ESCLUSIVA. Intervista a Daniele Savoca, protagonista di The Repairman

Potete conoscerlo meglio al cinema, dove dal 26 febbraio è in scena con The Repairman, per la regia di Paolo Mitton, ma il suo non è un volto nuovo. Daniele Savoca, piemontese classe 1978, è stato già protagonista al cinema, diretto dal visionario Louis Nero (Pianosequenza del 2005, Hans del 2006 e Rasputin del 2010); in televisione ha lavorato in numerose serie televisive tra le quali  Le Stagioni del cuore (2004) accanto ad Alessandro Gassman, Anna Valle e Martina Stella e con Pietro Sermonti ne La moglie cinese (2006), per la regia di  Antonello Grimaldi. È stato inoltre co-protagonista con Gwyneth Paltrow del cortometraggio Pashmy Dream del 2008, diretto da Dennis Hopper. Riservato e, per sua stessa ammissione, timido, ha un altro grande punto in comune con Scanio di The Repairman: il desiderio di prendersi il tempo necessario, nel suo caso,  per trovare e  vestire i panni di qualcun altro.  Interrogato su quali aspetti di questo insolito aggiusta-tutto non gli vadano a genio, invece,  risponde semplicemente: L’ho accettato così com’era perché in fondo anche Scanio si piace per ciò che è. Noi speriamo che anche Daniele si piaccia così com’è,  perché basta guardare i suoi lavori, o anche solo l’ultimo, per accorgersi rapidamente di essere al cospetto di uno dei più grandi talenti del cinema italiano.

Se volete saperne di più, andate a vedere The Repairman e leggete l’intervista che Cinematographe ha realizzato per voi.

Daniele Savoca Pashmy Dream

Daniele nel cortometraggio girato insieme a Gwyneth Paltrow

 

Quando e come hai capito di voler fare l’attore?

Ho iniziato a 18 anni. Un amico di mio fratello, un bravissimo attore, Fabrizio Odetto, mi consigliò di iscrivermi in una scuola di teatro per sconfiggere o almeno imparare a controllare la mia timidezza. Così feci! Ero in cerca della ricetta giusta per essere più disinibito e più sicuro di me. Iniziai poco dopo alla Sergio Tofano, una scuola di recitazione di Torino, qui incontrai un grande insegnante, Roberto Freddi, che mi fece da subito scattare il desiderio di iniziare una vera ricerca su questo nuovo modo di Giocare, si perché in tutti gli altri paesi non si dice recitare ma giocare. Quindi ricerca scientifica su tutto ciò che ruota intorno all’uomo, e quindi antropologia e psicologia. Due anni dopo entrai al Teatro Stabile di Torino e da qui iniziò la mia avventura su palchi e set.

Dopo una solida preparazione teatrale,  hai spaziato dalla televisione al cinema, e hai avuto la fortuna di interpretare personaggi  differenti: c’è  un ruolo che non hai ancora interpretato e che ti piacerebbe esplorare più di altri?

Non sento il desiderio di interpretare un personaggio in particolare. Ogni personaggio è una persona e come tale è unica. Quindi l’esplorazione che puoi fare tra due personaggi apparentemente simili, in realtà è totalmente differente. Quello a cui punto è il cambiamento, il respirare, muovermi, parlare e agire in un modo diverso dal mio modo di vivere. Purtroppo però in molte occasioni non puoi permettertelo perché spesso non hai il tempo materiale per costruire un personaggio saldo su di te, anche perché magari ti chiamano oggi per farti girare tra una settimana, e allora ti accontenti di fare “te stesso”.

The Repairman  racconta la storia di un uomo “retrò”, che fatica a stare al passo con i tempi: pensi sia ancora possibile, nel mondo d’oggi, vivere bene in modo “slow”?

Credo che una possibilità di vivere in modo “slow” ci sarebbe, se ognuno di noi iniziasse a farsi delle domande e si fermasse per darsi delle risposte. Non voglio citare Marzullo, ma qui calza a pennello. Siamo totalmente fagocitati dal questa estrema innovazione del tutto e del consumismo. Non fai in tempo ad avere una cosa nuova che ti senti subito indietro perché ne è appena uscita un’altra con caratteristiche più  all’avanguardia. Inseguiamo senza sosta questa evoluzione/involuzione e non riusciamo più ad apprezzare le cose che abbiamo. Siamo eternamente insoddisfatti. Che brutto! Bisognerebbe iniziare a dare più valore al tempo e nel tempo vedere che ci sono tante piccole e grandi cose che abbiamo messo da parte, come gli affetti, l’amore, le amicizie, il cibo, le cose in generale. Scanio nel film non è compreso perché dà valore a valori che non sono più considerati tali. Gli oggetti per esempio, i vecchi macchinari che lui tiene da parte come pezzi di ricambio rappresentano anche un qualcosa che aveva delle qualità e potrà per questo continuare a vivere per il suo scopo primario o per altri scopi. Non butta ma ripara.

Daniele Savoca restart party

Daniele al “restart party” organizzato a Roma in occasione dell’uscita di The Repairman

Dici che non dedichiamo più il tempo necessario a tanti aspetti preziosi ed importanti della vita, tra i quali il cibo. Per quale motivo vale la pena di “perdere” tempo a tavola?

Ormai siamo abituati a mangiare più per abitudine che per necessità, senza nemmeno accorgerci realmente di quello che abbiamo nel piatto. Osservando mio figlio di due anni mentre mangia, invece, ho riscoperto il piacere di esplorare il cibo, di viverlo in modo slow, come una scoperta entusiasmante. Una delle cose che amo di più dei pasti, poi, è l’aspetto conviviale, che richiede necessariamente tempo.

Parlaci del tuo rapporto con Scanio: nell’interpretare le sue vicissitudini, ti è  mai venuta voglia di rimproverarlo?

Bella domanda. Ti dirò che l’ho sempre visto come positivo e simpatico, non ho avuto mai nulla da ridire.

daniele savoca the repairman

Una scena di The Repairman

In Hans di Louis Nero (2006)  interpreti un personaggio mentalmente instabile,  che si ribella con violenza. In The Repairman, invece, il supposto disagio del protagonista si esprime con un’estrema passività: quali sono state le differenze riguardo alla costruzione del personaggio, anche in termini di libertà creativa?

E chi si ricorda? (ride, n.d.r.) Scherzo. In Hans avevo una griglia ben definita da cui non potevo uscire, le battute e tempi sono stati costruiti a tavolino, quindi c’era poco spazio per l’improvvisazione. Con Scanio ho potuto giocare molto di più e improvvisare utilizzando la parola come strumento per andare avanti e non come parte essenziale della scena. Hans risulta più finto, Scanio potrebbe essere il mio vicino di casa. Ma qui c’è anche una sostanziale differenza di linguaggio tra i due registi. Scanio e Hans sono entrambi incompresi, ma Scanio non se ne fa una colpa e valuta con distacco ciò che gli succede chiedendosi chi sbaglia. Al contrario Hans dà la colpa a tutto ciò che gli ruota attorno per cadere infine nella schizofrenia

daniele savoca Hans

Una scena di Hans

Cosa vorresti ottenere dalla tua carriera di attore? Hai nuovi progetti all’orizzonte?

Mi piacerebbe lavorare anche una sola volta l’anno su un solo personaggio e quindi un solo film. Dedicare il tempo prima delle riprese alla lunga ricerca per poi essere libero di diventare quel qualcun altro in scena. Vorrei continuare a crescere e scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo su questo gioco fantastico che ancora non ho ben capito e di cui purtroppo mi mancano troppi ingredienti per conoscere la giusta ricetta. Un progetto ci sarebbe a settembre. È un film di fantascienza. Una coproduzione italo americana ma di cui ancora so ben poco, quindi mi è difficile parlarne.

A proposito di ricetta: te la cavi meglio di Scanio ai fornelli?

Assolutamente sì, sono bravo! In realtà ultimamente non ho molto tempo per farlo ma amo inventare e sperimentare, dolce o salato che sia. Da un po’ di tempo, però, non mangio carne. Non mi piace più. La mia compagna è vegetariana e mi ha insegnato l’enorme varietà di sapori e le tante possibilità del cucinare le verdure.

Il nostro sito ha una sezione dedicata all’incontro fra cinema e cibo, Cinematografood: ti va di svelarci uno dei tuoi segreti in cucina?

C’è una pasta che amo particolarmente fare: faccio appassire in padella i pomodori datterini tagliati a metà e messi “a faccia in giù”. Poi aggiungo patè di olive o olive nere, pecorino romano o ricotta salata e condisco i bucatini…buonissima!

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