agenzia di cambiare aspetto e vita, sottoponendosi ad un’operazione e, in seguito, trasferendosi a Malibù per seguire un futuro da artista. Oggi penso sarebbe impossibile fare un film così, nessuno riuscirebbe a crederci.”

Un altro grande interprete di film similari è Humphrey Bogart. Tu cosa ne pensi, era più una faccia o un attore?

“È difficile separare le due cose. Quando ci pensi immagini lui proprio all’interno di quel viso. Comunque la scena in cui lui si specchia nel noir La Fuga ti cattura, come qualsiasi sequenza simile in questi film.”

Come mai avete scelto uno stile molto 50s per il vostro L’uomo che non c’era?

“Ci piaceva l’idea che avesse quelle vecchie forme. E il bianco e nero aiutava ad entrare in connessione con l’atmosfera. Ci sono cose fantastiche che il bianco e il nero può fare, rende visibili cose che non ci sono. Non rimane generico, dona delle sensazioni come se ci si trovasse in un altro mondo.”

E che puoi dirci della chirurgia più moderna, come quella che hai scelto di mostrare in Un medico, un uomo?

“Anche nei noir contemporanei capita che l’identità venga modificata, ma solamente perché è la moda a dettarne le regole. È comunque un aspetto molto interessante su cui basare un film. Comunque, ho scelto Un medico, un uomo perché mi piace molto William Hurt, davvero bravo. Mi piaceva il trucchetto iniziale del film, con una musica allegra che dà un tono alla scena, cambiato in seguito da un’atmosfera ben più drammatica.”

Ethan Coen: “Il film che sono stato felice di girare? A Serious Man, per tornare all’infanzia mia e di Joel”

Mai drammatica, però, come quella scena di Audition, il film di Takashi Miike del 1999…

“Takashi Miike è grande, è fantastico. Ha tantissimo brio. È una gioia vedere film di altri Paesi, spesso ti imbatti in attori e volti che non conosci e ti ritrovi a pensare “Accidenti lei è incredibile”. Audition, poi, sembra una sorta di precursore del MeToo: un uomo che si sente solo vuole incontrare delle donne, così finge delle audizioni per un film che, in verità, non esiste. La scena degli spilloni negli occhi e del piede mozzato è piuttosto audace, non so se ne fanno ancora di sequenze simili negli horror hollywoodiani, non sono molto ferrato sul tema. Forse però oggi la violenza è diventata un po’ troppo meccanica, vista la forte grafica che viene utilizzata.”

A voi è mai capitato di venir censurati per qualche sequenza?

“Nessuno ci ha mai censurati perché tutto ciò che scriviamo Joel ed io ruota intorno al film. Tutti si impegnano affinché il lavoro riesca, perché sanno che tutto quello che c’è scritto è necessario per la realizzazione del film. Capito questo, nessuno si interessa al dover cambiare delle cose, piuttosto a partecipare attivamente per la riuscita. Se proprio c’è qualcuno che ci censura siamo noi stessi, soprattutto in fase di montaggio. È un processo continuo.”

Tra l’altro credo che il vostro sia l’unico caso in cui, per il final cut di Blood Simple, al film siano stati tolti dei minuti…

“Quando c’è stata data la possibilità di una nuova edizione ci siamo detti che il film aveva bisogno di essere asciugato un po’. Non è stato un trauma, non toglie nulla alla versione originale, trovavamo che così ci fosse una migliore idea di montaggio.”

Quella che hai scelto per la sequenza di Corpi da reato di Paul Feig è, invece, una chirurgia sconsiderata. Senti che rappresenta i nostri tempi? E che ne pensi dell’intero film, dà quasi la sensazione di trovarsi di fronte ad un film dalla comicità indipendente?

“È assolutamente un tema contemporaneo. Sandra Bullock è evidentemente la stronza di turno che ha letto una cosa su internet e ora pensa di essere in grado di eseguire una tracheotomia. Ora con internet tutti credono di saper fare tutto. Comunque no, non trovo che Corpi da reato sia una commedia indipendente, viste anche solo le protagoniste Bullock e Melissa McCarthy, ma questo non è un male. Hollywood non è una parolaccia.”

E cosa puoi dirci di Verso il mare bianco, film che non siete riusciti a realizzare?

“È un peccato. Era basato sulla storia di un B52 caduto su Tokyo, ci abbiamo lavorato molto in pre-produzione e a interpretare il protagonista doveva essere Brad Pitt. Era sostanzialmente un film muto, con un americano atterrato nel Giappone della Seconda Guerra Mondiale e che, quindi, non poteva comunicare con nessuno. Sarebbe stato un film su cosa significa la sopravvivenza.”

Qual è l’opera a cui tieni di più della tua filmografia?

“Non ho un film preferito, anche perché non sono solito riguardarli. Ma sono felice di essere riuscito a lavorare a A Serious Man, perché è molto legato all’infanzia mia e di Joel. Fare quel film ha significato rivedere un mondo che ora non c’è più, ma che io e mio fratello ancora ricordiamo e che è bello poter vedere ricreato. È stata un’esperienza davvero soddisfacente.”

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